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Perché saranno gli elettori ex M5S (non tutti di sinistra) a decidere le elezioni del 25 settembre

Calenda

Sfide e scenari in vista del voto. Il punto di Polillo

 

Se il secondo matrimonio, quello tra Enrico Letta con Angelo Bonelli e Nicola Frantoianni, non sarà celebrato, ce ne faremo una ragione. Non perché abbiamo qualcosa contro le formazioni politiche che entrambi rappresentano, ma per un fatto di coerenza. Ciò che distingue un’alleanza da una semplice “ammucchiata” è un minimo di sintonia programmatica. Si può mettere insieme il diavolo e l’acqua santa? Chi in tutti questi mesi si è speso, in prima persona, per il Governo Draghi e chi, invece, lo ha mandato al diavolo, negandogli la fiducia per più di 50 volte? Chi infine ritiene che l’opzione “nuovo nucleare”, mentre i prezzi delle commodoties energetiche esplodono, debba essere attentamente considerata e chi, invece, considera tutto ciò come semplice sterco del demonio?

Preoccupazioni cartesiane, direbbe Giuliano Ferrara, che addirittura vagheggia la necessità di un’apertura, da parte del PD, ai “grillozzi”, come li chiama. Insomma una coalizione infinita con alla testa – perché no? – Italia viva di Matteo Renzi ed alla coda i 5 stelle. Pronti, a loro volta, a quanto sembrerebbe, a farsi carico della formazione di un gruppo populista, allargato a Sinistra italiana ed Europa verde. Ed ecco allora che, alla fine di queste convulse trattative, un minimo di chiarezza: tre formazioni in competizione tra loro. Il centro destra (Fratelli d’Italia, la Lega, Forza Italia ed un po’ di vecchi centristi), il centro sinistra, (+Europa, Azione e PD), i populisti (5stelle, Sinistra italiana e Europa verde). Fuori dai giochi, almeno per il momento, Matteo Renzi, con la sua Italia viva. Ma ci sarà del tempo.

Chi vincerà, lo vedremo la sera del 25 settembre, data delle elezioni. Tentativi di leggere nei fondi del caffè, anche se il centro destra sulla carta è più favorito, lasciano un po’ il tempo che trovano. Non ci convincono nemmeno più di tanto le simulazioni di Lorenzo Pregliasco (@youtrend) “se Sinistra Italiana e Verdi uscissero dalla coalizione, il centrosinistra potrebbe perdere più o meno gli stessi collegi che avrebbe perso senza accordo con Calenda.” Non convincono a causa di un eccesso di sondaggite, che sembra prescindere completamente dalle reali condizioni del Paese. Dalla stanchezza di un elettorato, che ha difficoltà a scegliere, ma che è anche sicuro che le vecchie ricette del passato non funzionano più.

Nelle elezioni politiche del 2013, la coalizione guidata da Mario Monti ottenne, alla Camera il 10,54 per cento dei voti ed al Senato il 9,13. Il successo di Beppe Grillo fu invece certificato da un 25,55 per cento alla Camera ed un 23,79 per cento al Senato. Un terzo dei votanti aveva cambiato radicalmente le proprie abitudini di voto. Scegliendo, nel primo caso, l’uomo dell’austerity. Nel secondo, perfetti sconosciuti. Il tutto a dimostrazione di quanto fosse profonda l’avversione verso le forze politiche italiane più tradizionali. Ritenute, a torto o ragione, corresponsabili del progressivo declino del Paese.

Ancor più violento il botto del successivo 2018. I 5 stelle fanno l’en plein, con oltre il 32 per cento dei suffragi, sia alla Camera che al Senato. Ad un passo dal massimo storico della DC (oltre il 40 per cento). Ma perdono tutto, già l’anno successivo. La Lega salta al 34,3 per cento. Loro scendono al 17,1. Insomma: l’Italia passa dalla relativa stabilità della Prima Repubblica (mezzo secolo di vita) alla crescente schizofrenia della Seconda. Con una forte accelerazione dell’instabilità a partire, appunto, dal 2013.

Quello fu un anno di svolta. Conseguenza sia della crisi dei subprime americani, che dei debiti sovrani. Crisi che hanno avuto conseguenze sull’intero scenario globale. In Russia, Vladimir Putin abbandona il tentativo di una modernizzazione occidentalizzante, per buttarsi a capo fitto nella riscoperta del grande passato imperiale russo, sulla scorta degli insegnamenti di Aleksandr Dugin. La stessa Cina cerca di avviare un processo di riconversione produttiva, più centrato sulla crescita della sua domanda interna che non sulle esportazioni. In Europa vi sono Paesi che reagiscono meglio, come la Germania, ed altri, come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, che rischiano il commissariamento. Per non parlare della Grecia.

L’Italia, invece, era già sprofondata nel declino. La sua incapacità di reggere alla concorrenza internazionale, l’aveva spinta da tempo nelle ultime posizioni delle classifiche europee. La mancata crescita aveva fermato l’ascensore sociale e gettato nello sconforto le generazioni più giovani. Soprattutto le donne. Le forze politiche, che avrebbero dovuto gestire una fase così difficile, si erano dimostrate inadeguate. Erano il morto che afferrava il vivo. Contribuendo ad aggravare la crisi. Ed è a quel punto che l’elettorato italiano cominciò ad abbandonare i vecchi approdi, alla ricerca di chi potesse rappresentare una possibile soluzione.

Il successo elettorale di Mario Monti, nonostante le mille controindicazioni del personaggio, si giustifica così. Come si spiega la sua rapida eclisse, vista l’inconsistenza dimostrata dalla pattuglia degli eletti, portati in Parlamento. Stessa logica nel trionfo e nel crollo di Beppe Grillo. Basta con una casta che stava divorando il Paese. Ma una delusione, visti i risultati conseguiti, altrettanto profonda. E di conseguenza la ricerca continua. Inarrestabile. Nella speranza che prima o poi anche l’Italia, come già stava avvenendo grazie al Governo Draghi, possa finalmente tornare ad essere all’altezza della sua storia passata. Non un miracolo. Ma solo la speranza di colmare un ritardo, prima che il baratro, in cui rischia di sprofondare, si trasformi nella fossa delle Marianne.

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