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Università

Non solo antisemitismo: perché Harvard ha bocciato la rettrice Gay

La rettrice di Harvard, Claudine Gay, ha rassegnato le dimissioni dopo le accuse di antisemitismo. L'articolo di Gregory Alegi, storico e giornalista, docente alla Luiss Guido Carli.

«AAA rettore cercasi.» Anche se a Harvard Square non c’è alcun cartello fisico, da oggi è libero il posto di rettore della celebre università. Meno di un mese dopo la disastrosa audizione alla Camera, Claudine Gay ha rassegnato le dimissioni. All’insediamento, il 1° luglio 2022, era divenuta il primo presidente nero di Harvard. Concludendo il mandato dopo 6 mesi e un giorno, ha stabilito l’assai meno lusinghiero primato della presidenza più breve nei 363 anni di vita dell’ateneo.

IL MESSAGGIO D’ADDIO DI GAY

Nel suo messaggio d’addio, Gay ha detto che è «terrificante trovarsi oggetto di attacchi e minacce personali alimentate dall’odio razziale.» In realtà, ad abbatterla sono stati soprattutto la percezione di un comportamento arrogante e le crescenti indicazioni di doppiopesismo nell’applicazione delle regole. Il consiglio d’amministrazione della Harvard Corporation, la società senza fine di lucro che gestisce l’università, le ha concesso l’onore delle armi, accogliendone le dimissioni con un comunicato ricco di elogi per il lavoro svolto. Poi ha voltato pagina, nominando rettore ad interim Alan Garber, attuale provost, una sorta di presidente del senato accademico.

L’ANTISEMITISMO AD HARVARD…

Per il grande pubblico, ad abbattere Gay è stata l’incapacità di tutelare la comunità ebraica di Harvard, soggetta a crescenti attacchi da parte delle organizzazioni filopalestinesi, soprattutto a seguito della dura reazione di Israele alla barbara strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023. In effetti, incalzata con domande sull’antisemitismo dalla deputata repubblicana Elise Stefanik, per ironia della sorte ella stessa laureata a Harvard, Gay aveva risposto che l’eventuale violazione delle norme contro l’odio razziale dipendeva dal contesto. Prima di rimangiarsi le dichiarazioni, Gay era finita nel mirino di politici, opinionisti, benefattori e altri stakeholder. Elizabeth Magill, la collega rettrice della University of Pennsylvania, che aveva fatto dichiarazioni analoghe, era saltata subito. La Corporation aveva fatto però quadrato attorno a Gay, salvandola.

…  E NON SOLO

Con il passare dei giorni, si è appreso che oltre al sospetto di antisemitismo c’era dell’altro. Alcune settimane prima dell’audizione, Harvard era stata informata che nelle pubblicazioni accademiche di Gay c’erano passaggi che ai sensi della severissima normativa interna dell’ateneo potevano costituire plagio. La segnalazione veniva dagli ambienti conservatori, plausibilmente ostili alla paladina della diversità, così Harvard aveva affidato ai propri legali una secca smentita con annessa minaccia di pesante richiesta di danni. Più che la cinica relativizzazione dell’antisemitismo, è stato questo a minare la posizione della rettrice. Stampa e social hanno rivelato ulteriori passi copiati da altri autori, compresa – incredibilmente – la pagina dei ringraziamenti della propria tesi di dottorato. L’università ha risposto dicendo che erano stati notati alcuni errori formali, dei quali Gay aveva chiesto la correzione.

A parte la contraddizione con la smentita di pochi giorni prima, si scopriva che la verifica degli scritti di Gay non era stata affidata ai docenti di Harvard, come previsto dalle regole, ma a un comitato esterno avvolto nel mistero: nessun mandato verificabile, nessun nome dei membri, nessuna relazione pubblica. Secondo gli avversari della Gay, tutto il contrario di quanto accade ai normali studenti e professori. Mentre il numero di brani presunti copiati aumentava di giorno in giorno, la Corporation si arroccava. Così facendo, hanno probabilmente aiutato gli assedianti. Ieri, di fronte al danno reputazionale, al calo delle immatricolazioni, alla fuga dei donatori e persino al rischio della revoca degli sgravi fiscali come non profit, Gay ha alzato le mani.

LE DIMISSIONI E IL VERO PROBLEMA

Se le dimissioni chiudono la crisi, non risolvono il problema. La polemica ha infatti rivelato come Gay fosse stata scelta con procedura insolitamente rapida, senza descrizione pubblica dei criteri di selezione, senza verifica dei suoi scritti (peraltro pochissimi: appena 11, senza neppure un libro, tanto da rendere difficile comprenderne la rapida ascesa alla cattedra). Una figuraccia per l’intera Corporation, che nel difendere Gay è parsa difendere il proprio frettoloso lavoro. Proprio per questo, trovarne il successore sarà durissimo. Sarà possibile convincere tutti che la scelta di una donna nera, di maschio bianco o magari di una donna ebrea è stata fatta seguendo criteri oggettivi anziché ideologici? Saprà Harvard rimettere al centro il merito accademico senza penalizzare i criteri di inclusività e diversità?

CHE NE SARÀ DI GAY? E LE ALTRE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Difficile anche prevedere cosa sarà della 53enne Gay. Formalmente, resta “Wilbur A. Cowett Professor of Government and of African and African-American Studies”, che come tutte le cattedre create da benefattori offre prestigio e stipendi più alti del normale. Ritornare all’insegnamento è dunque un suo diritto, ma le cicatrici dello scontro potrebbero renderle difficile la vita sul campus. C’è chi scommette che nel giro di un paio d’anni le verrà offerta una sostanziosa buonuscita verso il pensionamento anticipato. Di certo l’accusa di plagio le sbarra le porte di molti atenei, ma anche dei consigli d’amministrazione, conferenze ben pagate e consulenze che di solito sono rapide ad accaparrarsi personaggi di altro profilo come gli ex rettori di Harvard.

Al momento restano senza risposta le domande più difficili: ci sono minoranze di serie A e di serie B? Gruppi ai quali si applicano le regole e altre ai quali si interpretano? Decisioni che dipendono dal contesto e altre assolute? Gli animali sono tutti uguali o, come aveva intuito Orwell, alcuni sono più uguali di altri? La professoressa Gay non ha saputo rispondere, ed è stata bocciata.

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