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Perché a Hong Kong si torna a picchiare contro la Cina

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Che cosa succede a Hong Kong? L’articolo di Marco Orioles

A meno di un anno da quando a Hong Kong si è spento il lunghissimo ciclo di manifestazioni popolari innescate dal tentativo del regime di varare una legge sull’estradizione che avrebbe compromesso l’autonomia dell’isola, Pechino ci prova di nuovo e suscita l’immediata reazione della piazza.

Ad appena tre giorni dall’annuncio da parte del Congresso Nazionale del Popolo riunito in questi giorni a Pechino di voler approfittare dell’attuale sessione per varare con uno stratagemma costituzionale un provvedimento dietro il cui nome in inglese (“Establishment and Improvement of the Legal System and Implementation Mechanism for the Safeguarding of National Security in the Hong Kong Special Administrative Region“) si cela la più massiccia violazione del principio “Un paese, due sistemi”, gli hongkongers hanno fatto vedere di nuovo al mondo tutta la loro rabbia.

Riunitisi intorno a mezzogiorno nella zona di Causeway Bay in barba alla mancata autorizzazione dalla parte delle autorità e senza curarsi minimamente delle norme di distanziamento sociale in vigore anche nell’isola, un migliaio circa di manifestanti ha marciato sventolando bandiere blu e urlando slogan indipendentisti – atti che, quando e se la nuova legge sarà in vigore, porteranno diritti in carcere i loro autori.

Non c’è voluto molto tempo perché gli agenti, presenti in gran numero, intervenissero rudemente tentando di disperdere la folla con spray al peperoncino e cannoni d’acqua, riuscendo però solo a innescare momenti di tensione che hanno causato, come ha successivamente riferito la polizia in un comunicato, molteplici danneggiamenti e l’arresto di almeno 180 persone.

Ma la prova di forza della polizia nulla è stata di fronte alla fermezza con cui il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ieri ha rigettato le critiche piovute da tutto il mondo e rivendicato la bontà delle azioni del proprio governo.

Parlando ai reporter da Pechino dove erano in corso i lavori del Congresso Nazionale del Popolo, Wang ha ribadito non solo che il governo centrale ha tutto il diritto di emanare norme a tutela della sicurezza, ma che lo farà “senza il minimo ritardo”.

Spiegando poi che il suo governo, come qualsiasi altro nel mondo, detiene la responsabilità “primaria e ultima” della sicurezza nazionale in tutte le sue regioni amministrative, Wang ha chiarito che Pechino non tollererà “interferenze esterne”, osservando che la tendenza degli altri Paesi a ficcare il naso negli affari di Hong Kong ha messo in serio pericolo la sicurezza nazionale della Cina.

Lungi dall’essere solitarie, le parole di Wang hanno fatto parte di un fitto coro che ha visto partire ieri dai media e da numerosi politici cinesi svariate bordate in direzione delle potenze straniere – gettonatissimi, per ovvi motivi, gli Stati Uniti d’America – che sostengono “separatisti” e “terroristi” per il puro gusto di indebolire il Partito Comunista cinese.

Tutt’altro che intimiditi, gli Usa hanno invece alzato la propria voce attraverso il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien, lesto a constatare che con la mossa da parte del Congresso Nazionale del Popolo la Cina “si sta sostanzialmente prendendo Hong Kong”, e questo gli Usa lo impediranno a colpi di “sanzioni che saranno imposte su Hong Kong e sulla Cina”.

Le parole di O’Brien riflettono quanto previsto dalla legge firmata l’anno scorso da Donald Trump che conferisce al Dipartimento di Stato la responsabilità di redigere per il Congresso un rapporto annuale sulla situazione a Hong Kong e di varare, in caso di comportamenti anomali da parte del regime che ledono l’autonomia dell’isola, sanzioni punitive nei confronti di Pechino.

Era stato il portavoce del Dipartimento di Stato Mortan Ortagus a ricordare giovedì che la presentazione del rapporto al parlamento è stata ritardata quest’anno per consentire l’eventuale annotazione di “azioni aggiuntive volte a minare ulteriormente l’autonomia di Hong Kong che Pechino stia contemplando in vista e durante il Congresso Nazionale del Popolo”.

Il giorno dopo, era stato il Segretario di Stato Mike Pompeo ad ammonire la Cina esortandola ad accantonare la sua “proposta disastrosa” e a “rispettare l’alto livello di autonomia, le istituzioni democratiche e le libertà civili” dell’isola, affermando candidamente che gli Usa “stanno con il popolo di Hong Kong”.

Un nuovo, durissimo braccio di ferro attende dunque al varco le due superpotenze rivali sullo sfondo del nuovo tentativo da parte della Cina di piegare gli indomiti abitanti di Hong Kong e far accettare al mondo il fatto compiuto della fine dell’autonomia di cui gli hongkongers vanno fieri.

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