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Ecco tutte le fake news su Donald Trump e Kim Jong-un

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Il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore di Italia Oggi

La Ue, proprio ieri, ha annunciato di aver iniziato la sua ridicola (e preoccupante) battaglia contro le fake news, cioè contro le balle, le falsità destinate a essere diffuse, con vari media, al grande pubblico. Una battaglia persa, questa, che, se va bene, ridurrà soltanto gli spazi di libertà per la gente comune. I più grandi produttori di fake news sono, infatti, non i privati cittadini o le teste calde giornalistiche, ma direttamente gli Stati. E, fra essi, prevale l’immenso sistema mediatico anglo-americano che, di volta in volta, propone le sue balle al mondo intero, che regolarmente le riprende e le diffonde, facendo capire all’opinione pubblica che esse sono verificate, tant’è, che, non a caso, esse sono uguali su tutti i media di tutto il mondo libero. Fra le fake news bisogna infatti ricordare, ad esempio, gli immensi depositi di gas nervini da parte del regime di Saddam Hussein che, pur essendo una balla, determinò una guerra vera, quella che dinamitò l’Irak, uccise centinaia di migliaia di persone innocenti ed eliminò il regime di Hussein. Su questa mega palla, quando essa venne diffusa, non c’era alcun dubbio, tutti la maneggiavano senza alcun dubbio. Che fosse tale lo disse, anni dopo, però, a dittatore moderno e a Irak sfasciato, l’ex premier inglese Tony Blair, uno che sapeva fin dall’inizio come stavano le cose visto che era uno degli attizzatori del conflitto internazionale contro l’Irak.

Lo stesso scenario si sta ripetendo a proposito del conflitto fra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, cioè fra Donald Trump e Kim Jong-un. Infatti quasi tutti i media del mondo libero, riprendendo pedissequamente la tesi della Casa Bianca, hanno fatto capire che, grazie ai suoi tweet urticanti e spesso volgari, il presidente degli Stati Uniti ha messo all’angolo il feroce dittatore nordcoreano e quindi lo ha costretto a trattare con lui (si capisce: alle sue condizioni). Questa affermazione è stata condita in una narrazione nella quale il dittatore di Pyongyang veniva descritto (non solo come un feroce dittatore; è questo è vero) anche e soprattutto come un giuggiorellone (ne ha il look, non c’è dubbio) che giocava con delle ogive atomiche e dei missili più o meno intercontinentali di cui non sapeva nulla e che pertanto andava eliminato al più presto così come si tolgono eventuali armi da fuoco dalle mani dei bambini.

Le cose non stavano (e non stanno) assolutamente così. Kim Jong-un (che, ripeto, è uno dei dittatori più feroci oggi al mondo; ma non è questo il punto), Kim Jong-un, dicevo, si è mosso, in questo ultimo decennio, come un vero stratega geopolitico. Sapeva infatti perfettamente che, se non avesse avuto a disposizione l’arma atomica, il suo Paese sarebbe stato alla mercè, prima o poi, di un colpo di mano militare organizzato dagli Stati Uniti con il concorso di altri paesi (se ne trovano sempre di disposti ad andare in soccorso di un vincitore prepotente) così com’è stato fatto, del resto, a danno di Gheddafi e della Libia. Se il dittatore libico avesse posseduto l’arma atomica, oggi sarebbe sicuramente ancora al suo posto, riverito da tutti come noi mai (e, probabilmente, Sarkozy sarebbe in carcere).

Ma Kim Jong-un sapeva perfettamente che, anche se avesse avuto a disposizione delle ogive atomiche (e oggi ce le ha), nemmeno queste lo avrebbero messo al sicuro da un attacco da parte degli Stati Uniti. Egli infatti aveva bisogno anche di missili affidabili e di precisione in grado di portare le sue bombe atomiche in casa dell’unica potenza al mondo che ha voglia e ha i mezzi per distruggerlo. Da questo punto di vista, il supposto bamboccione nordcoreano è stato tutt’altro che ingenuo anche se era permanentemente circondato, in tutte le foto e i video di regime, da anziani generali con il look da ricovero per vecchi, annegati in divise pateticamente troppo larghe, con un taglio da vecchia Albania e muniti di smisurati taccuini per annotare tutte le affermazioni del capo, nel quadro di un’obbedienza che non poteva che essere «pronta, cieca e assoluta».

In questi ultimi due anni, invece, Kim Jong-un ha gestito la sua comunicazione tecnologico-militare in un modo perfetto. Ha infatti perseguito una politica di lanci con missili sempre più potenti che, di mese in mese, avevano una portata anche di 300 o 500 km in più rispetto al precedente lancio. Ciò non vuol dire (come la stampa occidentale boccalona ci ha fatto credere sinora) che Kim Jong-un fosse in grado di accrescere la gittata di un missile dopo l’altro, in un così limitato spazio di tempo. Se è riuscito in questi ripetuti e sorprendenti exploit, questo vuol dire che, fin dall’inizio, il dittatore nordcoreano disponeva di missili con maggiore gittata ma non li usava in un colpo solo nella loro massima potenza per tenere così sulla corda l’opinione politica (e pubblica) globale.

Infatti, se fosse stato in grado di accrescere di cinquecento-mille chilometri la gittata dei suoi missili nel giro di un paio di mesi (come poi ha fatto) ciò avrebbe voluto dire che Kim Jong-un disponeva di un sistema industrial-militare e di ricerca così perfetto e performante da superare addirittura quello statunitense, il che non è (e non poteva essere) assolutamente vero. Tutti questi lanci (potenzialmente nucleari, a distanze sempre maggiori) erano stati seguiti dai media internazionali con un’attenzione sempre più spasmodica. Quando finalmente la Corea del Nord è riuscita a lanciare un missile in grado, partendo da Pyongyang, di raggiungere gli Stati Uniti, lo scenario comunicazionale (che ha continuato a non essere spiegato) è cambiato completamente.

Trump infatti, a quel punto ha smesso di far circolare minacciosamente la sue portaerei e i suoi sommergibili nucleari dalle parti della Corea del Nord. E si è scatenato invece in ripetuti tweet dal tono strafottente e irrisorio. Anche in questa occasione, niente è avvenuto per caso. Tutto infatti fa parte del copione politico-mediatico lungamente studiato per gettare la polvere negli occhi e per far vedere lucciole per lanterne. Si trattava di svelenire uno scontro dato per imminente e risolutivo, portandolo a livello di scontro da bar, dove contano più le invettive che i pugni.

Trump e Kim Jong-un (e/o i loro emissari) adesso sono disposti a incontrarsi, non perché sono improvvisamente rinsaviti. Il fatto vero, che, paradossalmente, ha scatenato la ragionevolezza, è dovuto al fatto che la partita guerreggiata fra Usa e Corea del Nord è finita definitivamente da quando la Corea del Nord ha dimostrato di essere in grado di colpire con delle ogive atomiche, non solo gli interessi statunitensi in giro per il mondo, ma anche direttamente sul territorio americano. Adesso quindi questo scontro può proseguire solo come braccio di ferro fra interessi divergenti, che restano in piedi fra i due paesi. Ci mancherebbe. Ma i due paesi adesso sono diventati più quieti solo perché sono reciprocamente garantiti dallo stesso equilibrio del terrore che si impose fino al crollo del Muro di Berlino, fra Usa e Urss negli anni delle guerra fredda. I due si facevano le smorfie ma si guardavano bene dal togliere la sicura alle loro atomiche.

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