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Fini e limiti (finanziari) dell’intesa anti-Bri fra Ue e Giappone

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La sfida alla Cina e alla sua Bri è lanciata da Ue e Giappone. Ma il budget a disposizione dei progetti euro-nipponici non è nemmeno paragonabile ai quasi mille miliardi stanziati da Pechino. L’articolo di Marco Orioles

 

La Cina – s’interrogano gli europei – pretende di monopolizzare, con la sua “Belt and Road Initiative”, le infrastrutture per la connettività tra Asia, Africa Europa, trasformando tutti i partner coinvolti nella costruzione di strade, ponti e ferrovie in altrettante pedine di un domino egemonico fondato sui debiti contratti con Pechino e su accordi poco trasparenti?

Se le intenzioni di Pechino sono queste, l’Europa non ci sta e fa anzi la sua contromossa, sottoscrivendo con la nemesi asiatica della Cina – il Giappone del premier Abe Shinzo, che è anche un intimo amico e alleato di ferro di Donald Trump –  una partnership sulla connettività asiatica che, oltre che nella realizzazione di un ampio numero di infrastrutture, si sostanzierà in un mucchio di progetti congiunti in settori come commercio, trasporti, energia, digitale e ambiente.

Sono, guarda caso, gli stessi ambiti di cooperazione che la Cina propone – sulla base però di condizioni discutibili – ai partner della BRI, ragione per cui l’accordo di ieri è stato da molti osservatori inquadrato – vedasi i tweet sottostanti – come il controcanto europeo all’offensiva euroasiatica del Dragone:

 

Apposta in calce dallo stesso Abe e dal presidente uscente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, la firma dell’accordo è arrivata ieri all’EU-Asia connectivity Forum, organizzato a Bruxelles per marcare il primo anniversario dell’EU-Asia Connectivity Scheme sottoscritto sempre da Giappone ed Eu.

L’accordo dispone di una ingente leva finanziaria: 60 i miliardi messi sul piatto di un fondo di garanzia che potrà beneficiare di investimenti sia pubblici che privati.

Dagli account Twitter dell’Unione sono partiti, a forum in corso, vari cinguettii celebrativi, a rimarcare la portata dell’intesa oltre che il significato che inevitabilmente finisce per assumere per un blocco che molti considerano in estrema difficoltà sotto la pressione incrociata delle lusinghe  multimiliardarie della Cina di Xi e delle spinte in direzione opposta degli Usa di Trump:

https://twitter.com/eu_eeas/status/1177493572301361153?s=21

https://twitter.com/eu_commission/status/1177504398592884736?s=21

 

Al forum brussellese erano presenti, per farsi un’idea delle proposte in discussione, i delegati di svariati paesi candidati a entrare nello schema. A scrutare i lavori c’erano anche una delegazione di Pechino, guidata dal vice-direttore generale degli affari internazionali del Ministero degli Esteri, Guo Xuejun, e una degli Usa, rappresentati dal vice assistente Segretario di Stato per le politiche cyber, Robert Strayer, presente soprattutto per fare la più spietata azione di lobbying contro Huawei e la sua aspirazione a diventare il player dominante nel 5G.

Che la partnersip Ue-Giappone sulla connettività sia stato concepita in chiave anti-cinese lo si intuisce chiaramente dal linguaggio scelto per redigerlo. I 10 punti da cui è costruito l’accordo sembrano infatti scritti anche con l’intento di marcare le distanze rispetto al modus operandi di Pechino e in particolare alle pratiche connesse alla BRI.

Nel testo, che ricalca i principi incorporati nell’accordo di partnership strategica firmato l’anno scorso, si parla infatti di promuovere “investimenti e commercio internazionale e regionale liberi, aperti, basati sulle regole, non discriminatori e prevedibili”, di basarsi su “pratiche di appalto trasparenti” nonché di assicurare “i più alti standard di sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale”.

Difficile non cogliere come la parola chiave qui sia “sostenibilità del debito”, espressione con cui si vogliono allontanare le ombre che invece si allungano dalla silhouette della BRI, che i suoi detrattori, ma anche un numero crescente di beneficiari, associano sempre più ad odiose “trappole del debito”.

Che la Cina fosse in cima ai pensieri di chi ha concepito questo patto lo si è capito bene anche quando Abe ha preso la parola al forum per rallegrarsene (qui il discorso integrale).

“Non c’è bisogno che io sottolinei – ha affermato il premier con parole che potevano scaturire benissimo dalla voce di un funzionario del Pentagono o del Dipartimento di Stato Usa – che per realizzare connessioni solide come la roccia tra l’Europa e il Giappone, l’Indo-Pacifico – la via marittima che porta al Mediterraneo e all’Atlantico – deve essere libera e aperta”.

Alle eco trumpiane di Abe si sono aggiunte anche quelle dell’altro firmatario, Jean Claude-Juncker. “La connettività”, ha sottolineato anzitutto il presidente, “deve essere sostenibile in termini finanziari”. La sfida, infatti, è quella di “lasciare in eredità alla nostra generazione un mondo più interconnesso, un ambiente più pulito e non montagne di debito”.

Oltre a questi riferimenti tutt’altri che sibillini, Juncker si è concesso anche un affondo. La questione centrale, ha sottolineato, “è di creare interconessioni tra tutti i Paesi del mondo e non meramente dipendenza da un singolo Paese”, come invece accade a chi, sottoscrivendo accordi con Pechino nella cornice della BRI, i rischia seriamente l’asservimento, e non solo in termini finanziari.

Ormai scatenato, il lussemburghese ha poi aggiunto che “l’apertura deve essere reciproca, basata su alti standard di trasparenza e buona governance, specialmente negli appalti pubblici”. Non si è risparmiato, Juncker, nemmeno una stoccata sul “rispettare i diritti di proprietà intellettuale”, su cui Pechino ha com’è noto più di qualche scheletro nell’armadio.

A sugellare un’intesa partorita da paesi che presentano analogie in termini politico-istituzionali e, dunque, sono l’esatto contrario del sistema totalitario cinese, Juncker ha infine voluto precisare come la cooperazione tra Ue e Giappone sia il naturale riflesso del “medesimo impegno verso la democrazia, lo stato di diritto, la libertà e la dignità umana”.

La sfida alla Cina e alla sua Belt and Road è dunque lanciata. E se il budget a disposizione dei progetti euro-nipponici non è nemmeno paragonabile ai quasi mille miliardi stanziati da Pechino, c’è da scommettere che nei prossimi mesi assisteremo ad interessanti riposizionamenti da parte di chi guarda ai danari di Pechino con un misto di interesse e angoscia.

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