Innovazione

Chi teme (e chi critica) Google Cache

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Le prime reazioni di analisti e addetti ai lavori al progetto Cache di Google nel settore bancario

Google sta per lanciare il suo conto corrente (e anche prestiti), in collaborazione con Citigroup. Un salto importante nel settore finanziario, che preoccupa non poco le istituzioni americane ed europee. Il progetto, il cui nome in codice è Cache, va a toccare qualcosa di davvero prezioso per l’utente. Non per il saldo che c’è in un determinato momento, ma per i dati che quel conto mostra e nasconde allo stesso tempo. Quelle abitudini e gusti che racconta registrando semplicemente dove spendiamo i nostri soldi. Andiamo per gradi.

L’ANNUNCIO DI GOOGLE

“Stiamo esplorando il modo in cui possiamo collaborare con banche e sindacati negli Stati Uniti per offrire conti correnti intelligenti tramite Google Pay, aiutando i clienti a beneficiare di utili approfondimenti e strumenti di budget”, ha affermato un portavoce di Google, confermando le indiscrezioni del progetto dal nome in codice Cache (qui i dettagli).

L’offerta dei conti correnti rappresenta il più grande tentativo della compagnia da 900 miliardi di dollari di conquistare il settore finanziario. Google ha presentato per la prima volta Google Wallet nel 2011, permettendo agli utenti di scambiarsi denaro in modo semplice (l’idea non ha riscontrato molto successo) e ha confermato la volontà di voler esserci anche nel settore finanziario quando ha introdotto il servizio Google Pay, che ha decine di milioni di utenti in tutto il mondo ed è particolarmente popolare in India.

PRIVACY E SICUREZZA AL PRIMO POSTO

Non mancano le preoccupazioni sul fronte privacy e concorrenza. Anche se Citigroup, l’istituto finanziario a cui si poggerà Google ha provato a tranquillizzare gli utenti: “Siamo lieti di esplorare la possibilità di fornire conti correnti su tutto il territorio nazionale tramite Google Pay”, ha dichiarato Citigroup, aggiungendo: “Al momento, la privacy e la trasparenza sono e continueranno ad essere priorità fondamentali”. Un portavoce di Citigroup ha affermato che la banca vigilerà affinché i conti intelligenti rispettino le stesse regole di un conto tradizionale.

LA PREOCCUPAZIONE DEGLI USA

Rassicurazioni, però, che non bastano a regolatori e i legislatori statunitensi, che come si legge su Reuters, hanno espresso preoccupazione per il modo in cui i grandi colossi tecnologici, da Google a Facebook, ad Amazon e ad Apple stiano entrando nel settore finanziario, con il rischio che la privacy venga minata da interessi ben più grandi e danarosi. Alla domanda sui nuovi piani di Google, il senatore democratico americano Mark Warner, ha espresso tutte le sue riserve: “Dovrebbe esserci un controllo molto rigoroso”, ha detto Warner alla CNBC, ricordando la necessità di nuove regole prima che entrino in campo le big tech.

ANCHE ABI CHIEDE UNA NUOVA NORMATIVA

Ad intervenire sull’argomento è stato in Italia Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi e presidente del comitato esecutivo ella Federazione Bancaria Europea, che in una intervista a MF-Milano Finanza ha sostenuto che è necessario “definire i principi di una open economy basata sui dati, che riguardi le banche, le società tecnologiche e gruppi di qualsiasi settore. Bisogna chiarire chi gestisce i dati, come e quali condizioni, indipendente dal comparto. Va fatto anche per tutelare la privacy dei clienti, in passato non sempre garantita al meglio dalle big tech”.

I BIT TECH HANNO CARATTERISTICHE “DIVERSE”

Quello che preoccupa Abi è facilmente intuibile. Mentre “le banche e le fintech hanno caratteristiche complementari”, non è così per le Gafa (Google, Apple, Facebook ed Amazon) che vantano non solo la “tecnologia, ma anche un’enorme base di clienti, ingenti risorse finanziarie e una forte capacità di penetrazione del mercato”, ha spiegato Sabatini.

I VANTAGGI DELLE BIG TECH

Il direttore generale di Abi ha anche aggiunto che le compagnie tecnologiche hanno anche due vantaggi: “Il primo è quello fiscale. Le banche pagano le tasse fino all’ultimo euro” e il secondo è che “le grandi società tecnologiche non sono soggette ad alcuna regolamentazione né sul capitale né in altri ambiti come l’antiriciclaggio”, spiega ancora Sabatini.

“Al contrario – aggiunge – ci sono asimmetrie a loro favore, come si è visto con la Psd2: le banche, su richiesta dei clienti, sono obbligate a fornire dati, creando se necessario le tecnologie per trasferirli, mentre le big tech non hanno questo obbligo nei confronti di banche autorizzate da clientela”.

I DUBBI DELLA BANCA COWEN

Ad esser convinta che i piani di Google incontreranno una “rigida opposizione politica”, viste le preoccupazioni sulla privacy dei consumatori, è la banca d’investimento indipendente americana Cowen, secondo quanto riporta Bloomberg.

“C’è un vero dibattito su chi tra le Big tech e le grandi banche sia politicamente più tossico per Washington”, ha scritto l’analista Jaret Seiberg in una nota: “Non vediamo come la combinazione dei due renderà la cosa accettabile”.

GOOGLE ONNIPOTENTE?

C’è da dire che l’ingresso di Google nel settore preoccupa non poco anche gli analisti. “Potenzialmente, se Google venisse autorizzato a condurre questa attività, potrebbe ormai fare quello che più”, afferma Greg O’Gara, analista di ricerca senior presso Aite Group.

SOGGETTI INSOSTITUIBILI?

I colossi della tecnologia, come Google e Facebook, lanciandosi nel settore finanziario intendono “sfruttare la loro ubiquità, il controllo dei dati dei consumatori e lo status culturale iconico per facilitare il flusso di denaro, anche attraverso partner come Citi”, ha commentato Will Trout, analista senior di Celent, aggiungendo che i big tech in questo modo diventeranno “componenti insostituibili dell’ecosistema dei servizi finanziari”.

UN ESPERIMENTO DARWINIANO

Il debutto Google nel mondo dei conti correnti, in collaborazione con Citigroup, può essere visto “come un gigantesco esperimento darwiniano di diversi accoppiamenti delle banche e delle grandi tecnologie” afferma Gerard du Toit, un partner della società di consulenza Bain & Co alla Bbc. “Ci saranno alcune mutazioni che avranno successo e altre che falliranno.”

USA IN RITARDO

L’incursione di Google, in un certo senso, bisogna pure aspettarsela. Così come quella di Amazon, Apple e Facebook. Gli Usa su questo fronte, infatti, sembrano essere arrivati in ritardo rispetto alla Cina, dove la necessità di colmare dei gap del settore finanziario tradizionale, ha spinto le aziende tecnologiche a spostarsi rapidamente verso i servizi bancari. I servizi di pagamento ad alta tecnologia forniti da attori del calibro di Ant Financial di Alibaba e WeChat di Tencent rappresentano circa il 16% del PIL cinese, rispetto a meno dell’1% negli Stati Uniti, secondo la Bank for International Settlements , un’organizzazione sostenuta da 60 del mondo banche centrali.

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