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Germania

Ecco come stroncare il doppio gioco della Germania su ong e migranti

Bene anche lo sbarco dei naufraghi nel primo porto sicuro, secondo le attuali procedure, dunque in Italia. Ma alla condizione del loro immediato trasferimento, mediante ponte aereo o altra logistica, nel territorio di residenza dell’armatore, ossia la Germania, che poi provvederà alle relative incombenze. Il tutto sulla base di un accordo vincolante a livello europeo. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Ci vorrebbe la verve di Stefano Ricucci per descrivere il comportamento del Governo tedesco in tema di immigrazione. Ricordate una delle celebri frasi del Re di Zagarolo, nonché esponente illustre dei “furbetti del quartierino”: “ma che volete fa’ i froci con il culo degli altri”? Espressione indubbiamente volgare, ma efficace per cogliere una contraddizione impossibile da non vedere. La tesi tedesca è che le Ong, che operano nel Mediterraneo ed intercettano gli emigranti, devono poter agire senza alcun condizionamento ed essere aiutate, con opposti finanziamenti pubblici (al momento solo tedeschi, domani si vedrà), nello svolgimento dei loro compiti.

Lo spirito invocato è quello umanitario. Il che fa solo onore ai proponenti. Ma a condizione di mostrare poi la necessaria coerenza. Che va seguita fino alla fine e non, come accade oggi, solo nel momento del salvataggio: semplice primo passo di un intervento ben più difficile e complicato da portare a termine. Non si tratta, infatti, solo di soccorrere persone in pericolo di vita, ma di offrire loro una prospettiva. Ben sapendo quale è la loro speranza: quella di stabilizzarsi in un Paese europeo. Coronando un sogno che, il più delle volte, le porta a rischiare la propria vita. C’è qui una differenza profonda con la normale figura del naufrago. Che, per definizione, è il passeggero o il membro dell’equipaggio caduto in acqua da una nave, e oggetto di operazioni di ricerca e di soccorso.

La differenza è implicita nel calcolo probabilistico, molto meno favorevole agli emigranti, per mille ragioni, compresa l’inadeguatezza degli scafi con cui prendono il largo. Sindacata dalle stesse norme del mare che vietano, in teoria, che con quelle carrette si possa navigare. Partire da questa distinzione è quindi importante per comprendere quanto diverse possano essere le due situazioni e, di conseguenza, i principi che ne dovrebbero regolare le relative fattispecie.

L’obbligo di soccorso in mare nasce, ovviamente, da un’emergenza. E questo è l’elemento comune, ma anche l’unico, con il dramma dei viaggi della speranza. In passato la regolamentazione giuridica sul naufrago era stata varata per bilanciare il peso dei diversi interessi in gioco. Alla nave cargo, che abbandonava la sua rotta di navigazione per intervenire sul luogo del disastro, si poteva chiedere di salvare vite umane, ma non di sacrificare ogni altro obbiettivo per accudire il naufrago. Da qui la disposizione che consentiva di sbarcarlo nel “porto più vicino” alla sola condizione che fosse “sicuro”. Ponendo a carico dello Stato ospitante il compito della successiva assistenza.

Si sarebbe trattato, in ogni caso, di numeri relativi. E di un impegno limitato. Quanti i naufragi in un lasso di tempo determinato? Senza contare poi che gli stessi, una volta salvati, non chiedevano altro che tornare alla loro normale attività ed agli affetti lasciati nel proprio Paese. Tutta un’altra storia, come si vede, nel confronto con flussi migratori che hanno ben altre motivazione ed una dimensione numerica incommensurabile. Richiamarsi pertanto a principi comuni, validi sempre e comunque al fuori del relativo contesto che li legittima, è solo una tartufesca operazione, facile da smascherare.

Ed è proprio per questo motivo che il comportamento del Governo tedesco, incapace di resistere alle pressioni dei Verdi, appare particolarmente censurabile. Il tentativo è quello di dilatare oltre misura le maglie delle attuali convenzioni internazionali per realizzare aspirazioni politiche proprie, ma senza pagare dazio. Ed infatti è disposto a finanziare le ong, nella loro funzione di salvatori seriali, ma a condizione che i migranti siano poi sbarcati nel “primo porto sicuro”. Destinato a coincidere con uno italiano. Il tutto motivato, come si diceva all’inizio, da nobili sentimenti. Dimentichi, tuttavia, che il buon samaritano non lascia il lavoro a metà, ma lo porta a termine fino alla fine. Facendosi carico, fino in fondo, delle relative conseguenze.

La giusta reazione italiana, ovviamente, non si è fatta attendere, con una controproposta che all’inizio è sembrata solo una mossa tattica e che, invece, potrebbe risultare risolutiva. Bene l’intervento delle imbarcazioni delle Ong, – questo il senso della controproposta – che non battono bandiera italiana. Bene anche lo sbarco dei naufraghi nel primo porto sicuro, secondo le attuali procedure. Ma alla condizione del loro immediato trasferimento, mediante ponte aereo o altra logistica, nel territorio di residenza dell’armatore. Che poi provvederà alle relative incombenze. Il tutto sulla base di un accordo vincolante a livello europeo. Che consentirebbe, tra l’altro, di riconciliarsi con le regole che sono alla base del diritto internazionale. L’imbarcazione che batte bandiera estera è anche territorio di quel Paese. A bordo, fuori dalle acque territoriali italiane, vi si applicano, pertanto, le relative disposizioni civili e penali.

Se il principio fosse accolto, ne deriverebbe un disegno dotato di una relativa coerenza. Ciascuna nazione sarebbe, infatti, posta nella condizione di seguire una propria morale, sostenendo ovviamente i relativi costi che una simile scelta comporta. I suoi singoli cittadini, a loro volta, sarebbero costretti a seguire le leggi del proprio Paese ed incorrere, in caso di violazione, nelle relative sanzioni. Che con l’aiuto, se necessario, degli altri membri dell’Ue potrebbero essere irrorate, durante l’eventuale di sosta nelle relative marine. Alla fine, come si può osservare, un giusto compromesso e l’embrione di una comune visione. Troppo razionale? Forse. Meglio comunque del caos attuale, in cui alla fine è l’Unione europea che rischia di naufragare.

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