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Tutti i subbugli dei governi europei sui foreign fighters dopo il diktat di Trump

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Trump

Il Punto di Marco Orioles dopo il puntuto tweet di Trump

A scagliare sul tavolo della politica europea il macigno dei foreign fighters ci ha pensato il solito tweet di Donald Trump. “Gli Stati Uniti”, ha scritto domenica sul suo medium preferito il capo della Casa Bianca, “chiedono a Gran Bretagna, Francia, Germania e ad altri alleati europei di riprendersi e processare gli oltre 800 combattenti dell’Isis che abbiamo catturato in Siria. L’alternativa non è buona perché saremmo costretti a rilasciarli”.

Il messaggio presidenziale è perentorio ed inequivocabile: i paesi del Vecchio Continente devono urgentemente farsi carico di quei loro cittadini che anni fa decisero di salire sul carro del califfo e di trasferirsi – in certi casi, coi familiari al seguito – nelle plaghe siro-irachene per rifarsi una vita nella nuova patria islamista. Stiamo parlando di un flusso composto, secondo i calcoli dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) al King’s College di Londra, da seimila volontari del jihad: soggetti radicalizzati che, obbedendo ad un’utopia sanguinaria, hanno contribuito in vari ruoli al funzionamento della macchina da guerra jihadista.  Di questi combattenti, molti sono morti sotto i colpi della coalizione alleata. Altri – 1.765, secondo i dati ICSR – hanno fatto ritorno nei paesi di origine. In centinaia, invece, sono stati fatti prigionieri dai curdi delle SDF e attendono, ora, di conoscere il loro destino, insieme alle tante mogli e ai figli che hanno condiviso con loro la cupa avventura del califfato.

L’ultima cosa di cui l’Europa voleva occuparsi è del ritorno di questi pericolosi terroristi. Ma la questione, ora, non può più essere lasciata sotto il tappeto. Donald Trump ha deciso a dicembre di ritirare tutti i soldati americani dalla Siria e vuole, comprensibilmente, risolvere questo problema spinoso. Lasciare i reduci nelle mani dei curdi non è un’opzione praticabile: non essendo uno Stato, le SDF non hanno tribunali che possano processarli. I curdi inoltre devono fare i conti con la minaccia di invasione della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, eventualità che, se si presentasse, li spingerebbe probabilmente a disinteressarsi dei prigionieri, forse a liberarli. Una soluzione, quindi, va individuata al più presto. E passa, secondo Trump, per un’assunzione di responsabilità da parte degli Stati di origine, dunque dell’Europa.

La quale reagisce scompostamente, ed in ordine sparso, all’appello del presidente Usa. In Gran Bretagna si scontrano la linea del ministro della Giustizia David Gauke, che apre al ritorno di foreign fighters e familiari al seguito perché “non possiamo rendere le persone senza Stato”, e quella del titolare degli interni Sajid Jiavid, che ha dichiarato che “non esiterebbe” a impedire il rientro di chiunque abbia appoggiato un’organizzazione terroristica.

Netta chiusura, invece, dalla Francia, il cui ministro della Giustizia Nicole Belloubet fa sapere che Parigi “non risponde alle richieste” di Trump e, tutt’al più, deciderà “caso per caso” se riprendersi i propri cittadini detenuti in Siria.

Per il governo tedesco parla il ministro degli Esteri, Heiko Maas, per il quale i jihadisti tedeschi possono “fare ritorno in Germania solo se è assicurato che si possa immediatamente metterli sotto custodia”. Un’eventualità, ammette Mass, che sarà “estremamente difficile” visto che bisogna prima ottenere prove e testimonianze della colpevolezza dei militanti da poter usare in un procedimento giudiziario, cosa assai ardua. Ecco perché, per Maas, risolvere il problema “non è certamente così facile come pensano in America”.

Nel Belpaese, alza la voce il vicepresidente leghista della Commissione Esteri della Camera, Paolo Grimoldi, che richiama l’attenzione sul caso del foreign fighter Samir Bougana, di origine marocchina ma nato in provincia di Brescia e cresciuto in Lombardia. “L’Italia non muoverà un dito per riportare qui (…) Bougana – tuona Grimoldi – che adesso dalle carceri siriane, dove è rinchiuso dopo essere stato catturato dai curdi, piagnucola per il trattamento e auspica di scontare la sua pena nelle carceri italiane e di poter poi rifarsi una vita in Italia”. Di lui, conclude il deputato del Carroccio, “si occuperanno i siriani e i curdi che ha combattuto”.

È una polpetta avvelenata, insomma, quella con cui devono fare i conti i paesi europei. Ne è convinto il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, per il quale siamo di fronte ad “una delle più grandi sfide davanti a noi per i prossimi mesi”. Secondo il ministro della Giustizia del Belgio, Koen Geens, se ne uscirà solo con una “soluzione europea”, che possa consentire ai singoli paesi di scegliere, tra le diverse opzioni a disposizione, quella “che pone minor rischi per la sicurezza”.

Che il problema sia serio e articolato, non ci sono dubbi. Nell’approfondimento pubblicato ieri per l’Ispi, Marco Olimpio riepiloga tutti i corni del dilemma con cui devono misurarsi i governi del Vecchio Continente. Donald Trump vuole che l’Europa processi tutti i jihadisti? Un compito “particolarmente complicato” per le nazioni chiamate ad occuparsene, sottolinea Olimpio. “Non tutti i Paesi europei hanno strumenti normativi adatti per gestire procedimenti penali” così delicati, spiega l’autore. Inoltre,“raccogliere prove nel contesto della guerra civile siriana (…) non è affatto semplice. Oltretutto, in Paesi come il Regno Unito tali prove potrebbero non essere considerate ammissibili in un processo”.

Bisogna poi considerare, prosegue Olimpio, “il rischio di rimpatriare soggetti pericolosi, nella misura in cui essi non abbiano abbandonato l’ideologia jihadista e siano persino ancora interessati a usare la violenza per raggiungere obiettivi estremistici. Il loro ritorno”, osserva Olimpio, “potrebbe aumentare il pericolo di attacchi terroristici in Europa, nel peggiore dei casi, o potrebbe quantomeno avere l’effetto di aggravare ulteriormente il carico di lavoro delle forze antiterrorismo del vecchio continente, già impegnate a monitorare migliaia di individui segnalati come radicalizzati”.

Lasciarli in Siria, però, non è un’opzione praticabile, visto che – scrive ancora Olimpio – è fondato il timore che i foreign fighters “possano ritornare nei Paesi di origine o trasferirsi in altri Paesi europei per supportare o realizzare attacchi terroristici, avvalendosi dei legami, dell’esperienza e dello status sociale che hanno ottenuto nelle aree di conflitto”. Questa dimensione del problema tocca un nervo scoperto di tutte le intelligence del Vecchio Continente, che da anni si adoperano per scongiurare il cosiddetto “effetto blowback”: il rischio che i cosiddetti returnees, i foreign fighters di ritorno, possano mettere a segno attacchi in Europa. Non abbiamo qui a che fare con una teoria, ma con una minaccia concreta segnalata dai numeri stessi dell’emergenza terroristica con cui ci siamo misurati negli anni clou dello Stato Islamico: su 99 jihadisti entrati in azione in Europa dai giorni della fondazione del califfato ad oggi, 14 erano foreign fighters, il 15% del totale. Tra questi, ci sono gli autori degli attacchi più efferati e sensazionali, come quelli del 13 novembre 2015 a Parigi e quelli del 22 marzo 2016 a Bruxelles.

La questione dei foreign fighters non può dunque essere né rimandata, né sottovalutata. È una spada di Damocle su tutti i governi europei, che non possono disinteressarsene ma devono, invece, affrontare il problema di petto e con gli strumenti opportuni. E c’è da scommettere che la questione del che fare con gli ottocento jihadisti che attendono in Siria creerà non pochi mal di pancia in seno a governi che, probabilmente, avrebbero preferito guardare dall’altra parte.

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