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Google Cache? Vi racconto cosa si dice qui negli Usa sulla guerra banche-big tech. Parla Feltri (ProMarket)

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L’avanzata di Google, Facebook, Amazon e non solo nella finanza. Le divisioni nella politica. Il ruolo dei regolatori. E le polemiche tra intellettuali. Parte da questo sabato su Start la rubrica “Mark to Market”, la conversazione con Stefano Feltri, neo direttore di ProMarket.org 

 

Parte da questo sabato su Start la rubrica “Mark to Market”, la conversazione con Stefano Feltri (già al Foglio e al Riformista, poi vicedirettore del Fatto Quotidiano). Ora Feltri lavora per lo Stigler Center presso la University of Chicago-Booth School of Business, come senior editor del sito ProMarket.org e dagli Stati Uniti continua a scrivere per Il Fatto.

Col progetto Cache, Google sbancherà le banche. Che si dice negli Usa? Più i favorevoli o i contrari?

L’annuncio del piano di Google per lanciare un conto corrente, in partnership con Citigroup, non arriva certo a sorpresa. Tutte le piattaforme digitali stanno studiando da tempo come disintermediare il settore del credito: perché lasciar ad altri quei dati preziosi che permettono di ridurre il principale costo del settore finanziario – l’incertezza – quando puoi guadarci direttamente? Da anni con i servizi Google Pay le nostre preferenze vengono già tracciate, ma in un segmento molto limitato come quello dell’acquisto di app o di servizi dentro le app. Google vuole andare oltre.

Solo benefici per i consumatori?

I benefici per il consumatore sono assai incerti (un conto corrente è un conto corrente, anche se lo offre Google), ma quelli per l’azienda sono chiari: mettere le mani su un enorme massa di dati, in esclusiva. La promessa di non cedere a terzi le informazioni e’ risibile: non e’ mai stata rispettata e, soprattutto, non e’ affatto rassicurante che Google sia l’eventuale depositaria unica di preziose informazioni sulla nostra storia finanziaria e di consumo.

E a ProMarket che ne pensate?

Qui a Chicago, a ProMarket e in generale allo Stigler Center, siamo sempre molto scettici sulla possibilità che le piattaforme digitali si espandano in altri settori. Già ora Google e Facebook cumulano un potere lobbistico superiore a quello che una volta avevano l’industria dell’acciaio, quella dell’auto, la NRA (la lobby delle armi) e i grandi giornali. Ci manca solo che assorbano anche la capacità di influenza che ha Wall Street…

Big tech si lanciano sempre più sulla finanza, chi più chi meno ha progetto avviati: Amazon, Apple, Facebook. Qual è il clima di regolatori e legislatore negli Stati Uniti?

Le audizioni al Senato sul progetto di Libra, la valuta promossa da Facebook, sono state un bagno di realtà per Mark Zuckerberg e non solo. Il settore finanziario resta molto più regolato e delicato di altri in cui le piattaforme finanziarie sono entrate senza problemi (come il commercio o la pubblicità digitale) o violando le regole (il trasporto urbano, nel caso di Uber). La reazione dei regolatori, ma anche della politica, a Libra è stata molto ostile e il progetto ora vacilla. Banchieri e assicuratori non hanno intenzione di farsi scavalcare dai nuovi monopolisti della Silicon Valley. Ma la partita è soltanto all’inizio.

E’ la Warren il candidato presidenziale più pro spezzatino delle big tech?

Assolutamente sì. E per questo è così temuta da tanti, incluso Mark Zuckerberg che, guarda caso, è amico di un altro candidato Democratico, Pete Buttigieg. La Warren ha trasformato un dibattito culturale – quello sul ricorso all’Antitrust per regolare il settore digitale – in una priorità politica. Per la prima volta Google, Facebook e Amazon sono sulla difensiva. Più di qualunque valutazione politica e sociologica, l’impressionante schieramento pro-business che si oppone alla Warren rende la sua corsa verso la Casa Bianca molto ardua.

Perché? Maretta anche tra i Democratici sul tema?

E’ difficile vincere le elezioni quando le piattaforme su cui si svolge il dibattito politico ti sono ostili. Ma il consenso intorno alla necessità di reagire all’eccessivo potere di Google e Facebook è crescente. Anche una candidata democratica come la senatrice Amy Klobuchar, su tanti dossier distante dalla Warren, è molto bellicosa contro Big Tech. Non va però sottovalutato il potere di queste aziende: il presidente della sottocommissione del Senato che si occupa di Antitrust e tecnologia, Mike Lee, era molto ostile a Google. Poi l’azienda ha dimostrato una certa attenzione al suo distretto elettorale nello Utah e Lee si è ammorbidito. Cose che capitano.

Che cosa farai con ProMarket? E che cosa è? Una specie di Lavoce.info americana?

ProMarket è un sito creato dallo Stigler Center, il centro di ricerca sull’economia e lo Stato guidato da Luigi Zingales dentro Booth, la business school dell’Università di Chicago. E’ un sito piccolo ma con una grande ambizione: portare la ricerca economica di avanguardia dentro il dibattito pubblico e portare il dibattito pubblico dentro l’accademia, che ha sempre un po’ la tendenza a chiudersi in una torre d’avorio. L’idea però non è fare soltanto divulgazione, ma contribuire con articoli comprensibili a tutti a grandi questioni di cui i media tradizionali spesso non riescono a occuparsi, per carenza di competenze o per condizionamenti da parte di azionisti e inserzionisti.

Siete a pagamento?

Siamo gratuiti, non dobbiamo fare ricavi e come unico limite abbiamo il rispetto dei principi fondanti dell’università di Chicago: tutto quello che diciamo deve essere basato su solidi argomenti scientifici. C’è ancora molto lavoro da fare e a inizio 2020 dovremmo lanciare una versione rinnovata del sito.

Su Amazon e Uber mi pare che hai pubblicato inchiestine interessanti.

In questi miei primi due mesi da responsabile di ProMarket, questa condizione ibrida, a metà tra giornalismo e accademia, ci ha permesso di pubblicare articoli e saggi che solo uno spazio cosi libero può ospitare. Dalle inchieste sui sistemi opachi con cui Amazon penalizza le aziende che vendono i suoi prodotti sulla sua piattaforma alle analisi sulle vere ragioni delle rivolte in Cile ai modi subdoli con cui aziende come Uber condizionano la ricerca accademica.

Inchiestine o anche polemiche intellettuali?

Essendo a Chicago, non può mancare un vivace dibattito intellettuale sull’eredità – importante e controversa – dei Chicago Boys che hanno condizionato in modo profondo la cultura economica e giuridica americana. Chicago oggi non è meno influente che ai tempi di George Stigler, Milton Friedman e Aaron Director. Ma oggi, a differenza che negli anni Quaranta, Zingales, lo Stigler Center e molte energie intellettuali sono impegnate a contrastare i monopoli invece che a legittimarli.

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