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Chi dopo Macron in Francia. Ecco i sei candidati

Viaggio tra idee, ambizioni e incognite dei sei politici che puntano al dopo Macron in Francia. Il punto di Mennitti.

Calato il sipario sul G7 di Evian, l’ombra dell’Eliseo inizia a stagliarsi sul calendario della politica francese. Il vertice dei cosiddetti grandi della Terra è stato probabilmente l’ultimo palcoscenico di Emmanuel Macron. La Francia si prepara al congedo nel prossimo anno e il suo addio apre una voragine nel centro della politica francese e in fondo anche in quella europea.

Di solito a questo punto ci sarebbero decine di pretendenti, ma stavolta il cerchio si sta stringendo in fretta. I francesi sembrerebbero davanti a una partita a sei: sei candidati in cerca d’autore impegnati in una gara di resistenza, dove l’eredità di un presidente sicuramente controverso, spesso contestato, diventa il terreno di scontro tra vecchie guardie e nuovi fenomeni mediatici. Vediamo chi sono.

I MODERATI E IL PESO DELL’EREDITÀ

Édouard Philippe si muove con la sicurezza di chi sa aspettare il proprio turno. L’ex premier, oggi sindaco di Le Havre, ha capito che per vincere deve mettere spazio tra sé e Macron. Pur sostenendo ancora l’Europa e il libero mercato, Philippe batte sul tasto dei conti pubblici e non ha paura di dire cose scomode, come la necessità di lavorare fino a 67 anni: in Francia è una sicura dichiarazione di guerra sociale. È il preferito dei moderati, ma sa bene che in Francia essere il favorito all’inizio della corsa spesso non porta bene. Il vecchio detto vaticano – chi entra Papa esce cardinale – vale anche dalle parti dell’Eliseo.

Sulla stessa scia si trova Gabriel Attal. È stato il pupillo di Macron, il più giovane a guidare il governo, ma il rapporto si è incrinato bruscamente quando il presidente ha sciolto l’Assemblea nazionale quasi a sua insaputa. Da allora Attal cerca di farsi un nome proprio, provando a ripulire il partito Renaissance dall’immagine elitaria che lo ha frenato. Punta tutto sull’efficienza dello Stato e sulla scuola, cercando di strappare i giovani al richiamo delle destre.

I TRE VOLTI DELLA DESTRA NAZIONALE

Il Rassemblement national (Rn) sta vivendo una situazione paradossale. I sondaggi li danno per vincenti, ma Marine Le Pen rischia di non arrivare nemmeno ai nastri di partenza. Il suo futuro politico è appeso a una sentenza di tribunale prevista per luglio: se i giudici confermeranno l’uso improprio di fondi europei, per lei scatterebbe l’ineleggibilità.

È qui che entra in gioco Jordan Bardella, il “piano B” che sta diventando la scelta principale per molti simpatizzanti. Trentenne, bravissimo a comunicare sui social e con una storia personale che parte dalle periferie difficili, Bardella piace perché sembra meno radicale e più attento all’economia rispetto alla leader del partito. È poi un volto nuovo, una boccata d’aria fresca dopo la lunga e talvolta turbolente saga familiare dei Le Pen.

A completare il quadro a destra c’è Bruno Retailleau, scelto dai Repubblicani (les Républicains). Lui rappresenta la linea dura e pura: ordine, sicurezza e radici cattoliche. Immigrazione, sicurezza e controllo del territorio saranno d’altronde questioni centrali nell’ormai prossima campagna elettorale. Come ex ministro dell’Interno (è stato sostituito nell’ottobre dello scorso anno da Laurent Nuñez) può vantare una discreta competenza in materia. Esponente della componente più istituzionale della destra, tenta di riportare il suo partito ai fasti di Chirac e Sarkozy, usando toni che però spesso rincorrono quelli dei nazionalisti. E si sa, quando i toni sono gli stessi, gli elettori scelgono spesso l’originale. Retailleau è però destinato a svolgere un ruolo centrale in questa campagna: è probabile che saranno proprio gli elettori della destra tradizionale a determinare l’esito dell’eventuale ballottaggio tra il centro macroniano e il Rassemblement National.

LE FRATTURE DELLA SINISTRA

Dall’altra parte della barricata, Jean-Luc Mélenchon resta l’uomo delle piazze e dei grandi contrasti. Il leader di La France insoumise (Lfi) non ha ancora detto ufficialmente se ci riproverà per la quarta volta. La sua posizione ufficiale rimane prudente, ha più volte ripetuto la formula secondo cui si candiderà solo se ciò sarà ritenuto “necessario” e se attorno al suo nome si potesse coagulare il consenso dell’intera coalizione progressista. Ma le sue dichiarazioni pubbliche e le dinamiche interne alla sinistra francese lascino la porta ampiamente aperta e i suoi sostenitori non sembrano avere dubbi.

Mélenchon continua a scuotere il dibattito con posizioni euroscettiche e simpatie per Mosca, arrivando a strappi violenti anche con gli ex alleati socialisti. È una figura che spacca il paese: amatissimo dai giovani e nelle banlieue, è percepito come un pericolo da gran parte dell’elettorato moderato. Ma la polarizzazione innescata dalle crisi multiple (economica, energetica, geopolitica) che attraversa l’Europa potrebbe favorire l’ascesa dei radicalismi, sulla falsariga di quanto sta avvenendo nella vicina Germania. In questo scenario, la forte base elettorale personale e il risultato del 2022 mantengono il leader di La France Insoumise al centro dei giochi per la leadership della gauche.

DIECI MESI DI PASSIONE

Con una sinistra radicalizzata, il centro che tenta di fare quadrato e una destra sovranista che sente ormai arrivato il proprio momento, la Francia si prepara a dieci mesi di tensioni altissime. In palio non c’è solo il futuro di Parigi, ma il volto stesso dell’Europa. E chissà se sarà davvero tra questi sei pretendenti che verrà fuori il nome del prossimo presidente. O se alle sempre meno stabili élite francesi non riuscirà di nuovo l’impresa di tirar fuori dal cilindro un personaggio capace di sparigliare di nuovo le carte. Come accadde per Macron dieci anni fa.

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