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Era il secolo del lavoro

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

È trascorso un mese esatto dalla firma del contratto integrativo di Luxottica. Pur rappresentando una indubbia e significativa novità nel panorama domestico delle relazioni industriali, non ha ricevuto l’attenzione che meritava dal ministro Di Maio, forse troppo preso dai litigi continui con Salvini. Eppure si tratta di un accordo su cui varrebbe la pena riflettere con attenzione, perché ci dice che le sfide della tecnologia e dei mercati possono essere affrontate senza comprimere i diritti e il salario di oltre undicimila dipendenti, ma valorizzandone l’impegno, le competenze, la professionalità.

Infatti, nei sei stabilimenti italiani del più grande gruppo mondiale dell’occhialeria (dopo la fusione con Essilor), viene sperimentata una “via alta” della competitività: partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, scambio virtuoso tra orari flessibili (a parità di retribuzione) e assunzioni stabili, formazione continua, generoso welfare aziendale. Un modello di fabbrica che è figlio, ha affermato qualche dirigente sindacale, di quello ideato e attuato da Adriano Olivetti nella seconda metà del secolo scorso. Ecco, qui non sono d’accordo e provo a spiegare il motivo.

È vero che quella della Olivetti è stata una realtà emblematica, intorno alla quale stava l’ordinata e operosa comunità di Ivrea. La migliore cultura urbanistica e architettonica aveva reso luminosa la fabbrica e vivibile la città e il Canavese tutto. Con la direzione collaboravano studiosi del calibro di Giorgio Fuà, Alessandro Pizzorno, Franco Momigliano, Paolo Volponi, Franco Fortini e molti altri. Come ha scritto Aris Accornero in uno dei suoi libri più maturi (“Era il secolo del lavoro”, il Mulino,1997), in quei tempi di guerra fredda e di aspre contrapposizioni ideologiche, una prestigiosa rivista -Comunità- diffondeva cultura e bisogni di un riformismo sociale coraggioso. Il management intratteneva con la Cgil rapporti corretti e non licenziò mai nessuno per motivi sindacali o per rappresaglia politica, sebbene si fosse dotato di un’organizzazione autonoma che in parte assorbiva e in parte esorcizzava la protesta operaia. In questo senso, costituiva davvero un caso a sé: appena a cinquanta chilometri di distanza c’era la Fiat, che esibiva un regime di fabbrica fra i più duri.

Tutto ciò è vero, ma dentro una tale oasi di civiltà industriale si celava un modo di lavorare ancora più intollerabile, caratterizzato da mansioni sommamente parcellizzate; e dove l’assemblaggio degli innumerevoli pezzi che componevano le macchine da scrivere e le calcolatrici veniva svolto in una frazione di secondo. Su stazioni di lavoro ergonomicamente pensate per il massimo risparmio di movimenti, di tempo e di fatica, lunghe file di operaie-contadine introducevano con destrezza, in ciascuna delle feritoie, i tantissimi tasti che corrispondevano agli alfabeti di mezzo mondo, secondo cadenze che gli “allenatori” avevano provato e riprovato, e delle quali poi i cronometristi avevano accuratamente misurato la durata media, minima, massima. Soltanto qui poteva lavorare Albino Saluggia, il protagonista del “Memoriale” di Volponi, un disadattato che sperimenta sulla propria pelle gli aspetti più ingrati del nascente capitalismo.

Quell’epoca è ormai alle nostre spalle, e non va né mitizzata né rimpianta. Sarebbe davvero buffo se oggi qualcuno, magari a sua insaputa, si scoprisse nostalgico del “travail d’antan”.

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