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I giornali? Enclave autoreferenziali. Il pensiero di Ocone

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“Questa situazione può essere combattuta, o semplicemente arginata, diffondendo una cultura critica dei new media già a livello scolastico”. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Un tempo era tutto più semplice, forse. I giornali e gli altri mezzi di informazione o erano “organi” di partito, e quindi trasmettevano ed avevano una linea, o erano “indipendenti”. Poi, ovviamente, anche i giornali “indipendenti” avevano una proprietà di cui rappresentavano gli interessi. O  comunque rappresentavano interessi ben definiti di gruppi sociali, lobbies, movimenti ideali o culturali. E c’era forse pure qualche organo  più propriamente “indipendente”, che rispondeva quasi solo al mercato e al pubblico, e che, per una scelta di “imparzialità” più o meno realizzata, aveva autorevolezza e credibilità riconosciute. È su quest’ultimo tronco che nacque il mito del giornalismo soprattutto anglosassone: quello, per intenderci, dei “fatti separati dagli opinioni”, che a ben vedere è qualcosa di impossibile per principio ma che può essere un buon ideale regolativo. O quello che, quando di trattava di far esprimere un’opinione su un fatto accaduto, stava sempre attento a sentire le “due campane”, come suol dirsi, cioè due opinioni divergenti a cui veniva dato lo stesso spazio e che venivano addirittura messe una affianco all’altra per permettere che il lettore si facesse una sua personale opinione.

Sarebbe facile osservare e dire che oggi tutto questo non c’è più e che persino i giornali che avevano acquisito autorevolezza e credibilità per la loro tendenziale imparzialità oggi sono sfacciatamente partigiani. Una parzialità così accentuata che li porta ad escludere a priori, e a considerare vere e proprie “falsità”, le opinioni discordanti oppure le divergenti letture di certi eventi. Dimodoché essi diventano di fatto faziosi, manichei, prevedibili, tendenti a confermare i lettori nelle proprie opinioni e pregiudizi e non ad instillare in loro dubbi o autocritiche. Con il rischio di non capire più la realtà e di essere da essa sorpassati, come è stato evidente per molti giornali “autorevoli” nei casi del 2016 della vittoria della Brexit nel referendum inglese e di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane.

Lungi dall’aguzzare l’occhio e capire la realtà vedendo prima e meglio quello che altri non vedono ancora, i giornali mainstream, ma non solo quelli,  non si pongono nemmeno più lo scopo di aiutare, sollecitando un franco dibattito, ognuno a farsi la propria idea su un tema specifico. E quasi nessuno in verità questo dibattito lo cerca chiuso nella propria tribù di appartenenza: quella comunità ideale di “amici” che ha i suoi stessi idòla fori e che gli dà sempre ragione e anzi, mercé diavolerie algoritmiche, gli evita quanto più possibile i contatti con i diversamente senzienti e opinanti. Il “sistema” ci riduce a target, gruppo di influenza, commercialmente e politicamente definito e manovrabile. Eppure, io credo che anche questa mia descrizione della situazione in atto sia ormai obsoleta. Credo che ormai si sia fatto un passo in avanti e che un altro ancora sia il terreno ove si gioca il futuro dell’informazione, nonché quello  della formazione di un’entità immateriale ma reale che un tempo si chiamava “opinione pubblica”. Cerco di spiegarlo in parole semplici.

Oggi ci sono delle “narrazioni” che dominano il discorso pubblico, e che sono alla ricerca di quella che gramsciamente potremmo definire l’ “egemonia culturale”. Come è evidente, la “narrazione” più potente, tendenzialmente aspirante al ruolo di “pensiero unico”, è quella del “politicamente corretto”, di cui è espressione ad esempio l’ideologia globalista delle élite (progressiste) mondiali. Essa è anche la più insidiosa e pervasiva, perché si presenta come la fata Alcina di Ariosto sotto spoglie suadenti; nonché pericolosa, per tanti motivi da me abbondantemente elencati anche in questa rubrica e che, in una parola, possono essere ricondotti alla mancanza di quel “pensiero tragico” che è la quintessenza della cultura e civiltà occidentali. Questa “narrazione” ha generato per reazione, negli ultimi, una “contronarrazione” che però non è riuscita a organizzarsi in una sintesi concreta e non semplicemente reattiva: quella “populista” e “sovranista”.

E, sopratutto, pur avendo avuto indubbio successo a livello popolare, non è riuscita a scalfire se non minimamente le cittadelle della correctness ove si forgia il potere che domina nelle istituzioni culturali (editoria, università, scuola, giornalismo, ecc.). In ogni caso, ciò che voglio qui sottolineare è, da una parte,  che la battaglia, o meglio la guerra, per il potere si gioca oggi soprattutto a livello di rigide e polarizzanti “visioni del mondo”; dall’altra, che i mezzi di informazione, che sono il luogo per eccellenza ove passa oggi la politica,   ne sono oggetto ad un livello più profondo, oltre che più essenziale, di quello che era un tempo.

La “guerra culturale” (Culture Warrior è il titolo di un fortunato libro del commentatore di “Fox News” Bill O’Reilly), si gioca cioè non tanto a monte, ma a valle. Oggi, infatti, le centrali del potere mediatico hanno la possibilità e la capacità di creare una notizia o nascondere un fatto e sminuirlo già dal modo in cui lo presentano, lo impaginano, lo illustrano, lo titolano. E la battaglia si gioca a questo livello ultimo e sofisticato, che è comune a tutti gli attori in campo, e che, a ben vedere, fa sembrare ingenuo ragionare in termini di fake news e “influenze esterne”. O, più probabilmente,  anche l’indignazione per le “manipolazioni” altrui serve a nascondere le proprie e guadagnare punti sull’avversario. I giornali, anche i maggiori, sono ormai delle enclave autoreferenziali: creano, giusto per fare un esempio, un personaggio (uno scrittore, un’opinionista, ecc…) dal nulla e ignorano per lo più quelli di altri giornali, dando l’impressione che ogni criterio di “oggettività” sia andato perso e spingendo gli interessati a cercare un aggancio con la parrocchia più potente alla portata di ciascuno. Questa creatasi è una situazione abbastanza irreversibile, ma che può essere combattuta, o semplicemente arginata, diffondendo una cultura critica dei new media già a livello scolastico.

La cultura digitale che al grosso pubblico manca, e in primis agli studenti (il cosiddetto digital divide),  non esige semplicemente di dare a tutti un tablet o una connessione, o fare di ognuno un bravo programmatore. Consiste, piuttosto, nel far capire come si forma una notizia, quali sistemi di potere ci sono dietro, quali meccanismi assolutamente non “neutrali” ne governano la diffusione. In sostanza, a dubitare per principio di ciò che ci viene propinato.

 

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