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I sintomi del Coronavirus stanno cambiando?

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coronavirus crisi covid-19

Negli ospedali anche Usa si ricoverano per Coronavirus persone senza i sintomi classici del Covid-19 come febbre e tosse ma con problemi neurologici quali ictus, convulsioni e delirio

Se abbiamo imparato a conoscere – e temere – il Covid-19 per i micidiali sintomi respiratori che fiaccano fino alla morte pazienti per lo più debilitati da patologie pregresse, potremmo presto fare i conti – e qualcuno nel mondo li sta già facendo – con altre conseguenze inattese del Coronavirus su organi vitali come cervello e cuore.

Come segnalava il New York Times già all’inizio di aprile, in alcuni paesi del mondo – dal primo focolaio cinese a Germania, Francia, Austria, Olanda e persino Italia – hanno fatto la loro apparizione negli ospedali persone senza i sintomi classici del Covid-19 come febbre e tosse ma con problemi neurologici quali ictus, convulsioni e delirio o anche manifestazioni più blande come non avvertire più gli odori o i sapori.

Il problema è che, una volta ricoverati, questi pazienti sono risultati positivi al Coronavirus, mandando in fumo le certezze di chi, come Robert Stevens, neurologo della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, aveva rilevato come le persone affette da Covid-19 fossero “sveglie e presenti a sé stesse” e dunque “neurologicamente normali”.

Il problema in verità, osserva il NYT, era emerso già all’alba di questa emergenza, quando alcuni neurologi di Wuhan – la culla cinese del Covid-19 – scrissero un paper preliminare divulgato su internet a febbraio che riportava i primi casi di pazienti con sintomi neurologici.

Uno studio pubblicato a fine marzo sul British Medical Journal riportava poi come il 22% di un gruppo di 113 pazienti di Wuhan successivamente deceduti per il virus abbia manifestato un’ampia gamma di sintomi che vanno dalla sonnolenza, agli stati confusionali sino al coma profondo.

È in questo momento che altri casi cominciano a registrarsi in giro per il pianeta. Il NYT riporta ad esempio quello di un anziano di Boca Raton, Florida, presentatosi alla fine di marzo in pronto soccorso con tosse e febbre. Dimesso causa responso negativo di polmonite, quando ha fatto ritorno il giorno dopo in ospedale con la febbre ancora più alta aveva perso letteralmente la parola e si muoveva in modo evidentemente scoordinato.

Il sospetto di un medico del nosocomio di Boca Raton, che aveva suggerito di sottoporre il paziente al tampone per il Covid-19, si rivelerà giusto: esito positivo.

Un altro caso eclatante accaduto negli States è stato descritto nella rivista Radiology e riguarda una 50enne di Detroit presentatasi in ospedale in stato confusionale e con un forte mal di testa. Dopo aver effettuato una risonanza al cervello, i medici hanno riscontrato infiammazione e gonfiore in diverse regioni neurali oltre alla  morte di diverse cellule, pronunciandosi per una diagnosi di encefalopatia acuta necrotizzante – che la letteratura riferisce essere una rara complicazione dell’influenza e di altre infezioni virali. Ma la donna, soprattutto, era positiva al Covid-19.

Interpellata sull’accaduto, Elissa Fory, neurologa dell’Henry Ford Health System, ha dovuto ammettere che questo caso “potrebbe indicare che il virus… può invadere il cervello” (sebbene“in rare circostanze”),  aggiungendo come, a suo avviso, “dobbiamo pensare a come incorporare nel nostro paradigma di trattamento i pazienti con serie malattie neurologiche”.

Anche in Italia c’è chi sta facendo i conti con il medesimo problema: si tratta di Alessandro Padovani dell’Università di Brescia, nel cui ospedale è stata aperta un’unità Neurocovid per trattare i casi di pazienti affetti da Covid-19 che manifestano sintomi neurologici ancora prima di quelli respiratori.

Come Padovani ha riferito ieri al quotidiano Brescia Oggi, nella sua unità vi sono “pazienti con un quadro neurologico atipico o anomalo, come delirio, stati confusionali, difficoltà di equilibrio In sei casi presentavano segni di encefalite (…) Un terzo gruppo di malati ha invece complicazioni neurologiche innescate dalla patologia respiratoria, come crisi epilettiche slatentizzate, miastenia, polinevriti”.

Molto lavoro attende medici e scienziati prima di sciogliere l’enigma. Al momento infatti, a detta del dott. Stevens, si possono solo avanzare delle ipotesi, non ultimo che gli stati di confusione e letargia siano il frutto di “bassi livelli di ossigeno nel sangue (…) derivanti da fallimento respiratorio insieme ad un aumento del diossido di carbonio (che) possono avere un impatto significativo sul funzionamento del cervello”.

Per Padovani invece quella “da Coronavirus è una malattia chiaramente respiratoria (e) non c’è un’evidenza certa che il virus entri nell’ambito cerebrale (…) determinando direttamente danni neurologici”. Dai casi osservati sembra di poterne concludere piuttosto che “a influire sulle conseguenze neurologiche sia la risposta immunitaria incontrollata – e quindi l’infiammazione – che il nostro organismo può scatenare per combattere il virus, e che può esprimersi anche a livello del sistema nervoso centrale”.

Ma non è questa l’unico rovello cui la scienza medica è chiamato a cimentarsi con urgenza (anche per mettere il personale  personale sanitario nelle condizioni di assumere le dovute precauzioni quando in ospedale si presenta una persona con sintomi neurologici e che in realtà è positiva al Coronavirus).

Un chiarimento urgente riguarda la segnalazione di casi registrati in vari paesi, tra cui il nostro, di pazienti cui il virus provoca – esattamente come accadde con Sars e Mers – la miocardite, ossia una forte infiammazione che danneggia il cuore come un infarto (ma senza causare l’ischemia).

È stato un medico italiano – il cardiologo degli Spedali Civili di Brescia, Marco Metra – a descrivere uno dei primi casi sulla rivista Jama Cardiology.

Le segnalazioni da allora si sono moltiplicate, riferiva già il 27 marzo il New York Times che riportava l’esempio di un 64 enne di Brooklyn giunto al pronto soccorso con quello che sembrava un grave infarto, ma che in realtà – una volta appurato che le sue coronarie erano libere – ha portato ad una diagnosi di miocardite.

Come conclude John Rumsfeld dell’American College of Cardiology: “Pensavamo che con questo virus il problema fossero i polmoni. Adesso all’improvviso ci siamo resi conto che il virus potrebbe avere un impatto diretto sul cuore”.

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