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Il bilancio di un anno di Boris Johnson a Downing Street

di

Johnson Tories

È stato un anno ricco di emozioni, di “ups” e di “downs” per il 56enne leader del partito Conservatore: Johnson varcò la porta più famosa e più ambita della Londra politica il 23 luglio di un anno fa, coronando il sogno di una vita. L’articolo di Daniele Meloni

 

Cade oggi l’anniversario del primo anno di Boris Johnson al numero 10 di Downing Street, al residenza del Primo Ministro britannico. È stato sicuramente un anno ricco di emozioni, di “ups” e di “downs” per il 56enne leader del partito Conservatore, che varcò la porta più famosa e più ambita della Londra politica il 23 luglio di un anno fa, coronando il sogno di una vita.

La premiership di Johnson ha vissuto essenzialmente due fasi finora. Quella legata alla promessa di “portare a termine la Brexit”, che gli ha consentito di stravincere le elezioni del 12 dicembre 2019; e quella legata alla pandemia del coronavirus, che ha colpito il paese – e lo stesso Premier – molto duramente da quest’inverno a oggi. Le due fasi non sono ancora finite e, per certi versi, si accavallano nel tentativo di Johnson di plasmare un nuovo Regno Unito, più vicino alle esigenze del paese negli anni ’20 di questo secolo.

Prima di chiedere ai Comuni l’autorizzazione di sciogliere il Parlamento, nell’ottobre scorso Johnson aveva siglato un accordo con l’Ue che prevedeva l’uscita del paese da Bruxelles il 31 gennaio 2020. Come per il predecessore a Downing Street, Theresa May, Johnson si vide rifiutare l’approvazione dell’agreement da una Camera dei Comuni che non sapeva esprimere alcuna posizione sul futuro delle relazioni tra Londra e l’Ue. Partì così la sua campagna elettorale pro-Brexit: una campagna moderna e post-ideologica, che lo portò a fare un uso massiccio dei media e della sua immagine molto popolare presso la working class britannica. Johnson apparve a sua volta sui giornali nei panni del garzone che portava il latte, dell’operaio che con una grù demoliva il muro di omertà attorno alla Brexit, e del protagonista del film “Love Actually”, mentre bussava alla porta della gente chiedendo un voto per uscire dall’impasse. Babbo Natale gli portò una maggioranza di 80 seggi – la più ampia per i Tories dal 1987 a oggi – e una sfilza di nuovi seggi in constituencies del tutto aliene al voto conservatore: le West Midlands, il Nord-est dell’Inghilterra, il Galles.

Cominciava così la marcia verso la Brexit e la “Global Britain”, il nome dato dai Conservatori al nuovo corso di un paese non più legato solamente all’Europa ma anche aperto al resto del mondo, Commonwealth, India e Asia in primis. A febbraio però, l’epidemia legata alla diffusione del coronavirus portava il paese a fermarsi: dal più alto numero di occupati si è passati in tre mesi al più alto numero di disoccupati, e a un aumento vertiginoso della spesa pubblica per tutelare i tanti inglesi restati a piedi per via del lockdown. Non solo la popolazione ha subito gli effetti devastanti del Covid-19: lo stesso Premier è finito nel reparto di terapia intensiva del St. Thomas Hospital di Londra dopo aver contratto il virus. Momenti difficili, cui hanno fatto seguito la gioia per la nascita dell’erede, Wilfred Lawrie Nicholas, e le polemiche sulla gestione della crisi: a oggi, tenendo comunque presente la difformità dei dati da paese a paese, il Regno Unito è tristemente in testa per numero dei morti e per rapporto morti su numero di abitanti in Europa.

La recessione peggiore dal 1706 a oggi, le trattative con l’Ue per gli accordi commerciali post-Brexit stanno impegnando le giornate di Johnson, e di Rishi Sunak, il 40enne Cancelliere dello Scacchiere nominato dal Premier e rising star all’interno del Governo Conservatore. Il coronavirus però ha cambiato anche il rapporto tra lo Uk e la Cina, che aveva vissuto con il predecessore di Johnson, David Cameron, la sua “epoca d’oro”. Le accuse a Pechino sulla poca trasparenza nel gestire il contagio, l’addio a Huawei e alla tecnologia 5G prodotta dal colosso delle telecomunicazioni cinese, e le divergenze su Hong Kong hanno determinato un brusco ridimensionamento dell’influenza del Dragone su Londra. Johnson continua ad affermare di volere buoni rapporti con la Cina, ma la realtà è che le pressioni degli Usa e dei suoi backbenchers lo hanno portato a rivedere delle scelte fondamentali per il futuro del paese, avendo sempre come faro la sicurezza nazionale.

Il Regno Unito è il paese che più ha investito nella ricerca per il vaccino sul Covid, e sia Johnson sia il titolare della Salute, Matt Hancock, puntano con decisione su di esso per proteggere in futuro i cittadini britannici e l’NHS da una eventuale seconda ondata. Il successo della premiership di Johnson dipenderà anche da questo.

Sullo sfondo ci sono altre questioni che aspettano da anni di essere governate con idee rinnovate: lo sviluppo delle aree depresse, già intrapreso dal Premier con un massiccio programma di investimenti pubblici in edilizia popolare, infrastrutture e sostegno ai più bisognosi; l’indipendenza scozzese, l’Irlanda del nord e il crescente nazionalismo inglese, tutti legati a una generale trascuratezza del processo di devoluzione asimmetrica partito nel 1997; la riforma della Bbc, la cui concessione per trasmettere scadrà a breve; e, infine, la riforma di Whitehall, legata anch’essa alla Brexit, e “pallino” di tanti Primi Ministri, siano essi stati Labour o Tory.

Lavoro certamente non ne manca per BoJo, che continua a godere di una lusinghiera forma nei sondaggi: anche quando le critiche per la gestione della pandemia sono state all’apice, il Premier ha sempre mantenuto il partito al 43% dei consensi, la stessa cifra della landslide dello scorso dicembre. Sarà difficile per laburisti, Remoaners e nazionalisti scozzesi sbarazzarsi in fretta di lui.

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