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Covid? La Svizzera molla i troppo vecchi

di

mancini

Che cosa succede in Svizzera ai tempi della pandemia. La Nota di James Hansen

Dev’essere una sorta d’inflazione. Ciò che è raro è spesso prezioso, viene valorizzato e protetto mentre il bene troppo comune perde di valore. Ancora a memoria d’uomo, gli anziani — una volta pochi, ma ormai molti — erano stimati e protetti, anche per il loro valore sociale come garanti delle tradizioni e portatori di saggezza. Nelle piccole comunità comandavano loro, non per la potenza fisica ma perché sapevano meglio di tutti come girava il mondo.

Ora la Svizzera, sicuramente un paese civile, ma subissata dal Covid in proporzione marcatamente più grave dell’Italia e della Germania — a fronte poi di risorse mediche almeno potenzialmente insufficienti — ha deciso scientemente di lasciare morire i propri vecchi a favore delle generazioni giovani. Una direttiva emessa dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, dal titolo “Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse”, risponde esplicitamente a una domanda che viene posta in molti ospedali, precisando le tipologie di pazienti destinati a non essere soggetti ad “alcuna rianimazione cardiopolmonare” in caso di scarsità di posti in Terapia Intensiva: “Età superiore a 85 anni o età superiore a 75 anni se accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi”.

Pure altre condizioni incurabili, come la “demenza grave”, possono bloccare l’accesso alle cure. Il triage arriva dalla medicina militare ed è utilizzato come meccanismo per assegnare le priorità ai pazienti sui quali intervenire quando non tutti possono ricevere cure, come appunto in una guerra. In brutale sostanza, in combattimento ciò significa dividere i feriti in tre gruppi: “gli spacciati”, “i feriti minori” e, in mezzo, quelli che si può forse salvare con le risorse disponibili, lasciando gli altri ai rispettivi destini. Brutto a dirsi, ma di una logica cristallina — senonché le risorse disponibili per salvare un generale rispetto a un soldato semplice potrebbero essere maggiori. I generali sono “più rari”… Gli anziani oggi sono invece meno rari e meno preziosi, forse perché sono tanti. Può darsi anche che l’ampliamento della categoria attraverso l’accresciuta speranza di vita ne abbia pure minato il livello “qualitativo”.

La demenza pare più comune di una volta — si pensa soprattutto perché più gente arriva all’età per soffrirne. Con il declino della prosperità in Occidente, alle generazioni più giovani i vecchi paiono sempre più un ostacolo, un tappo di bottiglia. L’americano Alexander Rose, dell’influente Long Now Foundation — fondazione dedicata alle previsioni sociali a lungo termine—riassume il concetto quando si preoccupa della prospettiva di un mondo “largamente popolato da anziani che si accaparrano le ricchezze, lavorano poco e non offrono gli enormi contributi creativi dei ventenni”…

L’attuale epidemia — come l’ansia globale che provoca — porta al pettine tanti nodi sociali e politici. Gli svizzeri non hanno colpe solo perché hanno detto le cose chiaramente. Pare però che l’ultimo contributo che possiamo attenderci dall’attuale generazione più anziana sia quello di levarsi di torno, di lasciare lo spazio agli altri, anche nei letti d’ospedale.

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