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Francia, come e perché il governo segue la linea tedesca per ripartire

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Fino a pochi giorni fa l’Italia costituiva il quadro di riferimento per la Francia su come affrontare la crisi sanitaria, ora il benchmark per Parigi si è spostato sulla Germania e su un gruppo di altri Paesi nordici per la ripartenza economica. Il punto di Enrico Martial

In Francia, la voglia di uscir di casa è palpabile, le aziende premono, la scuola chiusa aumenta le disparità sociali, ci si chiede delle condizioni degli anziani isolati, dei quartieri in difficoltà. La Conferenza di Macron di lunedì di Pasquetta aveva creato aspettative sulla riapertura dell’11 maggio, ma anche un robusto dibattito.

Da martedì i ministri hanno complicato il dibattito con altre domande, a cui si son aggiunte quelle dei soggetti interessati – come gli insegnanti sulla riapertura delle scuole – e quelle sugli errori fatti. In Francia si discute sempre molto, è un po’ il costume nazionale, ma dopo una settimana in cui anche la tensione politica accennava a salire, occorreva una messa a punto.

Così, domenica pomeriggio, 19 aprile, il primo ministro, Édouard Philippe, e il ministro della Salute, Olivier Véran, hanno rassicurato, spiegato e descritto il “possibile e il conosciuto” in vista dell’11 maggio e del piano previsto per fine mese. La conferenza stampa è durata ben due ore.

Poiché non è perseguibile la strategia dell’immunità di gregge per costi e pressione sanitaria, è confermato che si dovrà convivere con il virus “per parecchio tempo”. L’11 maggio le scuole apriranno progressivamente, come ha detto Macron, dunque non tutte e un po’ per volta, regione per regione e caso per caso. Si troveranno spazi più grandi, si alterneranno mezze classi una settimana per l’altra.

Nei prossimi giorni, sotto la responsabilità dei singoli responsabili degli Ehpad (le RSA francesi, che hanno avuto qualche problema, in parte come in Italia), inizieranno delle visite dei familiari, senza contatto fisico e con distanziamento. Diversi centri avevano indicato che l’isolamento dagli affetti stava incidendo sulle stesse condizioni di salute degli anziani.

Il trasporto aereo difficilmente riprenderà per l’estate, ed è quindi sconsigliato prenotare vacanze all’estero. Non è sicuro che il secondo turno delle elezioni municipali possa aver luogo a fine giugno, si vedrà a seconda dell’evoluzione epidemiologica, e una decisione finale sarà presa probabilmente il 23 giugno.

Il telelavoro continuerà ad essere un metodo privilegiato, le aziende apriranno anch’esse un po’ per volta, escludendo ancora bar e ristoranti. Ci saranno misure di distanziamento anche tra i lavoratori, con procedimenti che iniziano a essere disegnati. Nei mezzi pubblici, dall’11 maggio, ci vorrà “probabilmente” la mascherina.

Questo è un punto dolente. Rispetto alla prima fase in cui nelle due zone di crisi – renana e parigina –mancavano letti, respiratori e DPI, lo Stato aveva reagito con più letti, trasferimenti e una serie di acquisti che sembravano mettere al riparo da ulteriori mancanze. Poi alcune consegne sono arrivate in ritardo e le maschere sono mancate di nuovo, costringendo al sequestro di altri acquisti, effettuati da Comuni, Regioni e aziende, direttamente negli aeroporti, come succede in Italia. Guardando però alla Germania, che ha rafforzato la produzione interna per tutelarsi dalle incertezze logistiche di invio dalla Cina, il primo ministro ha annunciato che per l’11 maggio che saranno prodotti internamente 17 milioni di dispositivi alla settimana rispetto agli attuali 8 milioni.

Per quanto riguarda i test, ha spiegato il ministro della Salute, Oliver Véran, al momento della riapertura si faranno 500 mila tra test virologici e tamponi alla settimana. Anche in questo caso viene fatto paragone con la Germania, che già ora (e non fra venti giorni) ne realizza 700 mila.

Il punto significativo della conferenza stampa è stato appunto questo. Fino a poco fa l’Italia costituiva il quadro di riferimento transalpino perché era il primo Paese europeo ad attraversare la crisi sanitaria. La Francia ne seguiva l’esperienza e ne adottava le misure principali, sebbene con qualche adattamento: dall’isolamento nelle abitazioni ai modelli di autodichiarazione, alla risposta essenzialmente ospedaliera.

Tra i miglioramenti francesi vanno citati la diluizione della pressione sulle zone colpite sia con trasferimenti di pazienti (anche in TGV) sia con una maggiore capacità reale di accoglienza di rianimazione, giunti a un picco di 7019 letti utilizzati l’8 aprile rispetto al massimo di 4068 in Italia. La migliore risposta ospedaliera francese è stata territoriale, perché entrambi i nostri Paesi sono partiti a parità con 5000 letti di rianimazione, ma sull’insieme nazionale, mentre l’epidemia si è concentrata in zone specifiche.

Negli ultimi dieci giorni, però, il benchmark si è spostato sulla Germania e su un gruppo di altri Paesi nordici, che hanno persino mostrato un minor danno economico. La loro risposta è parsa meno ospedaliera e più di sanità pubblica, con azioni e politiche in parte “regionalizzate” per singolo Land e quindi adattate alle diverse dinamiche epidemiologiche, con molti più test e interruzioni delle catene di contagio, con soluzioni nuove (come le scuole “distanziate” in Danimarca, a cui ha fatto indirettamente riferimento Edouard Philippe). La Germania ha infine mostrato una maggiore autonomia strategica rispetto alla Cina, nella produzione interna dei materiali, dai reagenti alle mascherine.

Un nuovo riferimento insomma.

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