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Prima Repubblica

Visioni e svarioni degli americani sulla fine della prima Repubblica

Chi c’era e che cosa si è detto alla presentazione del libro "The End 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli Archivi segreti americani" di Andrea Spiri, docente di Storia politica contemporanea alla Luiss

Visti da un super occhio americano a Roma mentre crollava la Prima Repubblica. Le lenti interpretative sul ’92-’94 di americani che vivono e lavorano in Italia: analisti del Dipartimento di Stato presso l’ambasciata di Via Veneto, funzionari delle sedi consolari, agenti della CIA sotto copertura, impegnati, ciascuno nel proprio ambito, a fornire precisi indirizzi ai vertici delle amministrazioni oltreoceano.

Andrea Spiri, docente di Storia politica contemporanea all’Università Luiss Guido Carli, ha analizzato 20.000 carte desecretate dal dipartimento di Stato. Ma, osserva, “è solo una goccia del mare di documenti” sull’Italia vista dagli Usa, nelle varie articolazioni dell’Amministrazione, con letture anche contrastanti tra i vari soggetti impegnati a analizzarci.

A dispetto di certa vulgata complottistica da parte degli Usa ai danni della classe dirigente della Prima Repubblica su quello che, come disse il giudice Anthony Scalia ai suoi connazionali nei gangli del potere in Italia rasentò “il golpe” con la violazione delle regole dello stato di diritto, emerge dal libro di Spiri – The End 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli Archivi segreti americani (Baldini+Castoldi) – che quegli analisti in realtà presero anche svarioni.

Prima abbracciarono la tesi del nuovo che avanza con il Pds di Achille Occhetto, poi incominciarono a esserne delusi e soprattutto, come tutti, non si accorsero dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. Ma emerge che non difesero neppure la classe dirigente della Prima Repubblica, nonostante per gli Usa fosse stata di decisivo supporto nella Guerra Fredda.

Complottisti no, ma certamente, dice Spiri, alla presentazione al Centro Studi Americani di Roma, con il direttore Roberto Sgalla, del suo volume (“Un lavoro formidabile”, lo definisce Marcello Sorgi editorialista del giornale La Stampa), gli americani non amarono molto alcuni aspetti della “politica autonoma dell’Italia”.

In realtà, osserva Spiri, agli Usa “più che Sigonella che poi si ricompose dette fastidio davvero il fatto che Bettino Craxi avvisò Gheddafi salvandolo dall’attentato americano”.

Giulio Andreotti, allora indagato per mafia, ad esempio, non fu ascoltato dagli Usa quando fece presente, nel quadro di una politica in asse con Craxi sul Mediterraneo, che la brutale alternativa a Gheddafi era il radicalismo islamico, il cui pericolo con Craxi aveva già intravisto quella classe dirigente. 92- 94, secondo Luciano Violante, ex presidente della Camera, ora alla guida della Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine, è l’avvio di un disinteresse Usa per l’Italia, dopo la fine della Guerra Fredda, il crollo del Muro di Berlino.

Nel dibattito, moderato dalla giornalista politica del quotidiano Domani, Daniela Preziosi, che ricorda a Violante “il giustizialismo di sinistra” di quegli anni, dà la sua lettura anche Giovanni Orsina, direttore della School of Government della Luiss. Il politologo chiosa: “In realtà, con Mani pulite furono gli italiani che fecero un danno clamoroso a sé stessi”.

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