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Galli insaccato, Arcuri mascherato e Draghi venerato (anche da padre Spadaro)

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arnese

Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. I tweet di Michele Arnese, direttore di Start, non solo su Draghi e Arcuri

 

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA SU MASCHERINE, BENOTTI E ARCURI:

I 72 milioni di euro incassati e spartiti dai mediatori di una maxi-fornitura di mascherine anti-Covid dalla Cina all’Italia, nei primi drammatici tempi dell’emergenza, furono il frutto di «un lucroso patto occulto con una pubblica amministrazione» realizzato da un «comitato d’affari» formatosi in quell’occasione e tuttora attivo. Per questa ragione la Procura di Roma e il giudice dell’indagine preliminare hanno ordinato il sequestro preventivo di beni mobili e immobili pari a circa 70 milioni nei confronti di otto indagati: si tratta di conti correnti bancari, di persone e società, case, una barca acquistata per 770.000 euro, una moto Harley Davidson da 500.000, orologi di lusso Rolex, Daytona e altre marche.

Il nome più noto tra gli inquisiti è quello di Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa ma soprattutto, annotano i pubblici ministeri, «persona politicamente esposta per essere stato già consulente presso la presidenza del Consiglio dei ministri e vari ministeri, con notevoli entrature nel mondo della politica e dell’alta dirigenza bancaria». Assieme a lui si muovono l’imprenditore milanese Andrea Tommasi e l’ecuadoriano Jorge Solis San Andres. Sono loro, nella primavera scorsa, a organizzare l’importazione di circa 800 milioni di mascherine pagate oltre un miliardo di euro, ciascuno con un ruolo specifico; Solis ha i contatti con i produttori cinesi, Tommasi organizza la logistica di spedizioni e distribuzione, mentre Benotti è la chiave d’accesso a chi deve comprare e pagare: l’ufficio del commissario straordinario per l’emergenza Covid guidato da Domenico Arcuri.

Una «attività di interposizione fondata sul rapporto personale» tra Benotti e Arcuri, ricostruiscono il procuratore aggiunto Paolo Ielo e i sostituti Gennaro Varone e Fabrizio Tucci, dimostrata anche dai tabulati telefonici: 1.280 «contatti giornalieri» tra febbraio e aprile 2020 (messaggi, chiamate con e senza risposta, tentativi andati a vuoto). Poi, dal 7 maggio, più nulla. Tanto che Benotti confida a un interlocutore il timore che Arcuri abbia interrotto i rapporti per via di qualcosa che «ci sta per arrivare addosso».

Il reato ipotizzato è traffico di influenze illecite: Benotti e coindagati sono stati pagati (dai fornitori cinesi, secondo la ricostruzione degli investigatori della Guardia di Finanza) in cambio di «un privilegio di accesso, superando il filtro delle pari opportunità, attraverso il corridoio segreto di un rapporto speciale»: quello tra Benotti e Arcuri, «necessario passepartout» che però non compare nell’elenco degli indagati. Dopo aver ipotizzato il reato di corruzione a carico del commissario, i pm hanno chiesto l’archiviazione perché «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo». Il gip deve ancora decidere, ma ieri l’ufficio stampa di Arcuri ha comunicato che dall’inchiesta sfociata nel sequestro di beni «risulta evidente che la struttura commissariale e il commissario, estranei alle indagini, sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati» per ottenere «compensi non dovuti dalle aziende produttrici».

Arcuri assicura massima collaborazione agli inquirenti e ha chiesto ai suoi avvocati di valutare la possibilità di costituirsi parte offesa. Nell’atto d’accusa della Procura, tuttavia, si sottolinea che il «comitato d’affari» ha potuto beneficiare di «un certo ascendente sulla struttura commissariale, la quale non appare interessata a costituire un proprio rapporto con i fornitori cinesi né a validare un autonomo percorso organizzativo per certificazioni e trasporti, preferendo affidarsi a freelance improvvisati, desiderosi di speculare sull’epidemia». E a riprova di ciò citano un’intercettazione del novembre nella quale Tommasi (destinatario della fetta più grossa dei 72 milioni) si vanta al telefono: «Io sono stato il più grosso fornitore di mascherine in Italia, ne abbiamo vendute 925 milioni al governo italiano, gli unici ad avere mascherine certificate a posto e via dicendo. Adesso, in questa fase di disperazione il commissario Arcuri mi ha chiesto di trovargli i guanti perché non c’è niente in giro…».

L’indagine prosegue anche per accertare eventuali millanterie, dal momento che pure Jorge Solis, il 27 ottobre, citava il commissario: «Allora ascoltami, che tu sei bravo, per arrivare a Arcuri… Arcuri conosce al gruppo nostro… con tuo amico Arcuri a occhi chiusi te compra. Perché noi abbiamo dato… credito per 400 milioni all’Italia, che nessuno, nessuno lo ha. E hanno pagato tutto». In ballo, secondo l’accusa, ci sono nuovi affari legati a «tamponi rapidi, guanti chirurgici e nuove forniture di mascherine», mentre Solis «sta tentando di porsi quale mediatore per l’acquisto di un macchinario da parte dell’Ospedale Gemelli di Roma». In autunno Solis segue l’evolversi della situazione e, scrivono i pm, risulta «singolare, quanto raccapricciante, l’aspettativa che a novembre “esploda” (cioè, vi sia il lockdown nazionale), perché da questo si attende lucrosi affari».

Secondo la Procura «emerge con chiarezza l’avidità e la spregiudicatezza dei protagonisti di questa vicenda», mentre gli avvocati di Benotti definiscono il sequestro eseguito ieri «un provvedimento inspiegabile che rappresenta una grave ingiustizia, che impugneremo in tutte le sedi».

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