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Perché nessun partito può davvero festeggiare dopo le elezioni comunali

Draghi Catasto

Gran parte dell’elettorato ha collegato la ripresa del Paese a una presenza istituzionale sobria e incisiva. Invece, da parte dei singoli partiti, la vecchia storia: il sentimento identitario, un chiacchiericcio incomprensibile, faide interne alle coalizioni. L’analisi di Polillo

 

A Roma l’affluenza alle urne è stata pari al 48,83 per cento degli aventi diritto. A Milano è andata ancor peggio: con una percentuale del 47,69 per cento. A Napoli hanno votato solo il 47,2 per cento degli elettori. A Torino il 48,1 ed a Bologna il 51,16: il risultato più basso in assoluto nella storia di una città, da sempre in testa per la partecipazione democratica. A Siena, Enrico Letta diventa deputato sull’onda di un voto di assoluta minoranza (35,9 per cento) per quanto riguarda la partecipazione. Un po’ meglio per il seggio di Primavalle, a Roma, con un’affluenza pari al 44,16 per cento. Né ha fatto eccezione, la Calabria, nelle elezioni regionali, che hanno portato alla presidenza Roberto Occhiuto.

Questi dati ci dicono che le grandi metropoli italiane saranno amministrate da sindaci, il cui gradimento politico supera di poco, nelle migliori condizioni, il 25 per cento delle preferenze espresse. Questo è accaduto almeno a Milano, Napoli e Bologna dove il candidato sindaco è stato eletto al primo turno. A Torino e Roma si dovrà invece attendere il ballottaggio, tra quindici giorni. La facile profezia è che in questo caso l’affluenza, come sempre è stato, sarà ancora minore.

In genere un basso grado di affluenza è considerato segno di modernità. In Occidente, soprattutto nelle grandi democrazie, elezioni anche più impegnative hanno mostrato una partecipazione molto modesta. Sennonché nella storia nazionale questo vezzo non ha mai avuto un grande successo. Di solito non solo la partecipazione è stata più ampia, ma i collettori di voti sono stati principalmente i grandi partiti. Oggi, in verità, nella maggior parte dei casi, sono stati costretti a contendersi la platea con le liste di appoggio, che spesso hanno mostrato un appeal maggiore.

Non abbiamo ancora a disposizione tutti i dati, per cui occorrerà ritornarci. Ma a Roma fa impressione vedere che la lista solitaria di Carlo Calenda ha un peso specifico superiore a una forza storica come quella del Pd. Diventando il secondo partito dopo Fratelli d’Italia. Ha fatto quindi bene il neo candidato sindaco, al quale Vittorio Sgarbi ha presentato l’onore delle armi, a sottolineare la novità di una lista che dal nulla riesce ad essere competitiva con le altre forze in campo. Episodio destinato a non esaurirsi nella sola prospettiva stracittadina.

Se questi elementi pongono un qualche interrogativo, occorrerà riflettere sull’origine di questo piccolo cataclisma. Analizzare se tutto ciò sia solo la conseguenza di una particolare congiuntura, per altro segnata, come pure si dice, dalla cattiva scelta di alcuni candidati. Problema che avrebbe investito soprattutto il centro destra. Ma forse il problema è più generale. Altrimenti quella forte caduta nella partecipazione elettorale non vi sarebbe stata.

Difficile pensare ad una sorta di delega in bianco da parte dell’elettorato. Sembrerebbe invece una forte e crescente disaffezione verso la politica. Una sfiducia talmente profonda da non valere la pena di scomodarsi per andare alle urne. Alla base, un’offerta politica complessiva talmente modesta da scolorire ogni differenza tra i diversi contendenti, e quindi rendere inutile la stessa competizione elettorale.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad un cambiamento profondo. Nato sull’onda delle grandi mutazioni intervenuti nella governance. Gran parte dell’elettorato italiano ha collegato l’indubbia ripresa del Paese – nell’economia, sulla scena internazionale, paradossalmente, anche nello sport – ad una presenza istituzionale ben diversa dal passato. Una gestione più sobria, fatta di poche parole e molti più fatti. In un contesto internazionale destinato ad esaltare le indubbie capacità di Mario Draghi.

Nel retroterra della politica, invece, da parte dei singoli partiti, la vecchia storia. Il sentimento identitario, in un mondo che cambia ad una velocità impressionante; un chiacchiericcio sempre meno comprensibile; il susseguirsi di faide interne alle stesse coalizioni di reciproco riferimento. E poi il perdere di vista i grandi problemi del Paese: sia sul fronte della pandemia, che della crescita economica. Questa crescente discrasia, alla fine, ha prodotto il suo inevitabile risultato. Riprodotto la vecchia frattura tra il Paese reale e quello legale: interpretato dal sistema dei partiti. Checché se ne dica, con queste elezioni quel legame non è diventato più forte. Al contrario si è più indebolito nella più esasperata frammentazione delle vecchie oligarchie.

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