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Covid, che cosa succede in Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ucraina

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Il punto sul virus nell’Europa centro-orientale. L’esplosione dei contagi mette a nudo le carenze dei sistemi sanitari anche nei Paesi del recente boom economico. Focus su Repubblica Ceca e Polonia (con info anche su Slovacchia e Ucraina).

Avevano superato brillantemente la prova della prima ondata di Covid-19, nella scorsa primavera, adesso invece vengono travolti dalla seconda. Sono i paesi dell’Europa centro-orientale, le giovani e più fragili democrazie a cavallo dell’unione Europea, talvolta al centro dell’attenzione dei media occidentali per motivi contrapposti: le buone, talvolta eccellenti prestazioni economiche da un lato, le ferite allo Stato di diritto con la politicizzazione delle istituzioni dall’altro.

Ora sono i numeri del virus a riportare questi paesi alla ribalta, in una fase di esplosione dei contagi un po’ su tutto il continente europeo. Dalla Polonia all’Ucraina, dalla Repubblica Ceca alla Slovacchia, fino a Ungheria e Romania, la curva delle infezioni cresce polverizzando le le lodi per la buona tenuta di sei mesi fa e scoperchiando storiche debolezze in settori fondamentali della società, come quello sanitario. E facendo crescere nella popolazione il sospetto che non di buona politica si trattasse a marzo e aprile, ma di fortuna.

Giovedì 15 ottobre la Repubblica Ceca aveva registrato 9.720 casi in 24 ore (+ 7% rispetto al giorno precedente), la Polonia 8.099 (+ 5,7), la Slovacchia 1.929 (+ 8,7), la Romania 4.013 (+ 2,4), l’Ucraina 5.062 (+ 1,8) e l’Ungheria, che da settimane ha ha adottato restrizioni all’ingresso di cittadini stranieri) 950 (+ 2,3). Nella stessa giornata la vicina Germania, lo Stato più popoloso nell’Europa centrale aveva segnalato 7.074 casi (+ 2,1). Sono numeri assoluti, che forniscono un quadro molto parziale. Quel che li accomuna è però la tendenza: in forte aumento.

I dati della Repubblica Ceca sono al momento i più preoccupanti, perché è stato uno dei primi paesi ad essere colpito dalla seconda ondata europea e la pressione sulle strutture ospedaliere dura ormai da settimane. Praga è stata fra le prime capitali a finire nella griglia delle aree a rischio europee degli esperti del Koch Institut tedesco e da ieri è scattato il piano di emergenza per la dislocazione di alcuni pazienti gravi nelle cliniche della vicina Baviera, dove le strutture sono ancora lontane dal sovraffollamento.

Berlino ha allertato le sue regioni confinanti, a est e a ovest, per accogliere pazienti provenienti dagli Stati vicini in affanno, come accadde già nel corso della prima ondata con i malati italiani e francesi. A ovest Saarland e Renania-Palatinato sono in contatto con le cliniche francesi, il Nord Reno-Vestfalia è pronto ad accogliere pazienti da Belgio e Olanda. A est, oltre alla disponibilità bavarese con la Cechia, Sassonia, Brandeburgo e Meclenburgo potrebbero sostenere l’eventuale peso di pazienti polacchi. Una valvola di sfogo, almeno fintanto che la Germania riuscirà a gestire la sua emergenza. Ma anche i tedeschi temono che questa volta la pressione sui loro ospedali potrebbe spingere le strutture al limite delle capacità.

Soffre anche la Slovacchia, il paese che nella prima ondata aveva registrato il tasso più basso di morti per Covid in tutta l’Unione Europea. Di fronte all’impennata dei contagi il governo ha deciso pochi giorni fa di reintrodurre l’obbligo di mascherine anche all’aperto nelle città e nelle scuole elementari, mentre gli studenti delle superiori sono ora a casa e seguiranno lezioni online. Chiuese piscine, palestre e saune, così come bar e ristoranti, cui è consentito solo asporto. Lockdown parziali li chiamano, adottati con la speranza di scongiurare quello totale e soprattutto il collasso della struttura ospedaliera.

In Repubblica Ceca quel limite è vicino e suona ora come una beffa la scenografica tavolata che era stata imbastita a fine giugno sul Ponte Carlo a Praga per festeggiare la fine della pandemia. Il premier Andrej Babis, che solo cinque settimane fa aveva cassato il ripristino dell’obbligo di mascherine nei luoghi chiusi voluto dal suo ministro della Sanità (poi dimissionario), oggi parla di “situazione catastrofica”. Quasi 10.000 casi giornalieri in un paese di 10,7 milioni di abitanti, 1.100 morti (erano stati appena 350 nella prima ondata), raddoppio dei ricoverati in gravi condizione, difficoltà nella ricostruzione delle catene di contagio, collasso degli ospedali. Se a marzo il governo aveva impiegato appena 10 giorni dall’annuncio del primo caso di coronavirus a bloccare le attività del tempo libero e 16 a mettere l’intero paese in quarantena chiudendo i confini, con la rapida ripresa dei contagi alla fine di agosto, anche a causa dei contagi di ritorno dalle vacanze nell’amata Croazia, la reazione è stata lenta: minimizzazione prima, incertezza poi, anche di fronte alle resistenze di una popolazione stufa di restrizioni.

Adesso il virus lo si rincorre. Dal 21 settembre alla guida del ministero della Sanità c’è Roman Prymula, epidemiologo, medico militare, l’uomo che da sottosegretario aveva gestito l’emergenza di marzo. Dall’inizio di ottobre, sotto l’ombrello dello stato di emergenza, sono state reintrodotte misure rigide che hanno portato al blocco della vita sociale, culturale e sportiva, valide almeno fino ai primi di novembre. Da questa settimana chiusi bar, pub e ristoranti, vietato consumare alcolici in piazze e parchi, ripristino della scuola a distanza e contatti ridotti a un massimo di 6 persone, sia in casa che fuori. Si spera che tali misure possano avere effetto sulle curve di contagi e ricoveri delle prossime settimane e di evitare un nuovo, doloroso lockdown dell’attività economica. Nel frattempo si cerca di correre ai ripari anche sul fronte ospedaliero: il governo ha annunciato l’acquisto di 4.000 letti e la trasformazione di padiglioni di fiere in ospedali provvisori. Per il momento, i pazienti bisognosi di terapia intensiva possono usufruire delle strutture della vicina Baviera.

Drammatico anche l’appello a rientrare lanciato ai medici cechi all’estero. Lo ha fatto l’ordine nazionale dei medici, vi si è aggiunto il ministro Prymula.

La carenza di personale sanitario è uno dei principali problemi anche in Polonia, che da marzo conta 142.000 casi e oltre 3.300 morti. Anche Varsavia aveva attraversato con agilità la prima ondata, poi il rilassamento estivo. Party, feste in famiglia, ripresa della mobilità e un generale allentamento della disciplina hanno ridato gioco al virus che a preso a circolare come non aveva fatto a marzo. Così gli ospedali si sono questa volta riempiti, comprese le terapie intensive a cominciare da quelle della capitale. E i nodi di una sanità troppo trascurata sono venuti al pettine.

La Polonia del miracolo economico è al quintultimo posto nell’Unione Europea per spesa sanitaria pro capite. Peggio fanno solo Croazia, Lettonia, Bulgaria e Romania. La Germania spende il triplo e infatti dispone di 4,7 medici di media per 1.000 abitanti, la Polonia 2,4: e un medico internista guadagna 4 volte di più, secondo una tabella comparativa pubblicata dalla Zeit. E infatti la Germania è piena di medici polacchi, così come la Gran Bretagna e molti altri paesi dell’Europa occidentale.

La scarsità di personale medico qualificato rischia di vanificare anche il tentativo del governo di correre adesso ai ripari, creando reparti straordinari requisendo spazi negli alberghi della gioventù o nelle case dello studente e addestrando neolaureati in medicina ancora privi della completa abilitazione. Ma per imparare a utilizzare i respiratori ci vogliono sei mesi di pratica, dice l’esperto di medicina intensiva Wojech Serednicki alla Zeit, e il tempo ora stringe, si doveva far prima. Nel frattempo sono partite le accuse incrociate, che servono solo ad aumentare la tensione. Il vicepremier Jacek Sasin ha accusato i medici di non fare il proprio dovere: letti e respiratori ne abbiamo a sufficienza, ha detto. Piccata la replica dell’ordine dei medici ma anche ad alcuni suoi colleghi di governo la mossa non è apparsa felice. E solo martedì il premier Mateusz Morawiecki informerà il parlamento sullo stato della pandemia. Nel frattempo sono state inasprite le misure restrittive: reintroduzione dell’obbligo di mascherina per le strade, chiusura di palestre e piscine, divieto di feste matrimoniali, limitazioni per ristoranti e bar e ritorno alle lezioni a distanza nelle scuole.

Un po’ di sollievo al settore ospedaliero polacco lo danno medici e infermieri emigrati negli anni scorsi dall’Ucraina. Ma alla fine è una partita di domino, che vale anche per altri settori lavorativi: per guadagnare di più, i polacchi vanno a ovest e gli ucraini pure: in Polonia. Aggravando così la condizione in patria. Anche Kiev soffre infatti l’impatto della seconda ondata, molto più che la prima e qualche giorno fa il consiglio di sicurezza nazionale ha comunicato per la prima volta da febbraio il superamento della soglia di 100 morti al giorno per coronavirus. Così la pandemia rende evidente quello che il politologo bulgaro Ivan Krastev, uno degli intellettuali est-europei più acuti, indica come la più grande emergenza economica e sociale dell’Europa centro-orientale: l’emigrazione come capitolazione.

 

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