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Il disperato azzardo di Putin

Putin

Che cosa cela l’ultimo discorso di Putin. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

L’ultimo discorso di Vladimir Putin, con il quale è stata decretata la mobilitazione parziale dei riservisti, toglie ogni alibi a chi, in Italia, aveva cercato di giustificare l’aggressione dello scorso 24 febbraio. La voce di chi aveva insistito nel ricordare le responsabilità e le inadempienze di Kiev: dal mancato rispetto del Protocollo di Minsk, fino allo scoppio di quella sorta di guerra civile, nella provincia del Donbass, che aveva visto contrapposte le due distinte milizie: quelle filo russo e quelle nazionaliste. Quel protocollo, come si ricorderà, era stato firmato il 5 settembre 2014, nella capitale della Bielorussia, dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk. Dopo essere stato preceduto da intensi colloqui sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Era, tuttavia, risultato tanto complesso da risultare inattuabile. Di conseguenza la guerra civile tra le due opposte fazioni, iniziata nel 2014, non era mai terminata.

Colpa degli uni o colpa degli altri? L’esperienza insegna che, in questi casi, sarà solo la storia futura a distribuire torti e ragioni.  Un’unica certezza, invece, nel caso dell’Ucraina. L’intervento armato delle forze russe ha decisamente spostato il pendolo a favore degli ucraini, trasformando quella che all’inizio era solo una guerra civile, seppure a bassa intensità, in una di resistenza contro l’invasore. Al resto hanno poi contribuito le atrocità delle truppe di occupazione: il loro accanimento contro obiettivi civili al fine di terrorizzare la popolazione, i massacri compiuti che non hanno risparmiato donne e bambini, gli stupri, le fosse comuni di gente inerme, prima torturata e poi giustiziata con un colpo alla nuca. Il tentativo di fare terra bruciata, abbattendo edifici, scuole, ospedali: strutture cioè che non avevano alcun interesse militare. I cui assalti erano stati giustificati evocando la presenza di fantomatici militari decisi a difendersi, facendosi scudo dei propri concittadini. Bugie ed infamità. Per non parlare poi di quella ferocia rivolta anche contro i propri soldati. I cui cadaveri erano stati abbandonati in terra straniera, per la paura di dover ammettere che quell’”operazione militare speciale” altro non era che una guerra vera e propria.

C’era poi un secondo aspetto che i vari Travaglio o Santoro, nel loro titanico sforzo a difesa del dittatore russo, hanno dovuto rimuovere per non dover mai considerare. Nei suoi discorsi Putin non aveva mai fatto mistero delle sue intenzioni planetarie. Un Occidente ormai decadente, decisamente avviato sulla via del tramonto, non aveva più titolo per continuare ad essere egemone. A prenderne il posto, nel nome di un peloso multilateralismo, dovevano essere altri: soprattutto l’Eurasia, vale a dire quella nuova Santa Alleanza tra la Russia e la Cina, con il sostegno degli altri Brics: Brasile, India e Sudafrica. Questi i nuovi protagonisti di un futuro segnato dalla sconfitta politico – militare della Nato. Contro cui, in nome di un’anti – americanismo viscerale, gli amici di Putin erano pronti a marciare uniti fino alla vittoria.

E a chi faceva loro presente che l’Ucraina rappresentava solo il primo passo. Una sorta di esperimento in vitro, per saggiare la reazione dell’Occidente, rispondevano con una semplice alzata di spalle: fantasie, frutto avvelenato della propaganda yankee. Come se quegli avvertimenti fossero frutto di una fantasia giustificazionista da guerrafondai. Eppure la dimostrazione di quelle intenzioni era sotto i loro occhi. A partire dalle menzogne spudorate con cui, fin dall’inizio, Putin aveva condito la sua “operazione militare speciale”. Ma quale invasione dell’Ucraina: aveva detto, quando l’intelligence americana lanciava i primi allarmi. Si tratta solo di esercitazioni militari che nulla hanno a che vedere con i pericoli paventati.

Ancora oggi, del resto, la spudoratezza di Putin non ha confini. Aveva detto che l’operazione era diretta ad appoggiare la resistenza delle due Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, contro le aggressioni dei nazisti. Soprattutto contro il battaglione Azov che quell’ideologia sembrava incarnare, anche agli occhi di tanti pacifisti in buona fede. Ci poteva anche stare. L’esercito russo che corre in soccorso dei fratelli massacrati dai neonazisti al soldo della Nato e dell’Occidente. Anche se questa stessa scelta era in aperta violazione dell’articolo 51 dello Statuto dell’ONU. Il quale riconosce il diritto naturale di autotutela in caso di attacco armato, ma a condizione di investire del problema il Consiglio di Sicurezza, di cui la Federazione russa è membro con diritto di veto. È infatti prerogativa esclusiva del Consiglio “intraprendere in qualsiasi momento quelle azioni che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.” Nessun intervento “fai da te”, quindi, era tollerabile.

Ma anche a voler giustificare tutto questo, quello che fa crollare l’intero ragionamento è la volontà manifestata da Putin di voler estendere il referendum, per la successiva annessione, anche alle regioni (oblast) di Kherson e Zaporizhzhia. Che con il Donbass non c’entrano per nulla. Il disegno vero è quindi quello di creare una vasta area di territorio, senza soluzione di continuità che dai confini della Federazione Russia si estenda fino alla Crimea. La sua superficie complessiva sarebbe pari ad oltre 133 mila chilometri quadrati (un terzo dell’Italia) grazie all’inclusione degli oblast di Kherson e Zaporizhzhia, il cui territorio è ben più ampio (55 mila kmq contro 51) di quello del Donbass.

Sarebbe l’ultimo passo? Difficile rispondere. Va solo notato che l’oblast di Odessa è contiguo a quello di Kherson ed i legami di questo territorio (specialmente del suo capoluogo) con la storia e la tradizione russa sono fortissimi. Non è pertanto azzardato che una volta consolidato il potere nel nuovo Stato del Sud, a Putin, o chi per lui, venga la voglia di andare oltre i vecchi confini, fino a tagliare a quel che resta della vecchia Ucraina ogni possibilità di accesso al mare. Ed allora quello che non era riuscito lo scorso febbraio, dirigendo le truppe di invasione direttamente su Kiev, potrebbe accadere nell’immediato futuro. Non a caso si dice che l’appetito vien mangiando. Quando la fame di Putin risale al 1989.

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