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Ecco il report del Fmi che farà inorridire le vestali dell’austerity

Il commento di Gianfranco Polillo

In un lungo documento (2018 External Sector Report: Tackling Global Imbalances amid Rising Trade Tensions), il Fondo monetario internazionale lancia un monito che deve aver fatto inorridire le vestali impenitenti dell’austerity. E pensare che non si tratta di un approccio non convenzionale. Alla Draghi: tanto per intenderci, ma di un’interpretazione in linea con un’esperienza ultra decennale. Cosa che dovrebbe tranquillizzare tutti coloro che considerano Paolo Savona un professore un po’ snob, ma pericolosissimo per le sorti dell’Italia.

Stiamo parlando di un organismo che non ha esitato un secondo a comminare alla Grecia una cura da cavallo, che ha fatto precipitare il Paese in pieno Medio Evo. Almeno dal punto di vista sociale. Con un atteggiamento tutt’altro che buonista. Lo schema logico di ragionamento è già evidente nella copertina del report. Due bilance – quelle dei pagamenti – che pencolano in direzione opposta, per marcare la grande frattura che divide i Paesi in surplus da quelli in deficit. Che opposte politiche economiche dovrebbero tendere ad riequilibrare.

“In generale – si legge nella lunga analisi – riforme che incoraggiano investimenti e scoraggiano eccessi di risparmi …. sono necessarie nei Paesi che presentano un surplus eccessivo, mentre puntare su riforme che riducano il costo del lavoro e migliorino la competitività sono più appropriate per i Paesi che risultano essere in deficit”. Tra i Paesi dell’Eurozona appartengono al primo gruppo, sicuramente, la Germania ed i Paesi Bassi. Nel primo caso il surplus si è stabilizzato in una percentuale prossima all’8 per cento del Pil. Nel secondo caso addirittura al 10 per cento.

Rispetto a questi eccessi, l’Italia, con il suo 2,7 per cento, può sembrare una piccola cosa. Ma con il suo surplus, che sfiora i 60 miliardi di dollari, resta saldamente al terzo posto in tutta l’Eurozona. Posizione, una volta tanto, tutt’altro che disprezzabile. Dovrebbe quindi seguire politiche di sviluppo, più che pensare in modo ossessivo agli assetti di finanza pubblica. Che, naturalmente, contano. Ma non fino al punto da far dimenticare le altre importanti variabili del quadro macroeconomico. Tanto più che, secondo le specifiche per Paese fornite dal FMI, il surplus italiano delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è determinato per i due terzi dal crollo degli investimenti e per un terzo dall’aumento della propensione al risparmio delle famiglie.

Gli investimenti sono diminuiti a causa del brusco crollo della domanda interna. Se c’è capacità produttiva inutilizzata è illusorio pensare che vi sia qualcuno disposto ad accrescere gli impianti. Una certa inversione di tendenza si è verificata in quest’ultimo anno, ma si è concentrata solo nei settori che esportano. Dove, appunto, c’è una domanda che tira e che può essere soddisfatta. A sua volta la maggior propensione al risparmio è figlia dell’incertezza. Le famiglie temono per il loro futuro e mettono fieno in cascina. Anche per ricostruire un patrimonio falcidiato dal crollo dei prezzi delle abitazioni, a seguito degli eccessi impositivi. Il cosiddetto “effetto ricchezza” che opera a rovescio.

Si dovrebbe guardare a questi problemi, nel loro complesso, per delineare le strategie di politica economica. Con l’obiettivo di incidere positivamente sulle stesse aspettative dei mercati. Da questo punto di vista, le differenze con il 2011 (crisi del Governo Berlusconi) sono profonde. Allora esisteva un forte deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, addirittura superiore al 3 per cento del Pil. Segno di una fortissima perdita di competitività sui mercati internazionali. Oggi il segno rovesciato (un surplus pari ad oltre il 2,5) dimostra esattamente il contrario.

I mercati internazionali, considerato il modesto peso specifico dell’Italia, non hanno né il tempo né la voglia di occuparsi di queste cose. Preferiscono l’effetto gregge, sull’onda delle polemiche quotidiane. Chi dovrebbe fare la sua parte è proprio il Governo, predisponendo le analisi più aggiornate sulla situazione complessiva del Paese e poi comunicare il tutto – le road map servono a questo – con il massimo del rigore. Occorre, in altri termini, un quadro – meglio se di medio periodo – in cui coniugare assetti di finanza pubblica e politiche di sviluppo, nel senso indicato dal documento del Fmi. Non sarebbe un lavoro difficile, se solo si uscisse dalla trappola dei luoghi comuni. E si cercasse di porre fine allo stillicidio quotidiano tra una maggioranza, che non sa ancora cosa farà da grande, ed un’opposizione che balbetta, sognando il ritorno al bel tempo andato.

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