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Grecia fuori dalla crisi? Una mezza bufala. Ecco perché

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Crisi-Grecia

L’approfondimento di Tino Oldani sulle prospettive della Grecia

L’ultima bufala europea è il salvataggio della Grecia. «Crisi superata», hanno detto in coro, pochi giorni fa, i 19 ministri finanziari dell’Eurogruppo. «Dal 20 agosto la Troika uscirà di scena e la Grecia potrà tornare a finanziare il proprio debito sui mercati: missione compiuta». Balle. Se andate di fretta, vi bastino due numeri: nel 2010, quando iniziarono i piani di salvataggio, il debito della Grecia era di 262 miliardi di euro. A fine cura, nel 2018, non è per nulla diminuito, anzi, ora è pari a 323 miliardi (il 179% del pil). In pratica, è al punto di partenza. E non è un caso che i piani per il futuro, dietro l’ottimismo di facciata, parlino di austerità destinata a durare fino al 2060.

Come ciò sia potuto accadere, ha dell’incredibile. Certo, la Grecia ha le sue colpe: per anni ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, ha falsificato il bilancio statale e rischiato il default. Ma, pur di non uscire dall’euro, ha accettato otto anni di commissariamento da parte della Troika (2010-2017), con tre diversi piani di aggiustamento del bilancio statale, grazie ai quali ha ricevuto aiuti economici per oltre 273 miliardi di euro, somma superiore all’intero pil del Portogallo (313 miliardi). Prestiti che, per la quasi totalità, sono serviti a ripagare altri prestiti, soprattutto quelli delle grandi banche europee, soprattutto tedesche e francesi, che in precedenza (dalle Olimpiadi del 2000 in poi) si erano esposte sulla Grecia. Così, ora che i creditori internazionali sono stati tacitati, la Troika (Fmi, Bce, Commissione Ue) lascia il campo e i ministri dell’eurozona parlano di «risultato storico», ma si guardano bene dal mollare la presa.

Anzi, l’Eurogruppo ha deciso di concedere al governo di Alexis Tsipras un altro prestito di 15 miliardi, una parte dei quali (3,3 miliardi) dovrà servire per ripagare un prestito del Fmi. Ovviamente in cambio di programmi di assoluta austerità da parte del governo greco, tali da garantire «un surplus primario del 3,5% del pil fino al 2022 e uno del 2,2% fino al 2060». Vale a dire: altri tagli alle pensioni (ve ne sono stati già 13), ai salari pubblici e alla sanità, e inasprimenti fiscali e tariffari di ogni tipo (mezzo milione di greci hanno rinunciato all’eredità, non avendo di che pagare la tassa di successione).

Già, i prestiti. Per quanto la Grecia sia malandata (22% di disoccupati, tasso che sale al 50% tra i giovani), per quanto la sua popolazione si sia impoverita (3,7 milioni di persone su 10 milioni di abitanti sono a rischio di povertà o di esclusione sociale; mezzo milione sono espatriati in cerca di lavoro), il gioco dei prestiti non si è mai interrotto. E i creditori, a quanto pare, non ci hanno mai rimesso. Germania in testa, come conferma il sorprendente risultato di una interrogazione rivolta dal partito dei Verdi al governo della signora Angela Merkel. Domanda: la Germania ha guadagnato, oppure ha perso, nei tre salvataggi della Grecia? Risposta del governo: dal 2010 ad oggi, Berlino ha accumulato circa 2,9 miliardi di euro di profitti, grazie ai tassi di interesse maturati sull’acquisto di titoli pubblici greci all’interno del piano Spm (Securities market program) lanciato dalla Bce.

Stando a quanto i Verdi tedeschi hanno reso pubblico, i paesi dell’eurozona avrebbero dovuto restituire alla Grecia i profitti di tale programma se Atene avesse rispettato tutte le condizioni di austerità imposte in cambio dei salvataggi. Tuttavia, in base alla risposta data dal governo tedesco, tali profitti sono stati restituiti dalla Germania allo stato greco e all’Esm (Fondo salva-stati) solo nel 2013 e 2014. Gli altri sono stati invece versati in un conto. Nel dettaglio: fino al 2017 la Bundesbank ha racimolato 3,4 miliardi di euro dagli interessi sui titoli greci; di questi, ha trasmesso 527 milioni alla Grecia nel 2013, più 387 milioni all’Esm nel 2014. Al profitto netto di 2,5 miliardi si sono poi aggiunti altri 400 milioni provenienti dalla banca statale KkW. «Contrariamente ai miti della destra», ha commentato Sven Christian Kindler, esperto economico dei Verdi, «la Germania ha fortemente beneficiato della crisi della Grecia».

In Grecia la soglia di povertà è fissata a 4.560 euro l’anno per persona, e sale a 9.576 euro per una famiglia formata da due adulti e due bambini inferiori a 14 anni. Dopo otto anni di Troika, le famiglie a rischio povertà o esclusione sociale (in pratica, l’impossibilità di pagare le bollette di gas, luce, acqua e riscaldamento) sono 789 mila su un totale di 4,1 milioni di famiglie. Senza i sussidi sociali, il 50,8% della popolazione sarebbe a rischio povertà. Uno scenario sociale disastrato, da incubo, al quale ha contribuito non poco il fatto che il governo Tsipras, in cambio dei prestiti, ha varato tutti gli 800 provvedimenti economici di austerità richiesti dalla Troika. Altri ne dovranno seguire nel 2019 e negli anni seguenti: ogni mese i creditori eseguiranno dei controlli, e se la Grecia non sgarrerà, in cambio potrà avere dei benefici finanziari. Piaccia o no, questa è la disciplina imposta dai mercati.

I ministri dell’eurozona, settimana scorsa, hanno esultato, parlando di «salvataggio riuscito», tesi condivisa perfino dai media tedeschi. Un coro al quale non si è unito un giornale americano, il Washington Post, che dice l’esatto contrario: «La crisi economica greca è finita soltanto per chi non vive in Grecia. La ripresa di cui si vantano le autorità europee non esiste. E il Fondo monetario prevede, con ottimismo, che nel 2023 la Grecia sarà del 12% più povera di quanto lo fosse nel 2007, prima della crisi. Questo implica che tornerà al livello pre-recessione nel 2030, o giù di lì. Hanno fatto un deserto, e lo hanno chiamato ripresa».

(articolo pubblicato sul quotidiano Italia Oggi)

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