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Cosa si dice in Germania tra sondaggi elettorali e truffe per i tamponi

Laschet Cina

Fatti, polemiche e scenari politici in Germania. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

È stata la settimana del contro-sorpasso, almeno nel mondo virtuale dei sondaggi. I due partiti dell’Unione (la Cdu e la consorella bavarese Csu) hanno riconquistato il primo posto nel gradimento degli elettori, addirittura staccando di 3-4 punti a seconda delle rilevazioni. Il partito di Armin Laschet si colloca tra il 25 e il 26%, i Verdi seguono fissi al 22. È presto per dire se l’effetto Baerbock, la novità innescata dagli ecologisti di una candidata alla cancelleria giovane e dinamica, si sia arenato, magari sulle prime, inevitabili gaffe della campagna elettorale. Certo è che l’irresistibile ascesa dei Grünen ha segnato una battuta d’arresto, senza che l’alfiere della Cdu del dopo-Merkel abbia compiuto di suo alcuna azione memorabile.

Dopo un avvio di campagna elettorale folgorante, Baerbock è inciampata sulla prima buccia di banana, una ritardata comunicazione al fisco di compensi per attività extraparlamentari ricevuti nei mesi precedenti. Non è stato l’unico deputato (un analogo inconveniente ha coinvolto anche il parlamentare-epidemiologo dell’Spd Karl Lauterbach), ma la vicenda ha intaccato l’aurea morale degli ecologisti. Poi è arrivato il pasticcio “interno” sulle armi all’Ucraina con il co-presidente del partito, Robert Habeck: in visita a Kiev, Habeck si era dichiarato favorevole alla consegna di armi agli ucraini in chiave di difesa anti-russa, incassando una successiva smentita da Baerbock che ha dovuto far fronte al pandemonio scatenatosi nella base pacifista. Infine alcune puntualizzazioni sul programma di governo, pur non nuove, hanno rinfocolato la polemica sui costi della svolta verde che i Grünen propongono al Paese: dall’abolizione dei voli a corto raggio all’aumento delle accise sui carburanti, ci si comincia a chiedere chi pagherà le nuove politiche e se l’agenda verde non sia un lusso per ricchi benestanti.

Tanto è bastato per raffreddare gli entusiasmi iniziali, congelare la tendenza alla crescita nei sondaggi e relegare il partito al secondo posto nella graduatoria. Che è sempre un gran risultato che molto probabilmente aprirà le porte del governo, ma consegnerebbe la cancelleria al candidato conservatore.

Intanto domenica prossima i numeri virtuali conosceranno una nuova, parziale, verifica con la realtà. Il treno delle elezioni regionali fa tappa in Sassonia-Anhalt, un piccolo Land della Germania orientale, dove la Cdu è insidiata dai nazionalisti di Afd. Fino a una settimana fa la destra radicale risultava addirittura in vantaggio, gli ultimi sondaggi indicano invece anche in questo caso un contro-sorpasso. Le elezioni nei Länder dell’est sono ormai un rischio costante per i partiti tradizionali, ma soprattutto per la Cdu, i cui quadri locali sono spesso tentati da modalità di accordo con Afd: un’eventualità che invece rischia di essere pagata molto cara a livello nazionale. A differenza della confinante e più grande Sassonia e della Turingia però, la leadership locale della Cdu in Sassonia-Anhalt si mostra più prudente. Reiner Haselhoff guida la regione in un’inedita alleanza con Spd e Verdi nata nel 2016 proprio come cordone sanitario contro i nazionalisti. Il consolidamento di Alternative für Deutschland oltre il 20% dimostra quanto tale alleanza non abbia in realtà sanato i problemi alla base del consenso ad Afd.

Le recenti dichiarazioni del responsabile del governo federale per i Länder orientali Marco Wanderwitz (anche lui Cdu), che ha spiegato il successo dei nazionalisti a est come prodotto di una “socializzazione in anni di dittatura” e un “radicamento di idee antidemocratiche”, hanno suscitato polemiche e qualche malumore anche all’interno della stessa Cdu. Per coprirsi sul versante liberal-conservatore, Laschet ha imbarcato nella campagna elettorale Friedrich Merz, lo sfidante sconfitto all’ultimo congresso, particolarmente apprezzato dalle federazioni orientali del partito. Ma allo stesso tempo ha ribadito una netta distanza rispetto ad Afd con cui ha escluso ogni forma di collaborazione e ha aperto un fronte polemico con gli esponenti della cosiddetta “Werteunion” (Unione dei valori), un raggruppamento di esponenti ultraconservatori che tecnicamente non fa parte dell’Unione Cdu-Csu.

Se il voto confermasse gli ultimissimi sondaggi, Laschet potrebbe tirare un primo respiro di sollievo e la Cdu posizionarsi al primo posto ricalcando il 29% di cinque anni fa. Sarebbe un buon viatico per la più importante campagna elettorale nazionale, tanto più che dopo Afd gli altri partiti uscirebbero dalle urne della Sassonia-Anhalt più o meno tutti allineati attorno al 10%. Insomma, nessun boom per i Verdi: certo questa piccola regione non è mai stata terreno facile per gli ecologisti, ma si confermerebbe l’impressione che l’ascesa dei Verdi non sia irrefrenabile.

Sul piano nazionale conta però di più la valutazione sulla gestione della pandemia. E il miglioramento dei numeri dell’Unione può essere legato a quello dei contagi. La campagna vaccinale prosegue serrata, la terza ondata è stata interrotta, le infezioni crollano ovunque grazie alle dosi e all’estate finalmente arrivata. L’incidenza nazionale è scesa a 35 nuovi casi settimanali per 10.000 abitanti, solo un mese fa era oltre 170. Si susseguono le riaperture, seppure sotto rigide misure di igiene, il commercio e la gastronomia tornano a respirare, la tensione sociale si allenta.

L’unico problema che può ridestare il malumore è legato al nuovo scandalo sulle truffe per i tamponi. Questa volta non si tratta di traffici per la compravendita di mascherine, ma di inganni nei test veloci, divenuti centrali nell’attuale strategia di contenimento del Covid. Oramai sono diffusissimi, nelle scuole, sui luoghi di lavoro, tanto che i media hanno ribattezzato la Germania una Testrepublik. E sono obbligatori per poter approfittare delle tante riaperture in corso: sedersi a un tavolino di un bar o di un ristorante, visitare un museo, far shopping nei negozi. Si possono fare quasi ovunque, test-center sono sorti a ogni angolo di strada, a Berlino praticamente tutti i club della città – ancora chiusi – si sono riciclati nel nuovo business, molti chioschi sono spuntati come funghi nelle zone dello shopping o dei ristoranti. E di un business si tratta: lo Stato paga per ogni test effettuato 18 euro, 12 euro per il tempo e l’impegno nell’effettuare ogni test e altri 6 euro per il materiale utilizzato, messo a disposizione dai diversi uffici sanitari. Chiunque può aprire un centro per i tamponi, non è necessaria una preparazione medica, è sufficiente seguire un brevissimo corso online.

Ora ci si è accorti che molti certificati sono fasulli, che i centri dichiarano di sfornare molti più test di quelli effettivamente fatti, per di più tutti con risultati negativi, per incassare i soldi statali. Sono partite le magistrature in due Länder (Nord Reno-Vestfalia e Baviera), ma la convinzione è che le truffe siano molto più diffuse. In attesa degli esiti delle indagini è finito nel mirino di nuovo il ministro della Salute Jens Spahn, accusato di non aver vigilato. Si vedrà se l’ennesimo rimpallo di responsabilità tra Spahn e le regioni nuocerà di nuovo ai sondaggi elettorali del suo partito, la Cdu.

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