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Ecco il piano di Trump su Twitter, Facebook e social vari. Fini, problemi e incognite

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Trump ha firmato un ordine esecutivo per Twitter, Facebook e non solo, spiegando che con il suo provvedimento i social media non avranno più immunità legale contro eventuali cause per i contenuti delle loro piattaforme. Fatti e commenti nell’articolo di Marco Orioles

 

Detto, fatto. A due giorni dall’incidente tra Donald Trump e Twitter, reo di aver segnalato come mendace un cinguettio del presidente, e 24 ore dopo la minaccia di vendicarsi emanando un provvedimento che avrebbe cancellato l’immunità legale di cui godono le piattaforme social nell’ordinamento americano, il presidente Usa ha apposto ieri la propria firma su quello che passerà senz’altro alla storia come uno degli ordini esecutivi più controversi dell’amministrazione Trump.

Lo ha fatto con gran spreco di retorica. “Siamo qui oggi”, ha detto davanti ai reporter assiepati alla Casa Bianca, “per difendere la libertà di espressione da uno dei più gravi pericoli che ha corso nella storia americana”.

Pericolo rappresentato, a detta di Trump, da un “piccolo gruppo di potenti monopoli dei social media” che hanno due grossi difetti su cui era urgente intervenire: “Controllano la più ampia porzione di tutte le comunicazioni pubbliche e private negli Stati Uniti” (anche se questa è materia da antitrust su cui l’ordine rimane muto) e soprattutto – in virtù di un difetto congenito, ossia “Hanno punti di vista” – detengono “un potere illimitato di censurare, limitare, dare forma, nascondere, alterare” i liberi flussi della comunicazione umana.

Sono gli stessi concetti che hanno fatto breccia nell’ordine esecutivo firmato ieri. “Quando grandi, potenti società di social media censurano le opinioni su cui non sono d’accordo, esercitano un potere pericoloso”, si legge nella bozza ottenuta da The Hill. E ancora: “Non possiamo permettere che un numero limitato di piattaforme online scelga il discorso a cui gli americani possono avere accesso e trasmettere sulla Rete”.

Concetti chiarissimi, che tradiscono una convinzione inveterata del Partito Repubblicano deflagrata in scontro aperto dopo l’affronto di Dorsey a Trump: Twitter, Facebook e tutte le altre piattaforme hanno un potere immenso, ma una legge del lontano 1996 – l’ormai famosa Section 230 del Communication Decency Act – fornisce loro uno scudo legale che le rende penalmente irresponsabili rispetto a cosa pubblichino – rendendo di fatto assoluto il potere da esse detenuto.

“Al momento”, ha spiegato Trump dallo Studio Ovale, “i giganti dei social media come Twitter hanno uno scudo legale senza precedente che si basa sulla teoria che si tratta di piattaforme neutrali, cosa che non è assolutamente vera”.

Col ministro della Giustizia William Barr al proprio fianco, Trump ha chiarito come quell’ordine intende tappare la falla. Partendo dal presupposto che i social media si comportano né più e né meno come gli editori tradizionali nel gestire i loro contenuti, e che dunque non debbano essere tutelati da alcun tipo di immunità, la Casa Bianca si prefigge di mobilitare la Federal Communication Commission in prima battuta e poi, in seconda istanza, il Congresso affinché reinterpretino le disposizioni del Communication Decency Act e ne espungano le protezioni legali garantite alle società on line.

«Quando intervengono sui contenuti», hanno detto Barr e Trump, quelle società «si comportano come altri editori», e non dunque possono avere diritto a quella protezione. Se dunque la linea della Casa Bianca passasse, si aprirebbe la strada ad una nuova interpretazione della legge che porterebbe a considerare Twitter e le altre piattaforme alla stregua di normali editori muniti di specifichi obblighi giuridici.

Se sarà dunque questa la prossima battaglia campale di Trump, ne vedremo davvero delle belle. Non solo infatti la materia è incandescente, e gli umori dei vari contendenti tendenti al bellicoso, ma le chance di una vittoria lampo sono al lumicino, se non nulle.

Al di là dell’ovvia condanna dei rivali Dem, c’è da scontare anzitutto la netta indisponibilità della FCC ad assumersi il ruolo affidatole dall’ordine presidenziale. Sintomatiche in questo senso appaiono le parole di una delle commissarie, Jennifer Rosenworcel: “i social media possono far arrabbiare, ma un ordine esecutivo che trasformerebbe la commissione nella polizia di espressione del presidente non è la risposta”.

In secondo luogo, nemmeno gli amici del presidente paiono del tutti convinti della sua sortita. Molti, al contrario, temono come la peste uno “Stato amministrativo” che si arroga il diritto di fare il censore delle libere comunicazioni dei cittadini con l’aggravante di fornire ai temuti attivisti e avvocati liberal la possibilità di trascinare in tribunale i personaggi scomodi.

Ma c’è una ragione ancor più cogente che spiega come mai la proposta trumpiana non convinca del tutto nemmeno i suoi e la spiega Patrick Hedger, ricercatore al  Competitive Enterprise Institute: “I conservatori devono apprezzare il fatto che i social media hanno attribuito molto potere a un sacco di nuove voci a destra e ha permesso loro di guadagnare milioni di follower e miliardi di visualizzazioni”.  Visto da questa prospettiva, l’ordine di Trump equivale dunque allo spararsi ad un piede.

Ma il fronte che i trumpiani devono temere di più è quello dei tribunali, che in un quarto di secolo hanno abbondantemente dimostrato di considerare alla stregua di oro colato la Section 230 e trascinerebbero senz’altro l’ordine esecutivo nelle forche caudine.

Non ha dubbi al proposito Kate Klonick, docente alla St. John’s University School of Law du New York, che oltre a ricordare che “non spetta al presidente interpretare la legge federale, ha sottolineato come nei tribunali americani si siano accumulati in questi 25 anni talmente tanti precedenti in favore della Section 230 da rendere assai remota l’idea di un repentino cambiamento.

Ancora più acuminata la posizione di Daphne Keller, docente alla Stanford Law School, per la quale l’ordine di Trump è “al 95% retorica politica e teatro che non ha alcun effetto legale ed è incoerente con quello che dicono i tribunali”. E anche se l’ordine proseguisse il suo iter, sottolinea Keller, si ritroverebbe presto sfidato da un ostacolo portentoso come il primo emendamento della Costituzione nei cui confronti, ne è convinta la docente, quell’ordine commette il più serio degli abusi.

Chi, non a caso, è perfettamente al corrente di tutto ciò è Trump, che interpellato dai giornalisti sulla possibilità che il suo ordine venga bloccato dai ricorsi in tribunale, lo ha dato per scontato: “Lo sono tutti, no?”.

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