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Draghi

Draghi? Il demiurgo delle crisi

Giuliano Cazzola legge e commenta il discorso tenuto da Mario Draghi a La Hulpe sulla competitività dell'Unione europea.

Vi sono alcune parti  del discorso con cui Mario Draghi ha voluto anticipare i contenuti del documento sulla competitività (che sarà presentato, nella sua interezza alla nuova Commissione che nascerà dalle ormai prossime elezioni del Parlamento europeo) che, a mio avviso, meritavano un maggior rilievo nei commenti.

Draghi ha ribadito la necessità di azioni immediate nei settori con la maggiore esposizione alle sfide verdi, digitali e di sicurezza. Già si intravvede nell’indicazione di queste priorità un maggiore equilibrio rispetto alla furia ambientalista che ha dominato per anni la politica europea. Si aggiunge – dopo i fatti degli ultimi due anni – una particolare attenzione al tema della sicurezza. “I nostri principali concorrenti – ha spiegato l’ex premier – stanno approfittando del fatto di essere economie di dimensioni continentali per generare scala, aumentare gli investimenti e conquistare quote di mercato per i settori in cui conta di più. In Europa abbiamo lo stesso vantaggio in termini di dimensioni naturali, ma la frammentazione ci frena.

Così il discorso  è arrivato ad un punto cruciale che cinque anni or sono non sarebbe stato considerato meritevole di un riferimento, riguardante il programma della Commissione e del Consiglio. Mario Draghi ha iniziato la sua requisitoria contro la frammentazione, partendo dall’esempio della difesa, dove – a suo avviso – la mancanza di un’economia di scala che sta ostacolando lo sviluppo della capacità industriale europea. Draghi ha ricordato che questo problema è stato riconosciuto nella recente Strategia europea per l’industria della difesa. “I primi cinque operatori negli Stati Uniti – ha spiegato Draghi – rappresentano l’80% del suo mercato più ampio, mentre in Europa ne costituiscono il 45%. Questa differenza deriva in gran parte dal fatto che la spesa per la difesa dell’UE è frammentata. I governi non appaltano molto insieme – gli appalti collaborativi rappresentano meno del 20% della spesa – e non si concentrano abbastanza sul nostro mercato: quasi l’80% degli appalti negli ultimi due anni proviene da paesi extra-UE. Per soddisfare le nuove esigenze di difesa e sicurezza – ha concluso su questo punto – l’Unione deve intensificare gli appalti congiunti, aumentare il coordinamento della spesa e l’interoperabilità delle sue attrezzature nonché ridurre sostanzialmente le dipendenze internazionali.

Questo ragionamento è l’altra faccia della medaglia di quanto ha voluto ribadire nelle stesse ore Ursula von der Leyen riprendendo i temi già svolti nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione: la guerra in Europa forse “non è imminente”, ma “non è impossibile”. È diventata quindi necessaria una “difesa comune europea” (“appalti congiunti’’ sulle armi come è avvenuto su vaccini e gas). “Negli ultimi anni – disse Ursula – abbiamo vissuto nell’illusione di una pace Putin ha usato questo dividendo frutto della pace per una nuova guerra”.

“I rischi di una guerra – continuò von der Leyen – non dovrebbero essere esagerati, ma bisogna prepararsi. E tutto ciò inizia con l’urgente necessità di  ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati  membri. L’Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la  prossima generazione di capacità operative vincenti. E di garantire che disponga della quantità sufficiente di materiale e della superiorità tecnologica di cui potremmo aver bisogno in futuro. Il che significa potenziare la nostra capacità industriale della difesa nei  prossimi cinque anni”. Ovvero nell’arco della prossima legislatura: il medesimo arco temporale delineato nel discorso di Mario Draghi.

“La semplice verità – concluse la presidente – è che non possiamo permetterci il lusso di stare tranquilli. Non abbiamo il controllo sulle elezioni o sulle decisioni in altre parti del mondo (leggi: Usa, ndr). Con o senza il sostegno dei nostri partner, non possiamo permettere che la Russia vinca”.

In Italia siamo tutti un po’ retroscenisti. Maligni. Tanti hanno sostenuto, in questi frangenti, che quello di Draghi sia  stato un discorso programmatico in vista di un importante ruolo che potrebbe essergli offerto nell’ambito dei rinnovati vertici dell’Unione. Se questa operazione fosse possibile e dovesse realizzarsi, si aprirebbe per l’Europa una prospettiva di leadership del mondo libero, soprattutto se gli Usa, con la vittoria di Trump (Dio non voglia!) a novembre, finissero per abdicare alla mission perseguita durante tutto il secolo scorso, quando gli eserciti americani attraversarono per ben due volte l’Oceano per venire in aiuto del Vecchio Continente.

Mario Draghi, in fondo, è il demiurgo che affronta le crisi: quella dell’euro, della pandemia, della ripartenza col passo giusto, del superamento della forniture energetiche che creano anche dipendenza politica, senza subire crolli nel fabbisogno del sistema produttivo, del sostegno alle famiglie e alle imprese. Ci aspettiamo da lui un Whatever it takes anche per la difesa della libertà.

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