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Da dove nasce la piaga sociale della violenza sulle donne e dei femminicidi?

Violenza Donne

Non chiamiamo raptus o follia i troppo frequenti episodi di violenza sulle donne, che spesso finiscono tragicamente in femminicidi, perché si tratta piuttosto di un lucido e delirante disegno criminale. L’intervento di Francesco Provinciali, già dirigente ispettivo MIUR e giudice on. Tribunale per i minorenni di Milano

 

La cronaca ci racconta vicende di minori e di donne vittime di violenza: sono storie trasversali, che non hanno target sociali predefiniti, che non escludono i contesti di vita per loro più naturali, che diventano purtroppo tendenza e costume, quasi un correlato di altre derive negative emergenti nei comportamenti umani. Un’escalation che ingloba la parte più debole e indifesa dell’esistenza, quasi a significare che non c’è limite al peggio, che aggressività, ferocia, disumanità, cattiveria si consumano con disinvoltura e delirio crescenti, fino a diventare piaga sociale e declino di valori individuali.

Si alternano in modo sequenziale e simmetrico, questi delitti in danno dei minori e delle donne, nell’immaginario collettivo sono quasi un rituale narrativo dell’efferatezza a cui può giungere l’umanità, a ogni latitudine, come se non fossero bastati secoli e secoli di condizione di inferiorità e sottomissione strumentale, come se ciò che definiamo civiltà come valore acquisito e condiviso non fosse qualcosa di risolutivo, un punto e a capo in nome della umana dignità e del rispetto.

Dei minori travolti dall’onda della violenza se ne parla e se ne tace con vergognosa disinvoltura.

A chi scrive queste righe l’esperienza maturata nel tribunale minorile ha riservato e riserva tuttora – al sentore degli echi di cronaca – angoscia e stupore perché la realtà supera la più fervida e torbida immaginazione.

Da troppo tempo la condizione femminile vive un’analoga condizione di soccombenza. A un mese dalla fine di questo 2022 si contano in Italia 104 femminicidi di cui 88 avvenuti tra le mura domestiche. Un rituale quasi scontato per mano di mariti, compagni, conviventi che sovente non accettano una separazione ma prima ancora non concepiscono e non sopportano che la donna abbia un amor proprio, la libertà di interrompere un legame spesso violento, fatto di denigrazione, abuso, sottomissione, marginalizzazione esistenziale. Chiunque si avvicini con onestà intellettuale a questo tema vi ritrova tendenze millenarie, antiche, radicate: la stessa mitologia ci ha consegnato archetipi culturali – cioè idee, rappresentazioni, figure – della donna come incarnazione della corporeità, della tentazione, della fragilità e dell’insidia, della soccombenza alla violenza del maschio in quanto espressione della condizione originale, nativa da cui non riesce ad affrancarsi.

La storia riannoda i fili perché è sempre stato così, anche se oggi ai retaggi antichi si sommano disvalori maschilisti paradossalmente rafforzati, come il possesso del corpo e dell’anima, la rottura dei freni inibitori, la vergogna nascosta dal silenzio, la donna come fonte di piacere per sé stesso e di peccato laddove non sia di proprietà esclusiva del partner.

Non chiamiamo raptus o follia ciò che va ascritto a un lucido e delirante disegno criminale, alla struttura biologica dell’individuo, al contesto ambientale: un tema che scandaglia i più efferati delitti e che sto approfondendo in un lungo dialogo-intervista con il professore Vittorino Andreoli, uno che cerca di risalire alle origini del male: “se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”.

Una risposta apparentemente paradossale ma che apre a profondi interrogativi e a illuminanti spiegazioni.

Personalmente sono stupito da due aspetti del comportamento prevaricatore dell’uomo sulla donna: l’escalation del progetto delittuoso che rimuove ogni freno inibitore fino a giungere all’annientamento fisico della vittima. Mi chiedo se non basti la narrativa sociale e criminologica di fatti analoghi per fermare la mano assassina: sembra che ogni dialogo chiarificatore sia preventivamente espunto per giungere all’esito finale irreversibile. In secondo luogo, mi colpisce il senso di impunità e la disinvoltura, quasi l’ostentazione di sicurezza a farla franca da parte di chi sa che l’omicidio è una via senza ritorno.

Per questo le donne devono denunciare al primo sentore di pericolo: va anche detto che non sempre la protezione delle istituzioni funziona e che la giustizia è spesso tardiva e postuma.

Troppi palloncini liberati al cielo, troppi applausi ai funerali delle vittime e troppe fiaccolate silenti e postume mascherano una incapacità della società di prevenire i fatti delittuosi.

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