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Draghi strattonerà Turchia, Egitto, Cina e Russia in Libia?

La visita di Draghi in Libia: gli obiettivi politici, le speranze geopolitiche e le prospettive economiche. Fatti, commenti e analisi di Sole 24 Ore, Corriere della Sera, Limes e Ispi

Che cosa cambierà per l’Italia in Libia dopo la visita di Draghi a Tripoli?

Ecco fatti, commenti e analisi.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato ieri a Tripoli il nuovo premier libico di unità nazionale Abdel Hamid Mohamed Dbeibeh, parlando di “momento unico per la Libia” e aprendo a una rinnovata alleanza bilaterale sulla base dell’accordo di amicizia del 2008. Draghi si è anche congratulato per l’attività della Guardia Costiera libica, esprimendo “soddisfazione per quel che la Libia fa nei salvataggi”.

IL PUNTO DELL’ISPI SULLA LIBIA

Il viaggio di Draghi è avvenuto in una fase delicata per la Libia. Il nuovo governo nato sotto l’egida dell’Onu, ha giurato lo scorso 15 marzo a Benghazi. Il suo insediamento segna – con lo scioglimento dei due esecutivi finora presenti, quello tripolino del premier Fayez al-Serraj e quello di Abdallah al-Thinni – il ritorno ad un’autorità unica per l’intero paese, si legge in un report dell’Ispi: “Autorità che anche il generale Khalifa Haftar, dopo aver visto infrangersi il sogno di occupare Tripoli, ha dovuto riconoscere. Il tutto corredato da un cessate il fuoco che regge ormai da ottobre. È la volta buona per parlare di prospettive di pace? Difficile a dirsi: a complicare le cose, come sempre, è la presenza sul terreno di attori non libici, il cui ultimatum per il ritiro – previsto il 23 gennaio – è di fatto passato inosservato. Se i militari turchi, inviati da Ankara a sostegno del governo assediato di Fayez al-Serraj, oggi controllano la base aerea di al-Watiya, quella navale di Misurata e non sembrano intenzionati a lasciare la Tripolitania, dall’altra parte del fronte, circa 2000 mercenari russi della compagnia Wagner inviati per sostenere il generale Khalifa Haftar, restano trincerati intorno a Sirte. È qui che – come riportato a gennaio da CNN – le milizie del generale e della Wagner hanno eretto una trincea lunga oltre 70 chilometri. Un muro nel deserto che non lascia ben sperare sulle loro reali intenzioni di smobilitare”.

L’ANALISI DI LIMES SU LIBIA E DRAGHI

“Oggi la nostra ex colonia è spartita tra russi e turchi ed è diventata la stanza di compensazione delle controversie regionali, prima ancora che terreno di scontro per milizie locali affamate di potere e risorse – ha scritto Limes on line – Per tutte queste ragioni l’iniziativa di Draghi a Tripoli, da sola, non può essere considerata risolutiva. Nondimeno rende manifesta la volontà di tornare a occuparsi direttamente di un dossier decisivo per la sicurezza del nostro estero vicino, troppo a lungo colpevolmente trascurato. Cercando di strutturare il ritorno della presenza italiana nel “grande gioco libico” grazie alla prospettiva della cooperazione in campo sanitario, energetico e soprattutto infrastrutturale con Tripoli, leve con cui Roma può ragionevolmente sperare di ritagliarsi un margine d’azione in Nord Africa. Con l’obiettivo di sostenere il neonato governo di unità nazionale libico e riportare l’Italia a contare lungo la sponda meridionale del Mediterraneo”.

IL COMMENTO DEL CORRIERE DELLA SERA SULLA VISITA DI DRAGHI IN LIBIA

L’Italia si propone come punto di riferimento per una azione strategica dell’Europa basata su quattro punti, ha scritto l’esperto di esteri del Corriere della Sera, Franco Venturini: “Il mantenimento della tregua d’armi, l’appoggio fattivo al processo politico che si è aperto con il governo unitario, il ritiro delle forze straniere dalla Libia (soltanto auspicato, almeno per ora) e un maggior interessamento dell’amministrazione Biden, in collaborazione con gli europei, alla Libia e al Mediterraneo. Quattro punti che vogliono portare da parte italiana a una concreta partnership con la nuova Libia, termine assai impegnativo che Draghi ha usato non a caso”.

IL PUNTO DEL SOLE 24 ORE SU ITALIA E NON SOLO

Per il Sole 24 Ore, la visita di Draghi, oltre ad affrontare argomenti strategici per l’Italia come quello della migrazione, sembra aver per prima cosa puntato a salvaguardare i contratti e le commesse già in essere che spettavano alle aziende italiane. Inclusa la spinosa questione del recupero dei crediti, storici e recenti, ha scritto Roberto Bongiorni del quotidiano diretto da Fabio Tamburini: “La ricostruzione, quella vera, è un’altra storia. E in questo caso le ambizioni italiane di essere in prima linea rischiano di essere ridimensionate. L’Italia cercherà di concentrarsi sui suoi punti di forza: sul settore energetico, soprattutto il metano (l’Eni con il suo gas illumina già diverse città della Tripolitania inclusa Tripoli), sulla rete elettrica, sui progetti di energie verdi e sul settore sanitario. Ma non si può illudere di fare la parte del leone nella ricostruzione. Perché saranno probabilmente le imprese turche a fare incetta di molti contratti in Tripolitania, non solo nel settore residenziale, dove non hanno quasi concorrenza, ma anche in altri settori strategici. E quelle egiziane in Cirenaica. Non è un caso se l’annuncio della più grande fabbrica di cemento, che verrà costruita a Misurata con un investimento di 50 milioni di dollari, e impiegherà a regime mille operai, è arrivato da un’azienda turca”.

LE MIRE DI TURCHIA, EGITTO E CINA

In prima fila nella partita economica legata alla ricostruzione della Libia – secondo il Sole – ci sarà anche l’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi: “Il 13 marzo l’ambasciata libica del Cairo ha annunciato di aver raggiunto un accordo con le autorità egiziane per facilitare l’entrata dei lavoratori egiziani in Libia. La Libia avrà bisogno di 450 miliardi di dollari per la sua ricostruzione in un arco di tempo di cinque anni. E di una forza lavoro straniera di tre milioni di persone, ha dichiarato, forse calcando un poco la mano, Abdelmajid Kosher, presidente dell’Unione libica dei contractors. Aggiungendo che le imprese egiziane faranno la parte del leone (fonti egiziane parlano di due milioni di lavoratori). I cinesi, con le loro offerte non sostenibili per le imprese europee, e con le banche statali cariche di liquidità per sostenerle, non staranno certo a guardare. Proprio in questi giorni una delegazione economica e commerciale cinese di alto livello sta affrontando il tema della ricostruzione con il Governo libico, con enti pubblici e privati. Batterli nelle infrastrutture non sarà facile”.

IL COMMENTO DI MASSOLO (ISPI) INVOCA UN RUOLO PER UE E USA

“A pochi giorni dalla formazione del Governo Dbeibah, la visita in Libia del Presidente del Consiglio Draghi consente all’Italia di riaffermare la propria centralità nella stabilizzazione di un Paese fondamentale per l’interesse e la sicurezza nazionali sul piano geopolitico, securitario, energetico, migratorio ed economico – ha scritto l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi – Oggi più che mai è indispensabile sostenere il processo politico in atto nel Paese consolidando il cessate il fuoco e rafforzando la tenuta del quadro istituzionale. Parallelamente, occorre dare un impulso concreto al rilancio economico puntando con gli investimenti e la ricostruzione a migliorare concretamente le condizioni di vita della popolazione locale. Tali obiettivi presuppongono tuttavia un ruolo nuovo, per l’Italia ma anche per l’Unione Europea, che riequilibri, insieme ai principali stakeholders, la consolidata influenza sul terreno di Russia e Turchia. Il rinnovato interesse nei confronti del dossier libico espresso dall’Amministrazione Biden rappresenta sotto questo profilo motivo di giustificato ottimismo e va incentivato”.

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