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I dolori del Pd di Schlein e Bonaccini

Pd

Che cosa succede nel Pd fra Schlein e Bonaccini. La nota di Sacchi

 

Pur avendo comunicato il suo staff che Elly Schlein era in partenza per Bruxelles dove si teneva la riunione del Pse in vista del Consiglio Europeo, certi visi lunghi di esponenti dem mercoledì scorso alla Camera per l’assenza della neosegretaria alla seduta sulle comunicazioni del premier, un’assenza che ha oggettivamente lasciato la scena a Giuseppe Conte nel “duello” con Giorgia Meloni, erano già un primo segnale del malumore nel nuovo Pd.

Visi lunghi non solo tra i sostenitori dello sconfitto Stefano Bonaccini, ma anche tra chi ha sostenuto la neosegretaria o lo aveva fatto senza molto entusiasmo, conciliaboli e capannelli tra le mai tramontate correnti, abolite solo sulla carta come i “capibastone” o “cacicchi” di cui Schlein aveva decretato l’abolizione.

Malumori sul fatto che all’agguerrito concorrente leader pentastellato e ex premier fosse stata lasciata di fatto la scena brandendo la cosiddetta arma “pacifista”, volta a contendere consensi al Pd in vista delle Europee su un tema cruciale e dirimente come l’aggressione russa all’Ucraina.

Mentre l’attenzione mediatica era quasi tutta concentrata sull’iniziale assenza dei ministri leghisti e presunte spaccature della maggioranza che alla prova dei fatti, con il voto sempre compatto del centrodestra, non ci sono state, quella dei visi lunghi e dei capannelli dem, con la discussione sui nuovi capigruppo, segnava il ritorno a tensioni e spaccature nel nuovo-vecchio Pd.

Un braccio di ferro che Bonaccini, leader della cosiddetta area riformista sconfitta, area che annovera tra i suoi esponenti anche Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa del governo Draghi, ha ufficializzato contro le scelte di Schlein per sostituire le attuali presidenti dei gruppi Debora Serracchiani (Camera) e Simona Malpezzi (Senato).

Il governatore dell’Emilia Romagna attacca e dice chiaramente che non ci sta. Non è d’accordo con l’elezione di due capigruppo dell’area di maggioranza, come Chiara Braga (quota Dario Franceschini, grande sponsor della leader) alla Camera e Francesco Boccia, sempre più spostato a sinistra, altro sponsor di Schlein, al Senato. Bonaccini, che aveva assicurato unitarietà, però ora fa presente a chiare lettere che “la collaborazione deve essere reciproca”.

È di nuovo braccio di ferro nel Pd dove le correnti non sono di fatto mai tramontate. E, del resto, lo stesso Manuale Cencelli con il quale erano state distribuite le quote nell’assemblea nazionale, con netta prevalenza per l’area dem franceschiniana rispetto a quelle di Nicola Zingaretti e Andrea Orlando (entrambi sostenitori con sfumature diverse della neoleader), era già un presupposto oggettivo, probabilmente inevitabile, per la ripartenza del “correntismo”. Intanto, però sembra che l’area di Bonaccini, in vista della riunione, che dovrebbe essere decisiva per la scelta dei capigruppo martedì, stia subendo alcune defezioni come quelle di esponenti dell’area ex lettiana.

Vengono nel giro di poche settimane, prima di quanto si immaginasse, già al pettine tutti i nodi irrisolti di un partito dove, caso unico, il voto degli iscritti, che avevano eletto Bonaccini, non ha coinciso con quello delle primarie che hanno incoronato Schlein. E la scelta che verrà fatta per i capigruppo avrà riflessi anche sulla composizione della segreteria. Probabilmente alla fine si troverà un compromesso per evitare la rottura. Ma l’anomalia della clamorosa differenza tra voto degli iscritti e quello delle primarie, sulle quali avrebbe inciso l’apporto di elettori grillini, sembra destinata a pesare a lungo. E certa ambiguità anche sulla politica estera, pur avendo anche il nuovo Pd appoggiato il sostegno all’Ucraina, senza però mettere la parola armi nel testo della risoluzione, rischia di annullare presto l’effetto benefico dovuto alla novità Schlein dei 4 punti di vantaggio sui Cinque Stelle. Conte aspetta al varco, alle Europee.

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