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Perché all’Europa non basta più “scegliere da che parte stare”: serve pensiero laterale

La geopolitica ha smesso di essere multilaterale: tra pressioni americane, capitalismo autoritario e fragilità interne, l’Europa può sopravvivere solo liberandosi dalle illusioni ideologiche e tornando a pensare strategicamente. L’opinione del Generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé, autore di “Io l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo”.

L’Europa è davvero morta, come sostiene provocatoriamente Nino Orlandi (In morte dell’Ue, meglio acerbi che marci), il 6 gennaio, sul Nuovo giornale nazionale, criticando il Corriere della Sera per aver intervistato a proposito di Venezuela e Groenlandia due soliti noti come Valter Veltroni e Paolo Gentiloni?

O più semplicemente si è smarrita, intrappolata in schemi mentali novecenteschi mentre il mondo ha cambiato forma, ritmo e brutalità, come si sforza di spiegarmi mio figlio, nei nostri dibattiti pro e contro l’attuale Ue, ignaro di aprire con me molte porte aperte?

Il punto non è liquidare come “ideologiche” o “sovraniste” le critiche radicali all’Unione europea di mio figlio e tanti altri. Il punto è più scomodo: molte di quelle critiche intercettano un disagio reale, che però rischia di essere trasformato in una resa culturale.

E la resa culturale, nella storia europea, ha sempre preceduto quella politica.

Un mondo ritornato imperiale, non multilaterale

Gli eventi delle ultime settimane parlano chiaro.

La cattura del presidente venezuelano Maduro, reale o annunciata come strumento di pressione geopolitica, e le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – territorio europeo, formalmente danese – sono segnali di un mondo che non ragiona più in termini di diritto internazionale condiviso, ma di aree di influenza, forza, deterrenza e interesse nazionale.

In questo mondo che torna ad essere imperiale, gli Stati Uniti agiscono da potenza egemone, la Cina pratica un capitalismo autoritario di lungo periodo, la Russia difende il proprio spazio vitale come potenza revisionista, e l’Islam politico lavora sul tempo lungo demografico e culturale.

E l’Europa?

L’Europa continua a comportarsi come se bastassero regole, procedure e valori proclamati per governare la realtà. Ma i valori, se non sono accompagnati da strategia, fatta anche di potere e deterrenza, diventano retorica. E la retorica non difende confini, industria, sicurezza, coesione sociale. Anche gli amici europeisti da piedistallo è ora che se ne rendano conto.

L’errore fatale: confondere morale e strategia

Qui Nino Orlandi coglie un punto vero, pur spingendolo fino alla caricatura: l’Europa ha spesso confuso l’etica dell’intenzione con l’etica della responsabilità.

Politiche green senza una vera strategia industriale comune, allargamenti geopolitici senza consolidamento politico (Orban docet), politiche migratorie affidate alla morale invece che al governo, finanziamenti esterni senza controllo politico del loro utilizzo, sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero fare. Di sceleratezze che hanno prodotto una Unione percepita come prescrittiva verso l’interno e impotente verso l’esterno.

Ma la conclusione “l’Europa è morta” è sbagliata quanto pericolosa. Perché l’alternativa non è tra un’Europa sbagliata e nessuna Europa.

L’alternativa è tra un’Europa che pensa in modo laterale e un’Europa che diventa oggetto della storia altrui.

Il pensiero laterale come dovere storico

Il pensiero laterale non è evasione intellettuale. È, oggi, un dovere strategico.

Significa, da un lato, smettere di ragionare per dicotomie infantili: USA o Cina; atlantismo o neutralismo; europeismo dogmatico o sovranismo urlato. E, dall’altro, iniziare a ragionare per interesse europeo concreto, che non è la somma degli interessi nazionali ma neppure la loro negazione.

Pensiero laterale significa, per esempio: costruire una autonomia strategica europea reale, non ideologica; distinguere tra immigrazione governata e immigrazione subita; difendere le radici culturali europee (comprese quelle giudeo cristiane) senza complessi di colpa; integrare la transizione ecologica con una politica industriale europea, non contro di essa; smettere di credere che il soft power funzioni senza hard power.

Tra Atlantico e Vladivostok: intuizione giusta, tempo sbagliato

L’idea di uno spazio euro-russo “dall’Atlantico a Vladivostok” non era folle. La avevano intuita De Gaulle e Brandt, ben prima del vituperato (da tanti europeisti radical chic) Berlusconi.

Ma le intuizioni storiche hanno finestre temporali: se non vengono colte, si trasformano in nostalgia geopolitica. Ed oggi quella finestra è chiusa, almeno per lungo tempo. Non per colpa della storia, ma delle scelte politiche.

Pensare di riaprirla ignorando l’aggressione all’Ucraina non è realismo, è autoinganno.

Il vero pensiero laterale oggi non è quindi piangere sul latte versato ululando alla luna il rimpianto di scenari passati, ma evitare che l’Europa diventi una colonia strategica, americana o cinese, o un terreno di penetrazione culturale incontrollata.

Patrioti nazionali ed europei, non europeisti di maniera

Come sostengo da anni, essere patrioti italiani ed europei, nel XXI secolo non è né un’ossimoro né una contraddizione, ma una necessità storica.

Il problema non è l’Unione europea in sé. Il problema è un europeismo dogmatico, burocratico e moralista, incapace di sporcarsi le mani con la realtà. E che allontana da sé tanti europeisti potenziali come mio figlio. Persi di fronte alle contraddizioni di tante regole, ed all’incapacità delle Istituzioni Ue di comunicare con i cittadini.

Ci ha provato Mario Draghi. Un gigante in un orizzonte di nani europei. Ma non fa più parte delle Istituzioni e (nemo propheta in patria) chi l’ha ascoltato o letto veramente? Pochissimi. Perché se l’avessero fatto non sarebbero caduti dal pero, stracciandosi le vesti, di fronte alle decisioni e le uscite di Donald Trump. Che chi scrive aveva previsto da tempo, pubblicando su StartMag l’8 novembre del 2024 le sue idee in proposito.

L’Europa non si salva scegliendo “il male minore”. Si potrà salvare soltanto se vorrà e saprà diventare un soggetto politico adulto, capace di pensiero laterale, di autocritica, di difesa dei propri interessi e dei propri valori senza ipocrisie. Sperando che non sia già troppo tardi.

Perché, in un mondo che torna duro, chi resta ingenuo non resta puro, resta solo vulnerabile. O peggio: un boccone prelibato per gli appetiti di voraci predatori.

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