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Emanuele Macaluso, il sindacato e le lotte sociali

Macaluso

Il Bloc Notes di Michele Magno 

Quando dieci giorni fa il Tribunale di Firenze ha bloccato i licenziamenti alla GKN di Campi Bisenzio, ho provato a immaginare come avrebbe commentato la notizia em.ma nella sua rubrica su Facebook. Forse avrebbe scritto che, anche se non bastava una sentenza per cantare vittoria, si trattava di un piccolo episodio ma dal grande significato simbolico. Perché rimetteva al centro della scena mediatica il tema del lavoro, più che surreali controversie sul green pass o sulla gratuità dei tamponi per chi non si vaccina.

Forse avrebbe scritto questo, o anche questo, poiché -come ricordò nel suo ultimo comizio a Portella della Ginestra, il primo maggio 2019- “la mia formazione politica -sono sue parole- nasce nel sindacato, quando Giuseppe Di Vittorio mi chiese di fare il segretario regionale della Cgil siciliana. Quella esperienza, e anche il rapporto umano che ho avuto con gli zolfatari, i metallurgici, i contadini, i braccianti, mi hanno insegnato che la questione sociale è la stessa ragion d’essere della sinistra. Guai a cancellarla dalla sua memoria. Diventerebbe inutile”.

Un giudizio troppo secco, il suo? Non mi pare. E comunque non era certo dettato dalla nostalgia per un passato che non c’è più, bensì dalla preoccupazione per un nuovismo che tagliava inopinatamente i ponti, talvolta in modo grottesco, con un patrimonio di idee, di passioni e di lotte imprescindibile anche per cimentarsi con le sfide della modernità. Perché la politica ha bisogno di conoscere la storia, e la politica senza la storia è come un cieco senza una guida che gli indichi la via.

Nell’immediato dopoguerra la questione sociale era quella posta dalla Cgil col Piano del lavoro, gli scioperi a rovescio, le battaglie per la terra, la riconversione dell’industria bellica, l’insediamento di nuove centrali idroelettriche nel Mezzogiorno, l’equità salariale. Era la Cgil di Di Vittorio, che dopo il 29 marzo 1955, quando il voto alla Fiat per il rinnovo delle Commissioni interne punì severamente la Fiom, rifiutò di trincerarsi dietro l’alibi della “corruzione, dell’intimidazione e della violenza padronale” (che pure ci furono), come recitava un editoriale sull’Unità di Luigi Longo all’indomani del responso delle urne.

Infatti, in un Comitato direttivo di metà aprile il leader pugliese pronunciò un memorabile discorso sui guasti provocati dal centralismo contrattuale della confederazione. “Anche se la colpa è al 99 per cento di Vittorio Valletta, se c’è un uno per cento che ci riguarda -disse- è su questo che io voglio lavorare”. E quell’uno per cento non era piccola cosa. Si trattava di riappropriarsi dei problemi della condizione operaia anche attraverso nuove forme di democrazia e rappresentanza sindacale. Questa linea si affermò nonostante l’ostilità manifesta del gruppo dirigente del Pci, diffidente nei confronti di una svolta che sostanzialmente sconfessava la sua posizione ufficiale. Posizione che attribuiva la sconfitta alla Fiat, appunto, al “fascismo padronale”.

Roberto Gualtieri (a cui faccio gli auguri per domenica, come li faccio a Carlo Calenda) -che è   storico di professione- invece sostiene, in un saggio apparso su Italianieuropei nel 2008, che la Fiom e il Pci seppero risalire la china -cito testualmente- “solo al prezzo di una dolorosa autocritica promossa da Togliatti che, nel quadro del rilancio della “via italiana al socialismo” realizzato all’VIII Congresso, portò il partito e il sindacato ad un profondo rinnovamento di analisi, di metodi e di uomini”. Una ricostruzione singolare, in cui l’innominato Di Vittorio diventa semplice spettatore di un film girato interamente a Botteghe Oscure. Epperò proprio quello spettatore nel 1956 fu protagonista di un memorabile scontro con Togliatti sulla rivolta di Budapest.

In un’intervista rilasciata a Repubblica nell’aprile del 2019, con grande onestà intellettuale Macaluso confessa il suo pentimento per essersi schierato col Migliore contro il suo maestro sindacale. Per altro verso, nel libro pubblicato alla vigilia della sua scomparsa (“Comunisti a modo nostro”), discutendo con Claudio Petruccioli ribadisce che una condanna dell’intervento sovietico in Ungheria non era allora possibile, perché sarebbe costata il collasso del partito. Questa ambivalenza nel più eretico e più “sindacalista” dei togliattiani, se mi si passa l’espressione, allude a una tensione conflittuale nei rapporti tra la Cgil e il Pci che, in forme più o meno palesi, ha attraversato tutta la prima Repubblica.

Le ragioni di fondo di tale tensione sono riconducibili in larga misura a quell’ortodossia leninista secondo la quale il movimento operaio era un ordinamento gerarchico, con il partito che sta in alto e il sindacato che sta in basso. È vero che all’VIII Congresso del Pci la teoria del sindacato come “cinghia di trasmissione” del partito fu formalmente bandita. Ma certo non fu bandito il principio del primato del partito nei confronti di un sindacato visto -nella migliore delle ipotesi- come apprendistato della politica, quasi ontologicamente inadatto a rappresentare un interesse generale. E sto parlando di un sindacato, la Cgil, che è stato un caso unico in Europa: una confederazione di categorie e di Camere del lavoro.

Tale tensione talvolta si è manifestata con attacchi, anche pesanti, alla stessa autonomia sindacale. Ad esempio, nel 1979 con la dura polemica aperta da Giorgio Amendola sulle colonne di Rinascita contro l’assemblearismo del “sindacato dei consigli”, brodo di coltura della complicità col terrorismo brigatista diffusa nelle fabbriche. Una polemica che finiva col mettere sul banco degli imputati la stessa idea di lavoro alienante nella produzione di massa. Idea che per Amendola contribuiva a spingere i giovani verso la ricerca di un posto fisso nel pubblico impiego o a portarli a ingrossare le file degli studenti fuori corso, alimentando così il bacino dell’estremismo politico.

Ciononostante, Berlinguer nell’autunno dell’anno seguente sarà lo stesso davanti ai cancelli di Mirafiori durante i famigerati 35 giorni. Sappiamo come sono andate le cose. Nonostante un accordo onorevole sotto il profilo strettamente sindacale, l’esito della vertenza fu vissuto come una disfatta, poiché aveva assunto il significato di una specie di resa dei conti del Pci con il padronato italiano nel luogo più simbolico del suo potere.

Nei suoi Diari, Bruno Trentin non esclude che la microconflittualità diffusa e il ripetersi episodi terroristici abbiano accelerato la decisione del management del Lingotto di arrivare al redde rationem col sindacato. Ma -aggiunge- metterlo alle corde per avere mano libera nella riconversione produttiva era un obiettivo già fissato negli anni precedenti, quando alla catena di montaggio vengono introdotti i primi robot. Per Cesare Romiti, quindi, il nodo principale da sciogliere non era tanto quello del risparmio di manodopera, ma quello delle innovazioni organizzative in grado di rendere il lavoro più flessibile e, nel contempo, più disciplinato. È qui che il sindacato viene battuto. Avendo eluso il confronto sul problema sull’organizzazione lavoro, si vede costretto a subire l’offensiva di Confindustria sul problema del costo del lavoro. E sarà un confronto lungo e logorante.

Il suo epilogo è altrettanto noto. Berlinguer promuove un referendum contro il decreto del governo Craxi del 14 febbraio 1984, poi convertito in legge, che tagliava tre punti di scala mobile. I socialisti e i comunisti della Cgil si dividono. La Cisl con Ezio Tarantelli (assassinato pochi mesi dopo dalle Br) mette sul piatto la proposta di predeterminazione degli scatti dell’indennità di contingenza nell’ambito di un intervento concordato sulle “aspettative inflazionistiche”. Intervento realizzabile nel quadro di uno “scambio politico” finalizzato a garantire il salario reale e lo sviluppo dell’occupazione. La Federazione sindacale unitaria (nata nel 1972) si dissolve. Il 9 e 10 giugno 1985 votano 45 milioni italiani (78 per cento aventi diritto). I Sì sono il  45,7 per cento. I No il   54,3.  Sud e Isole: 49,9 Sì e 50,1 No. Nord: Sì 40, No 60 (con uno scarto di tre milioni di voti).

Che il voto sarebbe andato diversamente a Botteghe Oscure ne erano certi. Lo ha narrato Luciano Lama, in una intervista a Giampaolo Pansa. I suoi ammonimenti su un referendum che rischiava di diventare un “bagno di sangue”,e risolversi in una clamorosa sconfitta con conseguenze incalcolabili sull’unità sindacale, non furono ascoltati. Anche Macaluso, all’epoca direttore dell’Unità, non mancò di esprimere nelle stanze del Bottegone qualche perplessità per la faciloneria di certe previsioni, secondo cui la bocciatura dello “scippo”, come veniva chiamato, sarebbe stata una passeggiata. Più tardi è tornato in varie circostanze sulla vicenda, sottolineando come Giorgio Napolitano e Rino Formica, capigruppo alla Camera di Pci e Psi, avevano trovato una intesa per rimettere insieme i cocci della “guerra con Craxi” evitando il referendum. Ma prima Berlinguer e poi, dopo la sua morte, un pur dubbioso Alessandro Natta decisero di andare avanti, considerando la battaglia referendaria cruciale per l’egemonia a sinistra.

L’inattesa batosta fu archiviata con una frettolosa riunione della Direzione del Pci. Mentre avrebbe meritato ben altre riflessioni. Infatti, raccontava di un Sud per il quale restavano di vitale importanza, per dirla con una battuta acida di alcuni meridionalisti critici del tempo, non privarsi  degli automatismi salariali di un Acquedotto pugliese che dava più da mangiare che da bere. Per altro verso, raccontava di un Nord che stava cambiando pelle: nella composizione demografica, negli assetti territoriali e produttivi, negli stili di vita e di consumo. Raccontava di un paese, insomma, in cui si mescolavano modernità e arretratezze, innovazioni sociali e antiche disuguaglianze distributive.

Accanto all’area di successo dei distretti manifatturieri, si allarga l’area del sommerso e del lavoro nero, una fascia di imprese minori che lucravano sull’evasione contributiva e delle imposte. I ceti impiegatizi diventano maggioritari. Si mette in moto la cosiddetta società dei servizi. È in questo contesto che comincia a profilarsi il fenomeno leghista, il quale esploderà alle amministrative del 1990. Al di là del suo carattere antimeridionalista e xenofobo, la Lega di Bossi si presenta come la punta di diamante della protesta fiscale dei ceti medi settentrionali. Un dato a cui corrisponde specularmente l’arretramento del movimento operaio sul proscenio nazionale.

Può darsi che qualcuno abbia visto un film di Nanni Loy, “Mi manda Picone” (1982). Racconta la frenetica ma vana ricerca di un operaio delle acciaierie di Bagnoli, scomparso in ambulanza dopo essersi dato fuoco davanti al consiglio comunale. Lo spettatore scopre lentamente, attraverso un viaggio tra i misteri di una Napoli che è la trasparente metafora dei vizi nazionali, che quell’operaio faceva mille mestieri diversi e aveva molte vite differenti. In altre parole, la sua identità sociale non era chiaramente definita, ma era ambigua e sfuggente, quasi inafferrabile. La sensibilità artistica di Loy aveva colto perfettamente la mutata percezione del lavoro di fabbrica, ormai vissuto come un ripiego e non più come motivo di orgoglio. Dopo un decennio di lotte straordinarie che ne avevano celebrato la centralità, la classe operaia sembrava sulla via del tramonto. Come già era stato intuito dai vignettisti di Cipputi, la tuta blu sfidata dalla modernità, e di Gasparazzo, il proletario disincantato e scansafatiche.

“In quegli anni -afferma Macaluso sempre in “Comunisti a modo nostro”- la società subisce dei processi che la sinistra non ha colto […]. E oggi mi inquieta il fatto che ci sia un distacco dagli interessi immediati e reali del popolo, motivo per cui viene vissuta quasi come un vecchio club”.  In altri termini, se l’antipolitica e la retorica sovranista avevano fatto breccia perfino nelle fasce periferiche e marginali dei ceti più deboli, la sinistra e lo stesso sindacalismo confederale non potevano chiamarsi fuori. Perché si trattava di un processo che si delinea già alla vigilia della Repubblica, colpevolmente rimosso anche per una lettura scadente e approssimativa dei cambiamenti che si stavano profilando in quello che per convenzione viene chiamato modello postfordista.

Una “grande trasformazione”, per riprendere la formula di Karl Polanyi, che scompagina sistemi d’impresa, di relazioni industriali, di welfare. E che riapre domande laceranti sul destino del lavoro, sulla sua capacità di mantenere le antiche promesse di sicurezza, inclusione, universalismo. Uno scenario in cui le forze riformatrici si trovano disorientate, e più di una volta in bilico tra le giaculatorie sul neoliberismo e sulle “terze vie” d’uscita dal recinto laburista. È in questo contesto che Trentin nel 1989 propone, nella Conferenza della Cgil di Chianciano, un patto di “solidarietà tra diversi”, forse l’ultima proposta di forte respiro culturale e strategico partorita dal movimento sindacale italiano.

Quel patto per Trentin nasceva come risposta alla rottura del vecchio compromesso distributivo sul quale si fondava la funzione di rappresentanza del lavoro subordinato esercitata dal sindacalismo confederale. Crisi fiscale dello Stato e crisi di consenso di un welfare sempre più burocratizzato; finanziarizzazione dell’economia e cedimento del paradigma fordista: erano tutti fattori che stavano mettendo in discussione il modello sociale conosciuto nel secondo dopoguerra. Una crisi storica che investiva ormai tutte le nazioni industrializzate, e che si manifestava non solo con la frantumazione corporativa del conflitto sociale, ma anche come crisi politica e culturale del sindacato.

La solidarietà di classe andava quindi ricostruita dalle fondamenta, identificando tutti i titolari di un nuovo compromesso sociale. Questi titolari altri non erano che le persone, con le loro domande di lavoro specifiche e con i loro bisogni di tutela individuali. E quegli obiettivi altro non potevano essere che la conquista di nuovi diritti di valenza universale: umani, del lavoratore, del cittadino. E di quelli rivendicati dalle pacifiche rivoluzioni novecentesche delle donne, degli ecologisti, della scienza e della tecnica. In una sorta di dialogo a distanza con Trentin, dal canto suo Macaluso non si stancava di ripetere che un partito di sinistra non può rinunciare a un forte radicamento nella realtà del lavoro salariato. Se infatti non si riescono a rappresentare i bisogni e le aspirazioni di quella realtà, che riguarda i due terzi degli occupati, non si va da nessuna parte.

Tre anni fa, mentre eravamo in vacanza sulle Dolomiti, ho avuto una conversazione con Emanuele, in cui mi colpì la sua indignazione, la sua rabbia per le condizioni infernali in cui continuavano a essere sfruttati i lavoratori agricoli extracomunitari, schiavizzati -e lui i gabellotti con la lupara li aveva conosciuti a sue spese- da caporali senza scrupoli e spesso mafiosi. Ovviamente, questo è solo un aspetto della questione sociale odierna, che riguarda anzitutto l’aumento delle disuguaglianze tra chi ha molto e chi ha poco o non ha niente, nonché tra chi sa e chi non sa.

Tuttavia, i fatti ci invitano a non cadere nel trabocchetto che colloca l’impoverimento relativo del ceto medio in scenari da Terzo Mondo. Ma ci invitano anche a non snobbare i rischi di inedite e drammatiche fratture sociali. Sempre i fatti ci dicono che il lavoro servile svolto dalle donne immigrate ha premesso alle donne italiane di emanciparsi (almeno parzialmente), senza però mutare l’assetto tradizionale della famiglia e del welfare. E ci dicono che i mestieri manuali meno qualificati si stanno velocemente etnicizzando, soprattutto al Nord. Si delinea così una una situazione in cui i gradini inferiori della scala sociale sono perlopiù segregati su base etnica.

Per concludere, le prospettive dell’economia digitale restano problematiche, sia chiaro. Possono essere caratterizzate sia da zone grigie tra lavoro autonomo e nuove forme di asservimento, sia da imprese che valorizzano la responsabilità, l’intelligenza, la partecipazione della persona che lavora. Si pensi al contratto integrativo di Luxottica, dove le sfide della tecnologia e dei mercati sono state affrontate senza comprimere i diritti e la retribuzione di oltre undicimila dipendenti. Infatti, nei sei stabilimenti italiani del più grande gruppo mondiale dell’occhialeria (dopo la fusione con Essilor), viene sperimentata una “via alta” della competitività: partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, scambio virtuoso tra orari flessibili (a parità di retribuzione) e assunzioni stabili, formazione continua, generoso welfare aziendale.

Concludo davvero. In un’intervista concessa a Le Monde quando era ministro dell’Economia del mitterrandiano governo Mauroy, Jacques Delors a un certo punto dice testualmente: “Da Pierre Mendès-France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere un’elezione che perdere l’anima. Un’elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde l’anima, per ritrovarla ci vogliono generazioni”.

A Emanuele questo pensiero di una delle più eminenti personalità del riformismo europeo piaceva molto. Perché era il suo pensiero. Il pensiero di un grande dirigente sindacale e politico con i piedi saldamente piantati nella storia del movimento operaio novecentesco, ma con la testa costantemente rivolta a leggere il presente e a interrogarsi sul futuro della sinistra, italiana e non solo italiana. Una sinistra, per lui, ancora in cerca di risposte nuove alle antiche domande di libertà e di eguaglianza delle classi subalterne.

 

* Discorso pronunciato l’1 ottobre al Convegno “Emanuele Macaluso. Una vita nella sinistra”

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