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Alessandro Di Battista farà vedere le stelle a Di Maio, Conte e Zingaretti. Il corsivo di Polillo

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Per capire meglio ciò che ribolle nelle viscere dei 5 Stelle, è opportuno leggere il post malmostoso di Alessandro Di Battista. Il corsivo di Gianfranco Polillo

 

Bisogna avere la pazienza di leggerlo tutto il lungo intervento di Alessandro Di Battista, sul suo profilo Facebook, per capire ciò che bolle in pentola nelle viscere dei 5 Stelle. Dopo la grande abbuffata di governo, dal quale l’esule del Movimento è rimasto a digiuno. Estromesso, a quanto si sussurra, proprio per il veto del Pd e il disinteresse, appena camuffato, di Luigi Di Maio. Va bene l’amicizia, continuamente declamata al punto da legittimare più di un sospetto, ma la competizione è competizione. Ed essa non consente sconti.

Si può spiegare anche così, l’ira (poco) repressa che traspare dal post. Non siamo di fronte ad una critica ragionata, ma all’idea che il Pd altro non sia che “l’impero del male”. Vecchia fissazione di Ronald Reagan, nei confronti del regime sovietico. Come considerare altrimenti alcuni improperi? “Partito “globalista”, liberista, colluso con la grande imprenditoria marcia di questo Paese, responsabile (paradossalmente più della destra che ho sempre ugualmente contrastato) delle misure di macelleria sociale che hanno colpito i lavoratori italiani”.

Una demonizzazione che si rinnova, giorno dopo giorno. “Il Partito Unico Lega-FI-PD-FDI ha salvato l’ennesimo deputato votando contro una richiesta d’arresto da parte dei giudici di Milano dopo aver votato NO persino sull’utilizzo di intercettazioni contro di lui”. Un nuovo crimine che ne invera l’antica natura. E che lambisce la stessa dirigenza grillina. “Leggo anche (ma sono sempre le solite fonti di Palazzo Chigi che non si sa mai se siano vere) che il premier sia rimasto allibito per la scelta di Renzi e che abbia pronunciato questa frase: “Me lo doveva dire prima, Renzi vuole solo potere e nomine”. Buongiorno Presidente!!!”. Il che é come dire: svegliati. Stai svendendo un patrimonio ideale e nemmeno te ne accorgi.

Normale dialettica interna: cerca di metterci una toppa il Capo politico del Movimento. “Per il M5S – fanno sapere i vertici del Movimento (Corriere della sera) – esiste libertà di pensiero e di opinione”. Una notizia: si potrebbe dire, visti i precedenti. Per molto meno, militanti meno “popolari” hanno pagato con l’espulsione. A partite da Federico Pizzarotti. Ma la giustificazione non regge. Se uno dei principali protagonisti del Movimento, esponente di spicco della ristretta catena di comando, dichiara che l’alleato del momento non è altro che un covo di vipere ed “il partito più ipocrita d’Europa” si va ben oltre i confini di una, per quanto ruvida, polemica politica.

Se ne è reso conto Marco Travaglia, ormai sponsor principale del nuovo corso grillino. Messe da parte le accuse contro i nemici di sempre, in un lungo articolo, si sofferma, con la pignoleria di un ragioniere, sulle malefatte compiute dal suo ex eroe. Il “fuorista”, al secolo lo stesso Di Battista, avanza “critiche in parte fondate al governo giallo-rosa”. Poi perché “giallo-rosa”? Ma sbaglia a chiamarsi “fuori”. E quindi l’elenco puntuale delle volte in cui le decisioni del Movimento, che hanno portato alla situazione attuale, sono state prese anche con il suo consenso. Insomma: volano gli stracci. E siamo solo agli inizi.

Quella del nuovo governo si presenta, pertanto, come una “luna di miele” avvelenata da episodi che, oggettivamente, ne indeboliscono l’immagine. Se non la capacità di affrontare i problemi, la cui soluzione – lo si vedrà meglio nei prossimi giorni – richiederebbe una grande coesione interna, per far fronte alle difficili scelte del momento. E il giorno in cui l’Ocse certifica la “crescita zero” e prospettive non rassicuranti per l’anno successivo, Luigi Di Maio, per coprirsi dalle critiche del suo “gemello”, rilancia la sfida sul taglio dei parlamentari (nelle due prime settimane d’ottobre) per dimostrare che del Pd ci si può ancora fidare. Argomento che più divisivo non si può, se isolato da un contesto riformatore più ampio. Sembra quindi che, alla fine, quella vecchia volpe di Matteo Renzi, capita l’antifona, ha preferito fare armi e bagagli. E trasferirsi lontano dalla vecchia tenda che Romano Prodi (che nel frattempo lo paragona a uno yogurt) aveva voluto piantare.

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