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Germania, perché l’Assia ha castigato Spd di Nahles e Cdu di Merkel (che mollerà la politica)

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Germania

L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino sulle elezioni regionali dell’Assia

Oltre dieci punti in meno a testa per i partiti della Grosse Koalition nelle elezioni regionali dell’Assia, la Cdu di Angela Merkel e l’Spd di Andrea Nahles, le dame ammaccate dell’attuale politica tedesca. Venti punti in due, lasciati sul terreno di uno dei Land meglio governati del Paese, con l’economia che vola e la disoccupazione ferma al di sotto della già invidiabile media nazionale.

Eppure il vento velenoso di Berlino ha soffiato fin nel cuore dell’Assia, tra le strade eleganti di Wiesbaden e i grattacieli finanziari di Francoforte, trasformando quello che sarebbe dovuto essere un test regionale (qui governano Cdu e Verdi) nell’ennesimo schiaffo al governo nazionale.

Premiate invece tutte le opposizioni a Berlino, in maniera massiccia Verdi e destra nazionalista di Afd (oltre l’8% in più a testa rispetto al 2013), in maniera più contenuta liberali dell’Fdp e sinistra della Linke.

Inoltre, con il voto in Assia, l’Afd ha completato l’ingresso in tutti i 16 parlamenti regionali della Germania, confermandosi forza in grado non solo di affermarsi a livello nazionale ma anche di consolidarsi sul piano locale. Una spina nel fianco del sistema politico forse non più destinata a riassorbirsi in tempi brevi.

In Assia potrebbe paradossalmente rimanere quasi tutto come prima del voto, con la conferma del governatore uscente Volker Bouffier (Cdu) e un riequilibrio dei rapporti di forza a favore del partner di governo dei Verdi, che proseguono la marcia trionfale verso la dimensione di partito di massa: in Assia hanno ormai agganciato l’Spd, quasi raggiunto il 20% e conquistato oltre 8 punti in più rispetto all’elezione precedente, dopo cinque anni di responsabilità di governo. Alla fine della conta potrebbe essere necessario imbarcare anche i liberali, ma il volto del governatore sarà probabilmente lo stesso.

A Berlino invece potrebbe iniziare a cambiare tutto. Il voto dell’Assia, due settimane dopo quello in Baviera, è un chiaro segnale di sfiducia verso i partiti della Grosse Koalition, verso il governo nazionale e verso Angela Merkel che lo guida. La sua prosecuzione nuoce a tutti: ai cittadini che si scollano sempre di più dai politici e dai partiti tradizionali, a Cdu, Csu e Spd che inanellano un minimo storico dietro l’altro: ogni voto, ormai anche quello del condominio di un palazzo, viene preso a pretesto per randellare il governo a Berlino.

Se i conservatori possono almeno contare su un capitale di voti più ampio, che consente loro per ora di mantenere in molte situazioni il pallino delle coalizioni, come è comunque avvenuto in Baviera e avverrà in Assia (ma come ad esempio non è accaduto in Baden-Württemberg), l’Spd corre diritta verso l’insignificanza politica: della gloriosa socialdemocrazia tedesca si può oggi fare a meno nella formazione di governi di molti Länder. E se le trattative per la coalizione Giamaica non fossero fallite all’ultimo minuto, l’Spd sarebbe già oggi fuori anche dal governo nazionale.

Prima di iniziare a erodere il voto borghese dei conservatori, i Verdi sembrano aver quasi completato lo svuotamento della componente borghese dell’Spd, che dall’altro lato non è mai riuscita a recuperare la fiducia delle fasce disagiate perduta con le riforme sociali e del lavoro di Schröder di inizio Duemila.

Sarà dunque dall’Spd che arriveranno gli scossoni più robusti alla già precaria stabilità del governo nei prossimi giorni: se Angela Merkel lotta per la propria sopravvivenza politica, a Nahles tocca il compito di lottare per quella del suo partito, strattonata dalla sinistra interna che non voleva partecipare alla Grosse Koalition e ora ne chiede un veloce abbandono.

Nella prima dichiarazione dopo il voto, Nahles ha detto che la situazione del governo a Berlino non è più accettabile e che chiederà ai partner dell’esecutivo di concordare una road map di lavoro e una verifica a metà mandato sulla quale misurare ogni volta l’utilità per il suo partito di restare in barca. Sembra una proposta di corto respiro, di natura tattica, che non avvia alcuna revisione critica all’interno del partito e rischia di riattizzare il fuoco della polemica tra i partiti di governo.

E la cancelliera? “Non sono nata cancelliera e non l’ho mai dimenticato. Oggi è giunto il momento di aprire un nuovo capitolo”. Con queste parole Angela Merkel ha confermato in una conferenza stampa quello che aveva annunciato qualche ora fa al suo partito: è pronta a lasciare tutti i suoi incarichi. Al Congresso della Cdu previsto per dicembre ad Amburgo non si ricandiderà alla presidenza del partito, e nel 2021 non si presenterà alle elezioni per l’incarico di cancelliera, né tantomeno per un seggio in Parlamento. “Non voglio più ricoprire incarichi politici”, ha detto, escludendo anche di puntare a una carriera a Bruxelles.

Senza un vero terremoto politico, gli acerbi pretendenti alla successione difficilmente usciranno allo scoperto. La segretaria generale della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha già fatto sapere che in caso di caduta del governo si andrà direttamente a nuove elezioni. Quasi certamente con Angela Merkel. Un avviso con due destinatari: la fronda interna e l’Spd, che nuove elezioni le teme come il diavolo.

Ma anche in questo caso si resta sul terreno della tattica. Il problema è che i destini dei principali esponenti politici sono legati alla durata di questo governo, ma allo stesso tempo i ripetuti rovesci elettorali lacerano ulteriormente i rapporti fra i partiti e li spingono a irrigidimenti che accrescono la litigiosità. Un tappo politico e generazionale che spiega la paralisi di questo quarto governo Merkel e che da tempo ormai preoccupa anche il mondo economico e imprenditoriale.

Un’occhiata agli umori dei tedeschi spiega il particolare momento della Germania. Proprio nell’Assia che ha punito i due grandi partiti che hanno fatto la storia della Bundesrepublik, l’80% dei cittadini dichiarava di apprezzare il funzionamento dell’apparato amministrativo e burocratico della regione e promuoveva con il 67% di consenso l’operato del proprio governatore cristiano-democratico (salvo poi punirlo nelle urne). Ma una percentuale ancora più alta, l’86%, giudicava negativamente i partiti del governo nazionale, accusandoli di essere più presi dai propri problemi interni che da quelli del paese. Il 50% ha ritenuto il voto in Assia l’occasione giusta per dargli una sonora lezione. E cosa che dovrebbe allarmare anche il partito della cancelliera: di quel 50%, il 73% si è dichiarato un ex elettore della Cdu. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, nel voto dell’Assia la Cdu ha ceduto 94 mila voti ad Afd e 92 mila voti ai Verdi. Non è più solo l’Spd ad avere un problema di leadership.

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