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Vi racconto le prossime guerre fra Usa e Cina

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Le diverse strategie di Cina e Usa nella guerra commerciale e geopolitica fra i due Paesi. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Ieri come oggi non sono pochi gli analisti e gli studiosi di politica internazionale che si sono fatti ingannare dalla politica cinese. Grazie infatti alla sopraffina abilità in campo politico — assai lontana spesso dalle scelte grossolane poste in essere dagli Stati Uniti in materia di politica estera — è stata data un’immagine di una Cina sopraffatta da problemi di corruzione, dalla gestione delle minoranze etniche e dalle questioni ambientali. Mentre in realtà la Cina è lungi dall’essere in declino visto che il suo Prodotto Interno Lordo supera quasi quello degli Stati Uniti.

Non dobbiamo mai dimenticare, considerando la storia recente della Cina, che l’obiettivo finale del Dragone è quello di vendicare l’umiliazione che gli americani gli hanno inflitto. Per lungo tempo la Cina ha accettato l’aiuto americano gettando in tal modo le basi per l’attuale politica di proiezione di potenza.

Vediamo, seppure in breve, di ripercorre le tappe che hanno consentito alla Cina di diventare una potenza in grado di contrastare gli Usa proprio grazie agli Usa che, pur di contrastare la Russia, hanno poste le premesse per l’attuale egemonia cinse.

Nel 1971, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon decise di formalizzare le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Ma nel 1985, l’agente della Cia Larry Wu-Tai Chin confessò di aver fornito alla Cina documenti riservati in preparazione di un piano di riconciliazione Cina/Usa preparato dalla Cina.

Per influenzare il presidente Richard Nixon e spingerlo a riconciliare la Cina con gli Stati Uniti, il piano era di invitare Nixon a Pechino. La seconda parte del piano fu quella di dimostrare agli Stati Uniti la determinazione della Cina ad allontanarsi dalla sfera di influenza sovietica. Per questo, la Cina pose in essere senza preavviso due test di bombe all’idrogeno proprio vicino ai confini sovietici.
Nonostante tutto, il presidente Richard Nixon resistette a questi tentativi perché voleva evitare ritorsioni da parte dei sovietici. Ma alla fine cedette nel luglio 1971 quando il suo concorrente Ted Kennedy, senatore del Massachusetts, espresse la sua volontà di essere il primo politico americano a visitare Pechino.

E così, nel febbraio 1972, Richard Nixon visitò Mao Zedong a Pechino. Seguirono alcuni “doni” alla Cina, come la fine del programma di aiuti della Cia per il Dalai Lama o il riconoscimento da parte degli Stati Uniti nel 1978 della Cina comunista come governo legittimo. Senza dimenticare naturalmente la collaborazione scientifica tra i due paesi durante l’amministrazione Reagan che ha sostenuto la Cina nello sviluppo di otto centri di ricerca nazionali su varie ed importanti questioni scientifiche come la robotica, l’intelligenza artificiale e le tecnologie spaziali.

Nel 1981 inoltre, proprio Reagan firmò la direttiva sulla sicurezza nazionale che autorizzava la vendita di navi e tecnologia missilistica alla Cina. Non solo.

Nonostante la claudicante memoria di molti analisti italiani che sono persuasi che la storia dei rapporti tra Cina e Usa sia iniziata l’altro ieri, gli Stati Uniti hanno anche venduto armi alla Cina aiutandola nei loro programmi nucleari civili attraverso la cooperazione nucleare.

In altri termini gli Stati Uniti hanno fatto un errore strategico analogo a quello compiuto in Afghanistan: hanno addestrato infatti i mujaheddin in funzione antisovietica per poi trovarseli come agguerriti nemici nel contesto della Jihad islamica.

A tale riguardo mi permetto di consigliare ai lettori di andarsi a leggere questo splendido saggio di John K. Cooley intitolato: “Una guerra empia. La Cia e l’estremismo islamico“ nel quale “per opporsi all’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, gli Stati Uniti strinsero una sorprendente alleanza anti-comunista con gli estremisti islamici. Cooley racconta i retroscena di questa alleanza e di come la Cia pianificò la “guerra santa” in Afghanistan. Racconta come, con l’aiuto dell’Arabia Saudita, dei servizi segreti militari pakistani e persino con il coinvolgimento della Cina, vennero armati, addestrati e finanziati duecentocinquantamila mercenari islamici di ogni parte del mondo. Inoltre, con un’impressionante mole di prove, Cooley traccia le dirompenti conseguenze di quell’operazione: il trionfo dei Talibani, la diffusione mondiale del terrorismo islamico, la destabilizzazione dell’Algeria e della Cecenia, gli attentati al World Trade Center. E in tutto ciò spicca curiosamente il ruolo di Osama bin Laden, già “protetto” della Cia e ora “nemico pubblico numero uno”.

Ritornando alla Cina, nel contesto della sua strategia volta a diventare una potenza egemone a livello internazionale, il Dragone non ha puntato su investimenti militari eccessivi come hanno fatto gli Usa.Ha al contrario rivolto prevalentemente la sua attenzione a quegli armamenti che permettono di annullare gli effetti delle armi nemiche come ad esempio le tecnologie antisatellite o le intrusioni informatiche.

Ad ogni modo, solo nel marzo 2013 le vere ambizioni della Cina sono venute alla luce attraverso il discorso di Xi Jinping, il nuovo presidente della Repubblica popolare cinese che ha sottolineato il suo desiderio di vedere il suo “sogno di una nazione forte” diventare realtà nel 2049.

La Cina è insomma stata in grado per oltre trent’anni di nascondere la sua ambizione di diventare una potenza egemone alle potenze straniere per non allertare troppo rapidamente i suoi avversari mentre, nel frattempo, influenzava esperti e altri stakeholder esterni per ottenere la loro simpatia e il loro favore.

La pazienza è stata essenziale — e sarà essenziale — per raggiungere gli obiettivi e quindi la Cina sta seguendo le orme delle sue 14 dinastie imperiali prendendosi il tempo per ingannare e individuare il momento giusto, la famosa forza “shi”, per attaccare.

Invece di sprecare tempo e denaro per sviluppare le sue risorse militari come fanno gli Usa, la Cina preferisce prendere di mira i punti deboli dell’avversario. Non solo, la Cina è interessata ad attuare una strategia che utilizza il diritto internazionale per limitare la libertà di azione e le scelte legislative degli Stati Uniti. I responsabili della politica estera (uomini d’affari, politici e personaggi dei media) sarebbero mappati dalla Cina in base al loro grado di simpatia e sostegno per la Cina. Coloro che sono considerati amici della Cina hanno un accesso privilegiato a contratti e investimenti governativi. Ma In cambio, devono diffondere l’immagine di una Cina pacifica che ha bisogno di aiuto e non rappresenta una minaccia a livello globale.

Invece gli altri — cioè coloro che esprimono dissenso — vengono rapidamente marginalizzati e la loro influenza viene neutralizzata dalla Cina. Per questo, la Cina sta bloccando il loro accesso ai visti.

Oltre a questa strategia la Cina svolge anche azioni dirette e indirette contro i media occidentali. Pertanto, sono in corso azioni dirette da parte di diplomatici cinesi e personalità legate alla Cina al fine di limitare la pubblicazione di informazioni compromettenti per la Cina. Quanto alle azioni indirette, la Cina pone in essere vere e proprie strategia di pressione esercitata sui media da inserzionisti, aziende partner della Cina e governi stranieri. Ogni pubblicazione critica espone questi media al rischio di vedere bloccate le inserzioni pubblicitarie che consentono loro di finanziarsi.

Infine, la Cina non ha alcun scrupolo ad usare anche aggressioni fisiche e gli attacchi informatici contro qualsiasi persona fastidiosa.

In ultima analisi, numerosi studiosi sono persuasi che siano tre gli scenari possibili.

Il primo è quello di un mondo unipolare con l’egemonia cinese.

Il secondo è quello di due superpotenze che sono gli Stati Uniti e la Cina mentre il terzo è quello di una tripartizione tra Stati Uniti, Cina e India.

Tuttavia, la situazione mondiale dipende molto dallo sviluppo di movimenti moderati e riformisti in Cina, nonché dall’assistenza che l’Occidente ha fornito — e fornirà — a questi movimenti — come sta facendo con Taiwan e con Honk Kong — per destabilizzare dall’interno la Cina con la collaborazione del suo fidato alleato inglese. Pensiamo a tale riguardo alla cosiddetta primavera araba nel quale il ruolo del movimento Otpor ha avuto un ruolo decisivo.

Quale sarà allora la strategia posta in essere dagli Stati Uniti?

A livello geoeconomico limitare per esempio gli aiuti finanziari concessi ogni anno dagli Stati Uniti alla Cina come aiuto alla crescita, misurare e sviluppare la competitività americana come sta già facendo la Cina, identificare e denunciare gli inquinatori cinesi che provocano l’aumento delle emissioni di gas serra di 500 milioni di tonnellate ogni anno in Cina.

A livello geostrategico trovare alleati che condividano lo stesso obiettivo sia a livello nazionale che internazionale supportando per esempio paesi attualmente intimiditi dalla Cina come Mongolia, Corea del Sud, Giappone e Filippine, nonché supportare sia i dissidenti cinesi che i riformatori pro-democrazia in Cina mentre a livello di sicurezza interna gli Usa dovrebbero rafforzare la sicurezza delle proprietà intellettuali e tecnologiche proteggendosi dallo spionaggio informatico ed incrementare il controspionaggio poiché la Cina ha dimostrato di essere abilissima ad infiltrarsi nella società porosa americano sfruttandone le debolezze.

In definitiva per avere un’idea di quanto sia pericolosa la Cina basterebbe guardare a ciò che sta accadendo oggi in Australia e ai report edito dalla intelligence australiana che abbiamo già avuto modo di discutere proprio su queste pagine. 

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