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Hengtong e Orange, ecco come la Francia asseconda il dominio della Cina nei cavi sottomarini. Il progetto Peace

di

Orange

Tutte le implicazioni geopolitiche del progetto Peace (Pakistan and East Africa Connecting Europe), il peso del colosso cinese Hengtong e il ruolo della francese Orange

 

Dalla lontana invenzione, quasi due secoli fa, del telegrafo agli odierni mirabilia di internet e della comunicazione on line è cambiato tutto, tranne una regola fondamentale che l’analista Alessandro Aresu riepiloga egregiamente in un recente saggio su Limes: “la centralità dei cavi sottomarini nel sistema delle telecomunicazioni mondiali non è mai tramontata”.

Il corollario geopolitico di questa semplice ma niente affatto banale notazione tecnica è automatico: chi controlla i 378 cavi sottomarini che si snodano oggi per un totale di 1,2 milioni di chilometri sotto la superficie marina garantendo tra il 95 e il 99% del traffico internazionale di comunicazioni ha le migliori chance di controllare anche il mondo.

Ed esattamente come in altri ambiti della competizione globale per il potere, anche in questo dominio prettamente tecnologico è in atto una sfida tra le talassocrazie rivali degli Usa e della Cina.

Il simbolo della sfida portata da Pechino alla primazia Usa si chiama PEACE, che è l’acronimo di “Pakistan and East Africa Connecting Europe”. Si tratta di un progetto elaborato due anni fa che punta a collegare la Francia al Pakistan e prevede la messa in posa entro il 2021 di dodicimila km di cavi sottomarini, che dal Pakistan si dirameranno attraverso l’Oceano Indiano verso l’Africa Orientale, passando per il Golfo di Aden e il Canale di Suez, con punti di atterraggio dei cavi in Kenya, Gibuti e Egitto, e punto di atterraggio finale nella città di Marsiglia.

PEACE è un consorzio che non solo coinvolgeva in origine alcuni pesi massimi del Dragone, ma lasciava chiaramente intendere la presenza della longa manus del regime. Vi troviamo anzitutto PCCW global, che è la divisione internazionale di HKT, il principale operatore di telefonia mobile di Hong Kong che ha una vasta rete di interessi e sedi sparse negli Usa, Uk, Francia, Australia, Belgio, Cina, Grecia, Giappone Corea del Sud. Singapore, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti.

Ma il ruolo del leone in PEACE spetta senz’altro a Hengtong, società che formalmente è quotata a Shanghai ma cela una storia di fondazione molto simile a quella di Huawei – il suo patron è stato un ufficiale dell’Esercito che ha aperto bottega più o meno nello stesso tempo in cui Ren Zhengfei creava il futuro colosso delle tlc –  e quindi lascia intravedere più di qualche legame con il  Partito Comunista cinese. A tal proposito, Aresu ricorda come le unghie del Pcc affondino in Hengtong tramite la presenza di ben mille dipendenti (il 5% della forza lavoro) che oltre ad essere funzionari del partito sono anche organizzati in una Scuola di Partito aziendale.

Che lo spirito del “socialismo con caratteristiche cinesi” sia ben vivo in Hengtong assieme alla obbedienza alle direttive del nuovo corso del presidente Xi Jinping lo dimostrano le parole scelte dalla società per riempire la sezione “chi siamo” del proprio sito web, dove, come ricorda Aresu, si dice a chiare lettere che “Hengtong si impegnerà per (…) diventare un marchio globale sotto la strategia nazionale della One Belt, One Road”.

Un’altra garanzia per Pechino di un controllo su PEACE era rappresentata dall’altro socio: Huawei Marine. In un comunicato Huawei dell’ottobre dell’anno scorso diramato sul proprio sito, PEACE Cable International Network era presentata infatti come “una sussidiaria del gruppo Hengtong e di Huawei Marine Networks Co.”

Peccato che, nel frattempo, il ciclone Trump si sia abbattuto su Pechino e sui suoi disegni di dominio economico e tecnologico globale. Un’offensiva che non ha risparmiato PEACE, finito nel mirino del Dipartimento del Commercio Usa che, come sottolinea Aresu, ha imposto a Huawei la vendita a Hengtong della sua quota di maggioranza in Huawei Marine Systems.

Fatta fuori Huawei, nell’organigramma di PEACE è spuntato invece repentinamente il nome di un nuovo socio che tutto ha fuorché gli occhi a mandorla: Orange.

In un comunicato diffuso pochi giorni fa dal suo sito, Orange – che si presenta come “l’unico operatore francese in questo settore con le infrastrutture e l’expertise tecnico” necessari al progetto – spiega che si occuperà di “realizzare e operare la stazione di atterraggio dei cavi a Marsiglia per collegarla a uno dei maggiori centri dati della città e per farne uno snodo per la rete europea”.

Nel medesimo comunicato, Orange comunica anche di coltivare grandi idee per la sua partecipazione in PEACE. Si pensa infatti anche ad un collegamento con le Americhe “grazie all’accesso alla rete transatlantica accessibile dalla Francia”. Orange fa inoltre sapere di aver “acquistato 500 Gbps di capacità sul cavo tra Marsiglia e il Kenya al fine di sostenere per parecchi anni la crescita del traffico nell’Oceano Indiano”. L’obiettivo, in sintesi, è quello di “trovare strade alternative”, riducendo anche la “dipendenza dal cavo EASSy che collega Gibuti al Sudafrica”.

Per quella che Aresu nel suo saggio chiama “cavocrazia”, il rimescolamento delle carte in PEACE – progetto pensato per conferire alla Cina un ruolo di prim’ordine nello smistamento delle comunicazioni tra tre continenti – appare tanto come un piccolo putsch. Dove la defenestrazione di Huawei non è altro che la prosecuzione della guerra tecnologica Usa-Cina con altri mezzi.

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