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Diamanti, cobalto, coltan e non solo: ecco il tesoro del Congo e chi lo gestisce

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Congo

Il Congo è ricco di coltan, diamanti, oro, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tungsteno e cadmio. L’approfondimento di Angelo Ferrari per Agi

 

La Repubblica democratica del Congo è un non luogo. Un Paese che non trova pace, attraversato da conflitti aspri o a bassa intensità. Nessuno, fino ad ora, è riuscito a dare una speranza ad oltre 84 milioni di abitanti. Anche se le elezioni del 2019, con la vittoria di Felix Tschikedi, figlio dell’oppositore storico di Mobuttu Sese Seko e di Kabila padre, sono riuscite a portare il Paese verso una parvenza di stabilità.

L’oggetto del contendere rimane il Paese stesso. Ciò che il suo sottosuolo contiene: tutto quello che il mondo libero desidera.

Tutte le risorse naturali e minerali sono lì. Per impossessarne si è combattuta una guerra che l’ex segretario di Stato americano Madeleine Albright definì “la Prima guerra mondiale africana”.

Sul terreno si sono dispiegati gli eserciti di Burundi, Ruanda, Uganda, Zimbabwe e Angola. Da quella guerra sono nate decine di formazioni di guerriglieri al soldo delle nazioni stesse o di altre più lontane.

Milizie che continuano ad operare in tutto il Paese e in particolare nel Kivu e nel Nord-Est. Non a caso quelle aeree sono ricche di risorse minerarie. Cambiano nome, affiliazione, ma l’obiettivo è sempre quello: coltan, oro, petrolio e altro. Per riportare la pace è stata necessaria una missione dell’Onu con oltre 17 mila uomini, la più grande e impegnativa mai messa in campo dalle Nazioni Unite.

Oggi la missione è ancora al suo posto, ma la guerra non è finita e la pace è lontana. Spariti gli eserciti stranieri, sono rimasti i guerriglieri che infestano il territorio, lo rendono insicuro e si battono per lobby economiche e politiche, persino di potenze regionali interessante alle risorse.

La Repubblica democratica del Congo (Rdc) è lo stato più ricco di risorse naturali dell’Africa, gli oltre 84 milioni di abitanti potrebbero vivere nel benessere, solo se i suoi governanti investissero le royalty ricavate dalle estrazioni minerarie nel Paese. Invece no. L’economia del Paese è tradizionalmente orientata alle esportazioni, fortemente dipendente dalle commodities primarie.

I diamanti hanno sostituito rame e cobalto come principale voce delle esportazioni. Il cobalto, di cui è ricco il Paese, finisce tutto nelle mani dei cinesi.

I diamanti, oltre 22 milioni di carati, sono nelle mani delle multinazionali.

Il coltan – estratto praticamente solo in Congo – prezioso per l’industria della telefonia mobile e per quella aerospaziale, è gestito dal Ruanda.

Il Congo possiede la seconda foresta pluviale al mondo, da cui si ricava legname pregiato. L’autosufficienza alimentare in molte aree del paese è un miraggio. Le terre coltivate rappresentano solo il 4% del totale, nonostante il 75% della popolazione attiva si occupa di agricoltura, per lo piu’ di sussistenza.

Nel Paese si trova di tutto: legno, rame, cobalto, coltan, diamanti, oro, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tungsteno, cadmio e petrolio. Materie prime che fanno gola a mezzo mondo. A nessuno interessa se alle elezioni vince questo o quest’altro, purché garantisca gli affari. Quello che interessa davvero è l’enorme ricchezza custodita dal sottosuolo congolese. Quello che vi cammina sopra conta un po’ meno.

E, del resto, questo è un vecchio adagio del dittatore Mobutu Sese Seko che in un’intervista a un quotidiano francese diceva: “Quello che c’è sotto terra è mio, quello che si muove sulla terra è mio, quello che c’è nelle acque è mio, quello che vola in cielo è mio”, l’intervistatore osservava: “Cosa rimane al popolo?”, e Mobutu divertito rispondeva: “Il multipartitismo”, diremmo noi la democrazia.

Ma con questa non si mangia: il Pil pro-capite è di circa 450 dollari, uno tra i più bassi al mondo, e l’indice di sviluppo umano è 0,433 che colloca la Repubblica Democratica del Congo al 176esimo posto al mondo. E la stragrande maggioranza della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. In tutto questo disordine e povertà non poteva mancare la penetrazione del terrorismo islamista.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Agi.it, qui la versione integrale)

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