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Ecco come Trump ed Erdogan si detestano cordialmente. Il Punto di Orioles

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Come è andato l’incontro Trump-Erdogan alla Casa Bianca. Il Punto di Marco Orioles

L’incontro Trump-Erdogan alla Casa Bianca di mercoledì è andato come doveva andare: con uno show di bonomia e parole di circostanza incapace di celare le profonde ferite di una relazione bilaterale ormai precipitata nel gorgo di una crisi quasi irrimediabile.

Nemmeno lo stesso Trump credeva probabilmente alle proprie stesse parole quando, al fianco del suo collega turco, ha detto che loro due sono “ottimi amici” che il meeting nella residenza presidenziale è stato “produttivo” e addirittura “wonderful”.

“Siamo amici da molto tempo, pressoché dal giorno 1”, ha affermato The Donald sfidando la legge di gravità. “Ciascuno dei due capisce il paese dell’altro. Sappiamo da dove veniamo”.

Sono affermazioni del tutto scollegate dalla realtà. Una realtà che alla fine ha prevalso, facendo breccia nelle dichiarazioni ufficiali della giornata parzialmente edulcorate dalla volontà di non farsi troppo del male.

“L’acquisizione da parte della Turchia di equipaggiamento militare russo sofisticato, come (il sistema) S-400, crea delle sfide molto serie tra noi”, è costretto così ad ammettere, dopo le effusioni di rito, il capo della Casa Bianca.

Sa bene, il tycoon, che il Congresso – tanto nelle fila del suo partito quanto in quelle dei rivali democratici – non intende perdonare il Sultano per l’affronto di aver acquisito da Vladimir Putin quel sistema di difesa anti-aerea – l’S-400 – che minaccia la superiorità aerea degli Usa e del loro cacciabombardiere di punta, l’F-35.

E sa bene, il presidente, che sarà difficile per lui, e forse impossibile, impedire che scattino le sanzioni che la legge varata nel 2017 – Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act – infligge ai Paesi che effettuano “significative transazioni” con la Russia nei settori della Difesa e dell’Intelligence.

Dal Congresso, almeno, segnali di indulgenza nei confronti dell’alleato Nato ce ne sono ben pochi. I parlamentari, al contrario, sono sul piede di guerra nei confronti di di un leader come Erdogan che negli ultimi anni ha allungato di molto il cahier de doléance turco.

Non si contano ormai più i provvedimenti presi al Campidoglio nei confronti di quelle che sono considerati veri e propri crimini da parte del regime di Ankara.

Al Senato giace ad esempio un disegno di legge presentato dai democratici che denuncia fermamente la repressione di giornalisti, oppositori, dissidenti e minoranze. Schiumano rabbia, i rappresentanti del popolo americano, di fronte alle decine di migliaia di cittadini turchi imprigionati arbitrariamente da Erdogan dopo il fallito golpe del 2016. O alle 1.500 Ong che ha fatto chiudere con accuse pretestuose di legami col terrorismo.

Rappresenta il pensiero di una buona fetta dei suoi colleghi, in questo senso, il leader democratico in Senato, Chuck Schumer, quando ha definito “sconcertante” e “terrificante” la decisione di Trump di srotolare il tappeto rosso della Casa Bianca per un uomo come Erdogan che “sopprime la libertà di espressione, fa arrestare gli oppositori, e fa così tante altre cose terribili al suo paese, che un tempo era uno scintillante esempio di democrazia”.

Le cose non vanno meglio nell’altro ramo del Congresso, che il mese scorso ha approvato in modo bipartisan – con 354 voti favorevoli e solo 60 contrari – una risoluzione che condannava l’invasione turca del Nordest della Siria scattata pochi giorni prima nell’indignazione del mondo.

Non paga, la Camera pochi gi0rni più tardi faceva passare in maniera ancora più schiacciante – 403 sì contro 16 no – il “Protect Against Conflict by Turkey Act” che oltre ad introdurre sanzioni contro gli ufficiali turchi coinvolti nelle operazioni militari in Siria, ordinava al Dipartimento di Stato di valutare il patrimonio di Erdogan e dei suoi familiari per capire come colpirlo.

La rabbia per l’arroganza neo-ottomana della Turchia ha spinto i deputati a calcare ulteriormente la mano con un’altra risoluzione, anche se dal puro valore simbolico, che riconosce le responsabilità turche nel genocidio armeno. Anche in questo caso, voto bulgaro tra gli scranni della House of Representatives: 405 contro 11.

E non è finita qui. Senatori e deputati di ambedue i partiti hanno raggiunto un’intesa per procedere con la rimozione dell’embargo Usa contro le armi a Cipro: un vero e proprio schiaffo all’orgoglio nazionalistico turco di cui Erdogan ama presentarsi come il campione.

L’unico argine alla furia dell’establishment a stelle e strisce contro il Sultano sembra essere dunque proprio lui, Donald Trump. Che, pur consapevole delle pressioni dei parlamentari su di lui, sceglie di non calcare la mano, almeno a parole, sugli innumerevoli pomi della discordia che dividono l’America dalla Turchia di Erdogan.

Ribadita così la delicatezza del dossier S-400, il presidente sceglie dunque di sottolineare che lui e il collega turco “ne abbiamo parlato oggi, ne parleremo in futuro, e speriamo di essere in grado di risolvere la situazione. (…) Abbiamo chiesto al nostro Segretario di Stato e al ministro degli esteri (turco) e ai rispettivi consiglieri di sicurezza nazionale di mettersi subito al lavoro per trovare una soluzione sul tema dell’S-400”.

Peccato che, solo pochi minuti dopo aver pronunciato queste parole, la Casa Bianca faceva diffondere dal suo sito una dichiarazione ufficiale che riformulava la questione degli S-400 con termini ben più duri rispetto a quelli usati verbalmente da Trump alla presenza del collega.

Che nei ranghi della politica Usa ci sia ben poca voglia di andare incontro alle bizze di Erdogan lo aveva chiarito del resto il gruppetto dei senatori repubblicani – Lindsey Graham, Jim Risch, Joni Ernst, Rick Scott e Ted Cruz – che Trump ha voluto al suo fianco alla Casa Bianca durante l’incontro di mercoledì.

Il più cristallino di tutti al cospetto di Erdogan è stato Graham, che ha messo subito le cose in chiaro. “L’attivazione del (sistema) S-400 da parte della Turchia richiederà agli Stati Uniti”, ha spiegato candidamente il senatore, “di escludere la Turchia dal programma F-35 e di imporle delle sanzioni”. Quanto all’invasione della Siria nordorientale, Graham, pur riconoscendo la complessità della situazione, ha ribadito che la soluzione è rappresentata dalla creazione di una “zona cuscinetto” tra Turchia e Siria, così come vuole l’accordo stipulato tra Washington e Ankara il mese scorso, e non certo dalla “distruttiva” incursione di cui si sono resi responsabili i militari turchi nel mese di ottobre.

Dinanzi a questo fuoco di sbarramento, Erdogan non ha potuto far altro che balbettare scompostamente, alternando dichiarazioni concilianti a vere e proprie stoccate. “Siamo d’accordo”, ha detto, “di far procedere i legami turco-americani su un terreno più salutare. Siamo d’accordo di aprire una nuova pagina nella nostra relazione”.

Sulla questione dell’S-400, tuttavia, nessun arretramento. La proposta conciliazione di Erdogan sembra anzi pensata apposta per imbestialire i suoi interlocutori. “Abbiamo chiaramente detto al presidente Trump che, sotto determinate circostanze, potremmo acquistare anche i missili Patriot (made in Usa)”.

Si tratta, ovviamente, di una provocazione bella e buona, visto che l’amministrazione Trump per mesi ha provato, invano, a convincere Erdogan a rinunciare all’acquisto del sistema russo optando invece per i Patriot.

Se il nodo dell’S-400 resta dunque bello stretto, lo stesso può dirsi per il dossier siriano. “Stiamo solo combattendo i terroristi, punto”, tuona Erdogan, noncurante del fatto che quelli che lui chiama terroristi – i curdi siriani inquadrati nelle SDF – sono quegli alleati degli Usa che hanno fatto per loro il lavoro sporco di scacciare i jihadisti dell’Isis dalle loro roccaforti.

L’atmosfera alla Casa Bianca si fa addirittura incandescente quando Erdogan si scaglia contro la Camera dei Rappresentanti e le sue due recenti risoluzioni sul genocidio armeno e contro gli ufficiali coinvolti nella guerra contro i curdi. Sono misure che “urtano profondamente la nazione turca”, ammonisce il Sultano, che riserva l’ultima stilettata all’ospitalità (definita “inaccettabile”) riservata dagli Usa all’imam Fethullah Gülen che lui sospetta essere stato l’architetto del golpe del 2016. La richiesta che Erdogan formula agli americani è perentoria: “sradicare” Gülen.

Ma siccome la politica internazionale nell’era di Donald Trump è un palcoscenico, ecco che questa mezza rissa consumata alla Casa Bianca può raggiungere l’acme della surrealtà quando il presidente Usa propone al suo collega uno dei suoi classici deal: un accordo per “portare molto velocemente il commercio tra i nostri due paesi” dagli attuali 24 miliardi di dollari “a 100 miliardi”.

Era stato il Washington Post martedì ad anticipare l’intenzione di Trump di mettere sul piatto quei cento miliardi per indurre il Sultano a rimettersi in carreggiata. Avrebbe addirittura – sempre secondo il Post – scritto nero su bianco, in una lettera consegnata al presidente turco prima del suo arrivo a Washington, il suo desiderio di ricompensare il bizzoso collega turco a patto che rispettasse l’accordo di ottobre sulla Siria e, dunque, smettesse di infastidire i curdi.

È insomma il solito, inguaribile uomo di spettacolo quello che mercoledì alla Casa Bianca ha tentato di domare quel Sultano che sta facendo agli Usa e al loro presidente più di qualche sgarbo ed è ricambiato, specie tra i banchi delle camere, con le più sincere attestazioni di disprezzo. Uno spettacolo difficile da decifrare come tutti quelli che vedono protagonista il presidente Usa più anticonformista della storia.

L’unica cosa certa è che l’incontro “produttivo” e “wonderful” di mercoledì tutto è stato tranne che una luna di miele. E che il fianco Ovest e quello Sud della Nato non sono mai stati così distanti come in questi tempi burrascosi.

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