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Perché il Regno Unito ha salutato l’Ue. L’analisi di Salerno Aletta

di

Johnson

Ecco i veri motivi per cui il Regno Unito ha deciso di lasciare l’Ue con la Brexit. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta. Breve estratto di un articolo pubblicato sul settimanale Milano Finanza

 

Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.

Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.

Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione. In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambizioni per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.

C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato interno europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue. Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in UK, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.

Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.

La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.

Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.

(Breve estratto di un’analisi pubblicata su Milano Finanza; qui la versione integrale)

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