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Grillo, Raggi, Esopo e Trilussa

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Che cosa dice e pensa davvero Beppe Grillo di Virginia Raggi secondo il notista politico Francesco Damato

 

Non credo che, per quanto comico, Beppe Grillo sia davvero convinto del messaggio di solidarietà, chiamiamolo così, che dal suo blog personale, e a dispetto delle altre urgenze di governo con le quali è alle prese il suo movimento in questi giorni, tra autostrade, fondi europei ed emergenze virali, per non parlare degli incontri sospetti e tutti italiani del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha voluto lanciare alla sindaca capitolina Virginia Raggi. Alla quale egli ha fatto dedicare dall’amico Franco Ferrari un sonetto in romanesco intitolato “Virgì, Roma nun te merita”.

Va bene che il fondatore, o co-fondatore, garante, elevato e quant’altro delle 5 Stelle, è tra i pochissimi che andando per Roma, a piedi o in auto, quando vi scende dalle sue ville al Nord, è tra i pochissimi fortunati a non avere avvertito le buche e le puzze da rifiuti della Capitale, ma arrivare a sostenere che i romani, originari o d’importazione, non si siano meritati e non si meritino la sindaca finalmente prossima alla scadenza del suo mandato, è una cosa davvero fuori dal mondo.

Personalmente, da residente a Roma, l’unica attenuante che riconosco alla Raggi è di avere dovuto subire troppe volte i consigli, gli indirizzi, gli ordini, chiamateli come volete, del suo quasi partito. Che le ha mandato tra i piedi persone spesso incredibili, incappate anche in guai giudiziari che hanno messo in imbarazzo fior di garantisti. Sin dai primi mesi della sua avventura capitolina la povera Raggi apparve sostanzialmente e politicamente commissariata dal suo Movimento, con tanto di titoli di giornali contro i quali francamente non ricordo serie smentite, precisazioni e invettive degli interessati. Alcuni o alcune delle quali sembravano anzi compiaciuti di una simile realtà, evidentemente nella convinzione di dare del loro quasi partito di appartenenza una immagine, diciamo così, incisiva. Gli assessori si sono avvicendati nella giunta Raggi con una frequenza davvero non comune, al minuscolo naturalmente.

Prendersela adesso non con la Raggi ma con gli sfortunati ai quali è toccato di essere amministrati da lei, mi sembra davvero esagerato, anche per un comico, ripeto, e improvvisato cultore del romanesco. I titoli giornalistici di reazione pari ai suoi insulti Grillo se li è perciò meritati  tutti. Lasciatemi tuttavia sospettare, con la solita malizia teorizzata dalla buonanima di Giulio Andreotti come la pratica di un fortunato indovino, che Grillo — nonostante la serietà con la quale lo ha preso il solito Fatto Quotidiano attribuendogli  il patrocinio di un “bis” della Raggi — abbia voluto dare un suo personalissimo contributo allo scioglimento del nodo politico del Campidoglio per fare passare alla sindaca la voglia di ricandidarsi l’anno prossimo, assecondata da tipi come Di Maio. Il problema è la rimozione di un ostacolo grande come una casa, anche come una caserma, sulla strada, non a caso gradita a Grillo per convinzione ormai diffusa e mai smentita, dell’estensione dell’alleanza di governo col Pd di Nicola Zingaretti a livello locale. E che locale, trattandosi di Roma.

Così la Raggi può ben diventare  fra i poveri, incolpevoli romani addirittura l’uva troppo acerba per la volpe della famosa favola di Esopo, così lontano nel tempo e nella parola da Trilussa e dall’emulo amico di Grillo, tal Franco Ferrari.

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