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Ecco come il ddl Zan fa discutere le femministe

Ricolfi Ddl Zan

Il post di Alessandra Servidori  

 

Il ddl Zan ha comunque sortito un peccato veniale: ha fatto litigare le italiane femministe e non. Almeno ha chiarito alcuni punti oscuri a tutti del testo. Quasi come i finanziamenti alla cultura biodinamica (grande idiozia esoterica).

La verità sul Ddl Zan è sotto gli occhi di tutti: stiamo approfondendo con pareri diversi e assai discutibili il contenuto sicuramente confuso del Ddl. In queste ore poi alcuni hanno addirittura dato una interpretazione sconcertante alla Costituzione.

Nadia Urbinati docente e opinionista ha sostenuto:”Se le scuole cattoliche temono la legge Zan, rinuncino ai soldi pubblici”. Dunque una concezione prezzolata della libertà di educazione. È come dire: se i giornali non sono d’accordo con tutti i decreti legge presentati dal governo, rinuncino al contributo statale.

Un discutibile e politicamente scorretto criterio interpretativo delle libertà costituzionali e per fortuna che — come ha ricordato Draghi — siamo in uno Stato laico. Ancora. Si sono fin qui confrontati alacremente da una parte un femminismo preoccupato che l’identità basata sul genere dichiarato si sostituisca all’identità basata sul sesso biologico, con la conseguenza di una “dissoluzione della realtà dei corpi femminili”, nonché di una nuova e paradossale forma di discriminazione e tacitamento delle donne e del femminismo che rivendicano l’importanza dell’impronta biologica sulla costruzione del soggetto. Dall’altra parte un femminismo che nella legge Zan, e nella sequenza sesso-genere-orientamento sessuale-identità di genere, non vede nulla di problematico e addirittura  anzi  vede un passo avanti, il più inclusivo possibile, “verso la garanzia di uguali libertà per tutte e tutti”.

Infine, un femminismo transfemminismo”, che accusa il femminismo critico verso la legge di voler affermare “il falso biologismo” di un’identità femminile anatomica contro le identità di genere e di escludere le persone transessuali e di essere alla fine “l’altra faccia della medaglia” dei movimenti no-gender di destra.

La prima posizione vede bene il rischio degli effetti collaterali della legge Zan, con effettivamente un certo biologismo; la seconda si fida troppo del linguaggio giuridico progressista tralasciandone gli effetti performativi sui movimenti; la terza è viziata da un pregiudizio contro il femminismo della differenza, radicato più nell’accettazione passiva delle tassonomie del femminismo anglofono che nella conoscenza effettiva di quello italiano.

Per non cadere nella trappola in cui invece tutte queste posizioni cadono, ovvero quella di incoraggiare – essendone peraltro e al contempo un prodotto – la deriva verso la frammentazione identitaria già presente nella galassia femminista e lgbtq+, deriva pericolosamente antipolitica, che ripercorre una strada già rivelatasi senza uscita nel femminismo americano e dalla quale l’originalità del femminismo italiano ci aveva a lungo preservate. Questa deriva consiste nel concepire il soggetto femminista come una somma algebrica – più o meno inclusiva o più o meno escludente – di identità sociali differenti, certificate non si sa come se non sulla base di astrazioni teoriche o giuridiche, piuttosto che come una costruzione politica basata su pratiche condivise. Prima fra tutte la pratica del partire da sé, pratica che di suo è aperta a chiunque perché volta a dare voce a chiunque sulla base di un desiderio di condivisione dell’esperienza e non di un’identità rivendicata o certificata; e che di suo è generatrice di relazioni, alleanze, coalizioni nonché conflitti, ma motivati da ciò che si fa, non da ciò che si è o si afferma di essere; da ciò che di inedito e imprevisto si mette al mondo, non dal bisogno di riconoscimento da parte del mondo com’è e delle sue leggi, buone o cattive che siano. Ma non può pretendere di imporre agli altri di riconoscere un’identità percepita e una riscrittura della Genesi.

Come se il sesso fosse un optional e non un “marchio di fabbrica” della Natura.

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