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Chi monta il tormentone delle elezioni anticipate

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La nota di Paola Sacchi

 

Tormentone elezioni anticipate.

Uno spettro, di carta, più agitato dai grandi giornali che reale, si aggira sul parlamento in vista dell’elezione del Capo dello Stato.

A parte la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che più volte ha espresso la sua opzione per il voto nel 2022, per il resto sembra tutto un gioco tattico tra leader di sinistra.

Ad agitare lo spettro Matteo Renzi, alla Leopolda, attribuendo però questo obiettivo ad altri, non precisati, allo scopo di rinserrare le fila di Iv, a rischio di tentativi di “scippo” da parte del Pd.

Ed è altrettanto evidente che l’arma venga usata anche dalle parti della leadership dem e dello stesso Goffredo Bettini per cercare di tenere compatti gruppi parlamentari, divisi in correnti, ex renziani compresi, in vista della madre di tutte le battaglie in politica. Anche se magari Bettini più che lo stesso segretario Enrico Letta – al quale, comunque, non dispiacerebbe derenzizzare i gruppi dem – un pensiero vero ce lo potrebbe aver fatto.

Ma se si fa un giro in Transatlantico sarebbe un vero scoop trovare uno dei parlamentari di sinistra o di destra, pones e non, comunque tutti grandi elettori del nuovo Presidente della Repubblica, che ti dica: voglio il voto anticipato. Se è un’arma di minaccia per rinserrare i ranghi, o per disinnescare il rischio più forte che mai di franchi tiratori, risulta più che usurata. Anche perché proprio quei parlamentari, e sono tantissimi, che si sentono più a rischio per l’elezione a causa della riduzione del numero stabilita dal referendum, ovvero la questione clou e non i vitalizi, farebbero muro trasversale a un’ipotesi del genere.

Questo per l’elementare e legittimo scopo di non buttar via un anno in più non solo di stipendio ma anche e soprattutto prezioso per poter trattare, male che vada per una nuova elezione, almeno altri incarichi o nei partiti di appartenenza o altrove. Ed è proprio per questo che anche un’eventuale elezione al Colle di Mario Draghi, pur con tutti i rischi e il groviglio delle procedure istituzionali che dovrebbero essere messe in atto, non sarebbe sinonimo di elezioni anticipate. Cosa diventata ormai una sorta di luogo comune sul piano mediatico. Ma questa resta una delle ipotesi.

Perché, intanto, seppur lui non abbia avanzato alcuna candidatura e di Quirinale non intende parlare, il nome di Silvio Berlusconi è di fatto sempre più sul “tavolo da gioco”, dove per la prima volta dopo tanti anni non c’è un king maker di sinistra e nessun altro ha i numeri necessari.

Un significativo endorsement alla candidatura Berlusconi è venuto proprio dai vertici del Ppe, nella persona di Manfred Weber, presidente del gruppo dei Popolari a Bruxelles, che ha detto: “È stato sempre a favore dell’Europa”. Non a caso contro il Cavaliere sono ripresi i veleni da parte dei soliti organi del giustizialismo.

Se Sergio Mattarella, intanto, ha allontanato ancora di più l’ipotesi del bis, parlando l’altro ieri di “conclusione del mio ruolo e delle mie funzioni”, come reagirà ora la sinistra? Paradossalmente, come sostengono osservatori forse troppo maliziosi, potrebbe tornare a implorarlo proprio per accompagnare il processo relativo alla proposta di modifica della Costituzione per l’ abolizione del settennato? È una proposta che avrebbero intenzione di presentare due senatori del Pd, Luigi Zanda e Dario Parrini, prima della Corsa al Colle.

Comunque finisca, pure con l’ipotesi del Pd, attribuita anche a Renzi, di far tornare Paolo Gentiloni da Bruxelles, e tanto più di fronte alle ulteriori tensioni tra i Cinque Stelle, con Beppe Grillo che sbertuccia sul “penultimatum” Rai Giuseppe Conte, sembra, al momento, che le elezioni anticipate possano attendere la loro scadenza naturale del 2023.

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