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Chi in Europa vuole divorziare dagli Stati Uniti

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Il legame transatlantico non è mai stato così a rischio come oggi, pare diventato una sciarada e nulla, anche ciò che ritenevamo acquisito per sempre, si può dare per scontato. L’analisi di Federico Punzi per Atlantico Quotidiano

Dopo il varo di Instex, il veicolo speciale che dovrebbe permettere alle aziende europee di continuare a fare affari con l’Iran aggirando le sanzioni Usa, almeno inizialmente su generi alimentari, farmaci e apparecchi medici – al momento poco più che un contentino per Teheran; e dopo che ben 19 Paesi Ue hanno seguito Washington nella decisione di riconoscere Guaidò come legittimo presidente ad interim del Venezuela, altre due decisioni nei prossimi giorni ci diranno molto sullo stato di salute dei rapporti tra l’America di Trump e l’Europa a guida franco-tedesca, sullo slittamento di quest’ultima verso est e sull’efficacia o meno delle pressioni esercitate dall’amministrazione Usa per contrastarlo.

C’è poi la discussione sul Nord Stream 2. Le perplessità anche di Washington sul gasdotto non sono mai state un mistero. Ma da quando Trump (il “fantoccio” di Putin?) è entrato alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno schierato l’artiglieria pesante contro il Nord Stream 2. L’ambasciatore americano in Germania Richard Grenell ha di recente inviato una lettera alle compagnie tedesche avvertendole che partecipando al progetto potrebbero finire sotto la scure delle sanzioni Usa.

Trump stesso ha sferzato la Germania in più occasioni, smascherando le ambiguità dell’Ostpolitik tedesca con la Russia di Putin. Aprendo il vertice Nato del luglio scorso, per esempio, era andato dritto al punto: “La Germania è prigioniera della Russia sull’energia e noi dovremmo proteggerla dalla Russia? Ce lo spieghi”. “Molto triste che la Germania concluda un imponente accordo su gas e petrolio con la Russia, pagandole miliardi su miliardi dollari l’anno, quando si suppone che noi dovremmo proteggerla dalla Russia. Non ha senso”. Non solo parole, anche atti concreti. L’America di Trump si sta proponendo all’Europa come fornitore di gas alternativo alla Russia di Putin. La Polonia ha siglato un accordo da 2 milioni di tonnellate l’anno di gas naturale liquefatto Usa; negli ultimi due anni le importazioni in molti Paesi europei sono aumentate; e anche la Germania, ha di recente riportato il Wall Street Journal, ha accettato di aprire il suo mercato al gas Usa, come confermato ieri dalla Merkel stessa.

Oltre agli Stati Uniti, il principale oppositore del Nord Stream 2 in Europa è la Polonia, che insieme ai Paesi baltici teme la crescente influenza di Mosca sul Vecchio Continente, e su Berlino in particolare, suo centro politico ed economico, attraverso la leva energetica. Oltre a Stati Uniti e Polonia, tra gli oppositori del Nord Stream 2 ci sarebbero anche Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Svezia, Croazia e, comprensibilmente, l’Ucraina. Kiev è fortemente contraria al progetto, dal momento che ridurrebbe l’importanza strategica del gasdotto che oggi porta il gas russo in Europa attraverso il suo territorio. E l’Italia? Anche il governo italiano, secondo i media tedeschi, avrebbe deciso di voltare le spalle a Putin e Merkel (ma come, i gialloverdi non erano al servizio di Mosca?), e formalizzato il suo voto a favore, quindi contro il Nord Stream 2.

Considerando che la cancelliera Merkel e il presidente Macron hanno da pochi giorni firmato il Trattato di Aquisgrana, che predeve un coordinamento franco-tedesco su tutti i più importanti dossier Ue, e in particolare impegna i due partner al rafforzamento della cooperazione in settori chiave, come energia e difesa, la decisione di Parigi di sfilarsi dalla difesa di Nord Stream 2 – probabilmente privando la Germania di quella “minoranza di blocco” che le serve per respingere il tentativo di emendare la direttiva – sarebbe una notizia clamorosa, tale da fare dubitare della stessa tenuta dell’asse franco-tedesco.

Persino nello stesso partito della Merkel si levano voci critiche, come quella di Norbert Röttgen, presidente della Commissione affari esteri del Bundestag, secondo cui “non è colpa dei francesi se ci siamo isolati con il Nord Stream 2 a spese delle preoccupazioni per la sicurezza degli altri europei” .

Ma a che punto sono i negoziati commerciali tra Stati Uniti e Unione europea? A un punto morto, pare.

Insieme alla tregua siglata nel luglio scorso che ha scongiurato per il momento l’imposizione di dazi Usa sulle auto europee, Trump e Juncker avevano concordato anche un percorso di ripresa delle trattative per un accordo di libero scambio, nonché gli ambiti che avrebbe interessato. Il mese scorso le parti hanno presentato i loro obiettivi negoziali, ma è stallo nei negoziati. L’Ue non vuole includere l’agricoltura, uno dei settori più protetti dell’economia europea, mentre il presidente Trump ha ribadito in modo chiaro che nessun accordo verrà presentato al Congresso che non riguardi anche l’agricoltura. Linee rosse che non suonano certo nuove.

Come avevamo paventato su Atlantico la scorsa estate, si rafforza il sospetto che si sia trattato solo di una manovra tattica dell’Ue per evitare i dazi del 25 per cento sulle auto minacciati da Trump. Da parte di Bruxelles non sembra esserci alcuna reale intenzione di riaprire la partita dell’accordo di libero scambio – e con essa resuscitare le forti opposizioni che già suscitò il TTIP. Si sta cercando molto semplicemente di offrire a Trump un paio di contentini: maggiori importazioni di soia e di gas naturale liquefatto Usa. Peccato che non ci siano dazi Ue sulla soia, ha osservato un funzionario americano, e che le importazioni di gas Usa siano in aumento già da un paio d’anni su base bilaterale. Dunque, le offerte europee su soia e gas non sono che specchietti per le allodole.

C’è da chiedersi fino a quando Washington riterrà conveniente fare buon viso a cattivo gioco. Per ora entrambe le parti vogliono farsi vedere impegnate in un negoziato che di fatto non c’è, o non è ancora decollato. Ma fino a quando? Un accordo o almeno significativi progressi nei negoziati commerciali con Pechino potrebbero convincere Trump che sia arrivato il momento di riaprire il fronte con l’Ue.

Ciò che in Europa apparentemente si stenta ancora a comprendere (o forse si finge di non comprendere) è che in gioco non ci sono soltanto interessi commerciali, ma il futuro del legame transatlantico. E sbaglierebbe chi pensasse che una volta chiusa la parentesi Trump (sempre che non venisse riconfermato nel 2020), ogni cosa sia destinata a tornare come prima con gli Usa. Anche perché “prima”, durante gli anni di Obama, se Washington appariva meno dura con l’Ue era solo per disinteresse.

La partita che sta giocando l’amministrazione Trump non è solo di natura commerciale – il riequilibrio della bilancia con l’estero – ma anche geopolitica. È quella di un riorientamento strategico e vuole sapere se può contare sui suoi vecchi alleati.

Il messaggio di Trump all’Europa è chiaro, semplice. Lo ha recapitato in modo esplicito, in un’intervista a Politico.eu, l’ambasciatore americano alla Ue Gordon Sondland: Stati Uniti e Unione europea dovrebbero fare fronte comune contro la Cina sulle questioni commerciali e non solo. Ma prima Bruxelles deve iniziare a correggere l’”enorme” squilibrio commerciale che ha alimentato le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. Washington, riferisce l’ambasciatore, vuole evitare una escalation, ma “la sua pazienza non è infinita”, avverte.

E queste tensioni ci distolgono dal vero avversario.

“Dovremmo unire le nostre energie, abbiamo insieme un Pil di 40 trilioni di dollari, non c’è niente nel pianeta più potente di questo per affrontare e controllare la Cina su diversi fronti, quello economico, di intelligence e militare”.

Su questo Stati Uniti e Unione europea dovrebbero “unire le forze”. Sondland quindi auspica una “veloce soluzione che possa muovere la nostra relazione commerciale nella giusta direzione, così che possiamo entrambi rivolgerci verso la Cina, che è per molti aspetti veramente il problema del futuro”. Pratiche commerciali scorrette che distorcono il mercato, come sussidi di stato, furto di proprietà intellettuale e tecnologie, compagnie statali. Ma non solo. “Dobbiamo mantenere le infrastrutture critiche del mondo occidentale fuori dall’influenza maligna della Cina”. Il riferimento è ai casi dei giganti delle telecomunicazioni cinesi, Huawei e ZTE. Sulla base dei rapporti di intelligence, gli Stati Uniti stanno esercitando forti pressioni sui loro alleati per dissuaderli dall’affidare lo sviluppo di reti come il 5G alle due compagnie cinesi per motivi di sicurezza nazionale. L’Italia sarebbe intenzionata a escluderle, ha rivelato proprio ieri La Stampa. E nonostante le smentite ufficiali, qualcosa si sta evidentemente muovendo.

In conclusione, il legame transatlantico non è mai stato così a rischio come oggi, pare diventato una sciarada e nulla, anche ciò che ritenevamo acquisito per sempre, si può dare per scontato.

 

Estratto di un articolo pubblicato su Atlanticoquotidiano.it

 

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