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Direttore Washington Post

I giornali, i direttori e il caso del Washington Post di Bezos

Può un giornalista inglese lambito dallo scandalo delle fonti rubate dirigere un quotidiano americano? La domanda non nasce da qualche ozioso festival estivo o dall’ennesima conferenza, ma dalla prima pagina del Washington Post, il giornale del quale Robert Winnett dovrebbe assumere la direzione tra pochi mesi. Quattro giornalisti scrivono della propria testata come se non vi lavorassero: una lezione di deontologia per la stampa italiana? Il commento di Gregory Alegi

 

Il Fatto Quotidiano che indaga sui rapporti tra il proprio direttore e la Russia? Impossibile. Il Messaggero che pubblica un’inchiesta sui motivi per cui il proprietario Caltagirone ha licenziato il direttore Alessandro Barbano? Impensabile. L’Agi che spiega i motivi della sfiducia alla direttrice Rita Lofano? Non scherziamo. Negli Stati Uniti, invece, accade che il Washington Post metta in prima pagina un lungo articolo sul coinvolgimento del futuro direttore nell’uso di materiali ottenuti in modo illecito quando lavorava in Inghilterra. La domanda, inespressa ma chiarissima, è se il modo di lavorare britannico sia compatibile con la deontologia del giornalismo statunitense.

La battaglia inizia nel novembre 2023 quando l’editore del Post – cioè Jeff Bezos, il proprietario di Amazon – nomina amministratore delegato Will Lewis, un ex giornalista inglese passato nel 2010 a ruoli dirigenziali nel gruppo News International di Rupert Murdoch, nel pieno della crisi per lo scandalo delle intercettazioni telefoniche abusive dei VIP che portò alla chiusura del tabloid News of the World. Bezos lo recluta da Dow Jones, altra società di Murdoch, che pubblica tra l’altro il Wall Street Journal.

Nel giro di pochi mesi, Lewis si pone in forte contrasto con Sally Buzbee, la prima donna a dirigere il Post, reclutata appena due anni prima. Al centro dello scontro, un groviglio di ragioni, che vanno dalla riorganizzazione redazionale che l’avrebbe confinata a social e giornalismo di pubblica utilità alla decisione di pubblicare un articolo sul coinvolgimento di Lewis nel processo in corso a Londra. Buzbee pubblica lo stesso, e il 2 giugno lascia il giornale. La storia viene rivelata tre giorni dopo dal New York Times.

A Lewis le dimissioni sembrano un’ottima occasione per mettere al timone del Post un altro inglese, Robert Winnett, vicedirettore del Daily Telegraph, la cui posizione conservatrice è in aperto contrasto con la tradizione liberal del Post. L’intento è quello di svecchiare il Post, che dopo essere cresciuto molto nei primi anni sotto Bezos è oggi in crisi di lettori e fatturato.

Il 15 giugno, da Londra, il Times pubblica un altro scoop: “Si dice che in Gran Bretagna editore e prossimo del direttore del Washington Post abbiano usato dati rubati”. Scrivendo sulla base di colloqui con Peter Koenig, ex collega di Winnett al Sunday Times, delle interviste edite dell’ex investigatore privato John Ford e del riscontro incrociato con gli articoli pubblicati, il Times descrive un ambiente giornalistico nel quale era prassi diffusa ottenere scoop pagando le fonti e fingendosi altri (blagging, nel gergo inglese). «La sua ambizione scavalcò la sua etica», dice Koenig di Winnett al New York Times, il quale in più punti sottolinea come il Sunday Times pagasse Ford «per ottenere materiale in modo surrettizio», sebbene non illegale a detta di questo. Di qui l’affondo: «Questo violerebbe i codici etici del Post e della maggior parte degli organi di stampa americani.» In altre parole, il giornalismo investigativo è una buona cosa purché rispetti la deontologia.

Ed è a questo punto che il Washington Post mette sul caso Winnett quattro giornalisti, compresi due vincitori del premio Pulitzer, e due ricercatori. Al posto suo, un giornale italiano avrebbe probabilmente ignorato la cosa o avrebbe pubblicato una sferzante smentita di taglio politico-dietrologico, del tipo «vogliono farci saltare perché temono che mi schieri con Trump» oppure «trovatemi la spia così la licenzio». Lavorando da Londra (non è chiaro se per evitare interferenze o perché vi abbondano le tracce dello stile Lewis-Winnett), la squadra del Post, produce invece un articolo di oltre 18.000 caratteri, recuperando persino le bozze del libro incompiuto del ladro di segreti. E, lungi dall’assolvere il futuro gruppo dirigente, il Post conferma le accuse mosse dal Times, con il quale è in competizione dai tempi del Watergate. Nessuno chiede agli inglesi un passo indietro, ma la reputazione del nuovo direttore è danneggiata prima ancora che entri in carica.

È presto per dire come andrà a finire. Guardandola dall’Italia, già adesso ci sono però tre cose che sorprendono. La prima è l’impegno dei giornalisti ad andare oltre quanto già noto, aggiungendo fonti inedite che in sé rendono l’articolo una notizia – insomma, nessuna minestra riscaldata o sunto del concorrente. La seconda, è che non c’è differenza tra il giornale dell’“editore puro” e quello dell’editore con altri interessi. Stesse regole, stessi standard qualitativi, stesso rispetto per il lettore. La terza, forse la più importante, è il modo con il quale il Post parla di sé stesso: in terza persona, con gli strumenti che applica ad ogni altra vicenda. Per scrivere l’articolo, i giornalisti hanno inviato al proprio amministratore delegato «un elenco di domande dettagliate, anche sull’origine delle informazioni per gli articoli del 2004». Attraverso un portavoce del Post, scrivono i quattro, «Lewis ha declinato di rispondere». Come se non fosse il loro editore, con facoltà di licenziarli, soprattutto con la ristrutturazione in corso.

Parafrasando i romani, «Lewis è il mio capo, ma la verità lo è di più».

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