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Il calo demografico, Darwin e Schopenhauer

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calo demografico

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nella sua città ideale, Platone ammetteva solo la sessualità riproduttiva. Il filosofo ateniese esprimeva così quell’aspirazione alla continenza e al controllo delle passioni che diventerà centrale nel cristianesimo. Oggi, soprattutto nei paesi occidentali, le inclinazioni di molti individui hanno poco a che vedere con l’investimento genetico nelle generazioni future. E il calo demografico, particolarmente vistoso in Italia, pone problemi giganteschi di sostenibilità ai sistemi di welfare nazionale.

Ebbene, non so se ormai siamo burattini di “ormoni egoisti”, per riprendere la famosa metafora del biologo Richard Dawkins, ma la realtà è questa. Che la Chiesa vi si opponga con fermezza non solo è legittimo, ma del tutto coerente col suo magistero morale. Spetta tuttavia alla discussione pubblica — alla cultura, all’etica, alle leggi che da essa derivano — affrontare i problemi sollevati dal cambiamento dei costumi e dai tortuosi sentieri della natura. In tale discussione, ovviamente, le gerarchie ecclesiastiche hanno pieno diritto di cittadinanza. In proposito, i lamenti di numerosi custodi dell’ortodossia laica sono fuori luogo.

In tale discussione, però, contano gli argomenti che si portano. A me non pare convincente, ad esempio, quello secondo cui le unioni civili tra omosessuali costituirebbero una minaccia mortale per la “famiglia tradizionale” e per la finalità della procreazione. Se il criterio fosse questo, anche la castità assoluta andrebbe parimenti biasimata. Per venire al tempo presente, comunque, quanti temono che quelle unioni preparino un futuro senza prole, devono stare tranquilli. Provvederà a mettere le cose a posto il “calcolo inconscio” dell’evoluzione; o, se non piace Charles Darwin, la “volontà della specie” di Arthur Schopenhauer.

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“Nummus non parit nummos”, i soldi non si riproducono, diceva Tommaso d’Aquino (e prima di lui Aristotele). Ma il Dottore Angelico intendeva condannare non l’attività finanziaria in quanto tale, bensì l’usura, che è “innaturale pigliar denaro da denaro”. Marx, dal canto suo, riconosceva appieno il ruolo determinante della finanza nello sviluppo capitalistico. Ciò che pensava del denaro, invece, lo spiega nel capitolo dei “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, dedicato alla “universale prostituta, all’universale mezzana di uomini e popoli”, come lo definisce citando Shakespeare.

Pure, “questa forza galvano-chimica della società — sostiene — capace di trasformare tutti i vizi e le virtù nel loro contrario”, ha un limite. Perché “se supponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come rapporto umano, tu puoi scambiare amore solo contro amore”. In altri termini, in questa dimensione etica il denaro è impotente, e cessa di essere lo spirito reale di ogni cosa. Forse sarò tacciato di blasfemia, ma trovo qualche assonanza tra le parole del fondatore del “socialismo scientifico” e certi discorsi di Papa Francesco, in cui ci ammonisce a non costruire la nostra vita sul culto di Mammona, e cioè sulla sabbia.

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La nozione di “ottimo” elaborata da Vilfredo Pareto definisce una situazione in cui non è possibile migliorare la condizione di un individuo senza peggiorare quella di un altro. Per quanto paradossale possa sembrare, è esattamente il caso della “monnezza” a Roma. Mancando i termovalorizzatori, infatti, non è possibile migliorare la condizione dell’area metropolitana senza peggiorare quella dei Comuni limitrofi.

Beninteso, questi ultimi possono sempre essere risarciti in vario modo, ma ciò non ha nulla a che vedere con il criterio paretiano di misurazione delle utilità sociali, che si disinteressa della loro distribuzione (delle loro diseguaglianze) e tiene in scarsa considerazione beni diversi dall’utilità stessa (diritti e opportunità di vita). Come ha osservato ironicamente l’economista indiano Amartya Sen, una società nella quale alcune persone vivono nel lusso, mentre altre in acuta povertà, è ancora “Pareto-ottimale” se “l’agonia delle seconde non può essere ridotta senza diminuire l’estasi delle prime”.

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