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Hype Machine e la nuova era social

Hype Machine

Il Bloc Notes di Michele Magno

Come era prevedibile, l’uso dei social media è letteralmente esploso nel corso della pandemia. Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram e Youtube sono stati il veicolo principale di notizie corrette (talvolta) sul coronavirus, come di clamorose bugie (nella maggioranza dei casi) sul lockdown nei vari paesi, di cure pericolose e di fantomatici complotti perpetrati da governi e multinazionali farmaceutiche. I social media, allora, sono un potente strumento di diffusione di informazioni vitali, oppure sono solo una macchina propagandistica che, se priva di controlli, rischia di distruggere la democrazia e la nostra salute? Quali sono i loro benefici e i loro costi per la conoscenza scientifica e la convivenza civile?

A queste domande cerca di rispondere un libro fresco di stampa, Hype Machine (Angelo Guerini e Associati, edizione italiana a cura di Luca Serafini). Il suo autore, Sinan Aral, è il direttore di uno dei più importanti centri di ricerca americani sull’influenza delle tecnologie digitali nella società, Il suo libro, frutto di un lavoro ventennale, si distingue per l’analisi accurata dei meccanismi che regolano la comunicazione sui social media. Come spiega Luca Serafini nel suo splendido saggio introduttivo, il termine Hype, in prima battuta, rimanda al concetto di “battage pubblicitario”. Che si tratti di una campagna di marketing o di una campagna politica, allude a una comunicazione martellante, all’idea di “battere la grancassa” per suscitare il coinvolgimento del pubblico, dei consumatori, degli elettori.

D’altro canto, il termine Hype, proprio perché designa un messaggio lanciato in maniera sensazionalistica per creare una forte aspettativa, non può che rinviare anche alla centralità della sfera emotiva rispetto a quella razionale. Hype Machine, infatti, “ci stimola  (hypes us) -scrive Aral- a mantenerci attivi, e il modello di business che porta avanti si avvantaggia del fatto che noi siamo emotivamente coinvolti”. Questo mercato della persuasione è pertanto un “mercato delle emozioni”.

In questo senso, i social media -ricorda l’autore- possono essere utilizzati sia per coordinare i movimenti di protesta che hanno segnato le “primavere arabe”, sia gli attentanti terroristici, come è avvenuto nel 2015 al Bataclan parigino attraverso Telegram; possono favorire la partecipazione dei cittadini alle manifestazioni di piazza, come possono manipolare le preferenze dei votanti mediante la cessione illegale di dati personali.

Diceva Ennio Flaiano che la verità non ha ormai più alcun senso da quando la menzogna è così a buon mercato. Purtroppo le fake news sono sempre esistite, né si possono imporre per legge le ragioni della verità violata. I media tradizionali, di cui gli anni centrali del Novecento (quelli di Flaiano) hanno segnato il trionfo, comportavano un tipo di comunicazione unidirezionale: dal vertice alla base. L’unica differenza rispetto al passato riguardava l’ampiezza dell’uditorio. Gorgia parlava a una trentina di greci, Hitler a milioni di tedeschi.

Con la Hype Machine, la cui spina dorsale è costituita (nell’ordine) dai social network, dall’intelligenza artificiale e dagli smartphone, la comunicazione diventa invece multidirezionale: la base può perfino governare e controllare il messaggio. Di qui la comparsa di nuove figure sociali: l’hacker e il “chiunque”, come l’ha chiamato Alain Badiou, ossia il cittadino del web senza identità e senza volto. Dunque ha ragione il partito dell’Internet bugiardo? In realtà, no. Beninteso, la lotta politica condotta a suon di fandonie sul palcoscenico nazionale (e internazionale) è avvantaggiata da tre fattori: la possibilità dell’anonimato; la possibilità di raggiungere rapidamente un vastissimo numero di persone: il fenomeno delle “cascate” informative (la bufala che diventa virale).

Siamo quindi ben lontani dalla “cyberdemocracy” immaginata da Nicholas Negroponte e Gianroberto Casaleggio. Al contrario, uno dei principali ostacoli che si frappongono al superamento di questo lucroso commercio delle emozioni “estreme” è proprio la formazione di monopoli nel settore digitale. L’assenza di trasparenza, le violazioni della privacy, la possibilità di condizionare le scelte legislative, sono in larga misura l’effetto di un mercato non concorrenziale e dominato da pochi blocchi di potere.

Come si può sconfiggere, allora, la facile menzogna dei professionisti del clic? Chi è favorevole a provvedimenti restrittivi della libertà di comunicazione, con il nobile scopo di arginare il falso, dovrebbe sapere che di fatto finiscono col mettere a tacere anche il vero. È il meccanismo che Cass Sunstein ha definito “chilling effect”, effetto gelante.

L’anatomia critica della “nuova era social” di Aral sviscera questo dilemma con cognizione di causa e formula proposte concrete affinché il nostro futuro non dipenda soltanto dalle decisioni di Mark Zuckerberg o di Jeff Bezos. Non è qui possibile darne conto, tanto sono numerose e dettagliate. Basti sottolineare che esse sono basate sulla descrizione di fatti inoppugnabili, e non su pregiudizi ideologici. Con un obiettivo chiaro quanto condivisibile: quello di creare nell’ecosistema digitale una relazione virtuosa tra diritto alla verità e  libertà d’espressione.

Del resto, chi è favorevole a provvedimenti restrittivi della libertà di espressione, con il nobile scopo di arginare il falso, dovrebbe sapere che in realtà finisce col mettere a tacere anche il vero. Come sostiene la filosofa Franca D’Agostini in un aureo volumetto (Menzogna, Bollati Boringhieri, 2012), si può invece adottare il vecchio principio del “lasciar crescere la gramigna” perché con essa cresca anche il grano.

 

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