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Covid-19 in Usa, ecco mosse e strattoni di Trump a sindaci e General Motors

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Telecom

Crescono contagi e morti per Covid-19 negli Usa. Il pacchetto di aiuti economici approvato dal Congresso. Le divergenze tra sindaci e Trump. E le ultime stilettate del presidente americano (anche per GM). Il Punto di Marco Orioles

Ieri negli Usa è stata la giornata della reazione uguale e contraria della politica – che ha messo il sigillo definitivo ad un piano di stimolo economico mai visto per dimensioni nella storia americana – ad un’emergenza, quella del Covid-19, i cui numeri  hanno toccato nello stesso giorno vette preoccupanti.

Hanno superato infatti quota 100 mila – sono esattamente 101,242, secondo il calcolo fatto dalla CNN – i contagi registrati in tutto il territorio nazionale, rendendo di fatto gli Usa il Paese che detiene il record assoluto nel mondo, sorpassando persino il numero dei casi del focolaio originario cinese e dell’inferno italiano.

Ed è record anche di morti, che ieri sempre secondo la tv di Atlanta sono stati 402 – il numero più alto dall’inizio dell’emergenza nonché assai superiore a quello, già in cima a questa triste classifica, del giorno precedente (253) – portando il totale a 1.588.

È facile intuire, dinanzi alle proporzioni della catastrofe, che in America la tensione sia alle stelle. Prova ne sia la rissa mediatica tra i sindaci e il presidente andata in scena ieri dopo che il n. 1 dei primi cittadini d’America, Tom Cochran, durante l’annuale “United States Conference of Mayors”, aveva denunciato, snocciolando numeri eloquenti, l’inadeguatezza della risposta pubblica.

Sarebbero, secondo Cochran, 192 i capoluoghi, ossia il 90% del totale, il cui il personale d’emergenza non ha sufficienti dotazioni in termini di mascherine e altri presidi sanitari; il 92% non avrebbe invece test a sufficienza per diagnosticare il Covid-19 ai tanti sintomatici, e l’85% non avrebbe a disposizione abbastanza respiratori.

Di qui la richiesta perentoria di Cochran al governo per le città d’America, che hanno urgente bisogno di 28,5 milioni di mascherine, 24 milioni di indumenti protettivi, 7,9 milioni di kit per fare i test e 139 mila respiratori.

La risposta dei diretti interessati non ha tardato. Nel pomeriggio, Donald Trump ha accusato i sindaci di irriconoscenza oltre che di partigianeria, esortandoli a essere “appreciative” per un esecutivo che avrebbe fatto “a hell of a job”.

The Donald, d’altra parte, ha avuto buon gioco a richiamare le dichiarazioni fatte il giorno prima da Deborah L. Birx, esperta della task force governativa contro il Covid-19, per negare che vi sia una carenza di respiratori o di posti letto ospedalieri tanto nel cuore dell’emergenza che è New York, quanto nel resto del Paese.

Data però la natura fumantina del presidente, la polemica si è riaffacciata di nuovo nella giornata di ieri ma con un carico ulteriore di veemenza.

È accaduto quando, di fronte al montare delle proteste degli Stati e dei governatori – tra cui c’è, in primo piano, quello di New York Andrew Cuomo – il capo della casa Bianca è sbottato annunciando che il governo federale, onde assicurare che negli Usa si materializzino quanto prima i respiratori necessari, ricorrerà all’arma nucleare già sfoderata – ma poi risposta nel cassetto – due settimane fa: il Defense Production Act (DPA).

Questo provvedimento risalente alla guerra di Corea conferisce all’esecutivo l’autorità necessaria per costringere le industrie ad accettare commesse di beni considerati indispensabili in un’emergenza nazionale, come i respiratori sono ora nel contesto della crisi da Coronavirus.

Dopo aver accennato una decina di giorni fa alla possibilità di rispolverare questo strumento vecchio ormai di sessant’anni, ieri The Donald ha fatto un passo avanti nominando Peter Navarro, il suo consigliere economico, come coordinatore della task force che emanerà le direttive ex DPA.

Come hanno spiegato però vari retroscenisti, dietro la mossa presidenziale si cela anche una singolare baruffa con l’industria – e in particolare con il suo Ceo, Mary T. Barra – su cui Trump aveva riposto particolari speranze: General Motors.

L’amministrazione avrebbe infatti deciso di stracciare all’ultimo minuto un contratto con GM per la fabbricazione di respiratori. Troppo elevati i costi (si parla di 1,5 miliardi di dollari), troppo dilatati i tempi di consegna (da aprile si è slittati già a maggio) e soprattutto insufficiente il numero di macchine garantite da un contratto che dalle 20.000 sperate all’inizio finisce per prometterne solo un numero compreso tra 5 mila e 7.500.

GM in ogni caso non ha fatto una grinza, annunciando semmai di essere in procinto di varare con un piccolo produttore locale, Ventec Life System, una joint venture d’emergenza per fabbricare quei benedetti respiratori anche senza la garanzia di un contratto firmato dalla Federal Emergency Management Agency.

Fatti salvi questi fuochi d’artificio che tradiscono tutto il nervosismo che permea gli Usa in questo momento, la giornata di ieri passerà alla storia soprattutto per il voto definitivo del Senato, e la contestuale firma apposta dal presidente, sul pacchetto di stimolo economico da 2,2 trilioni di dollari con il quale la superpotenza a stelle e strisce si accinge a tamponare le conseguenze del virus venuto da Wuhan.

È stato un voto, quello della Camera alta, cui non poteva mancare l’ingrediente che Politico ha definito “The eleventh-hour drama in the House”.

Si tratta del ricatto formulato dal deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie ai colleghi, rei di aver accettato la proposta di Pelosi e co, di votare il pacchetto con una procedura d’emergenza pensata per evitare che l’aula del Campidoglio si riempisse accogliendo anche i deputati positivi al Coronavirus,  quelli che si sono messi per precauzione in quarantena e, soprattutto, coloro che preferivano rimanere al sicuro nei propri collegi.

In mattinata è andato in scena anche un singolare fuoco incrociato di tweet tra questo non certo famosissimo Masaniello repubblicano e il suo leader alla Casa Bianca, che non ha resistito alla tentazione di dileggiarlo davanti ai suoi 75 milioni di follower chiedendo anche al partito la sua testa.

La prova di forza di Massie è stata tuttavia sventata intorno all’ora di pranzo quando è stato raccolto tra i parlamentari  un numero sufficiente di firme, ossia 216, per neutralizzarla. Lle cronache dicono tuttavia che ciò è avvenuto tra mille difficoltà, con i rappresentanti del popolo sparsi in giro per il Campidoglio nell’evidente tentativo di mantenere la distanza sociale

Ricorrendo così alla procedura d’emergenza del voto “voice” già concordata dalla Speaker Nancy Pelosi con i suoi colleghi, nel tardo pomeriggio la Camera ha dato luce verde al testo da 880 pagine già approvato lunedì dal Senato, che pochi minuti dopo era già sulla scrivania del presidente.

L’emozione era palpabile, sotto la cupola più famosa d’America, per un provvedimento assunto con uno spirito bipartisan che a molti ha ricordato i giorni dell’unità nazionale seguiti ai tragici attentati dell’11 settembre 2001.

Emblematica, a tal proposito, la cerimonia della firma del testo di legge alla Camera che ha visto la Speaker e il leader di minoranza Kevin McCarthy uno a fianco all’altro. “Siamo tutti una famiglia”, ha sottolineato Pelosi, “e come tutte le famiglie, vi sono differenze tra noi, ma sappiamo anche cosa è importante per noi”.

E la cosa più importante per l’America ora è, secondo quanto stabilito dal pacchetto votato ieri, è iniettare urgentemente liquidità – tanta liquidità, visto che il denaro mobilitato fa impallidire persino il famoso programma TARP varato dodici anni fa per reagire alla Grande Crisi – presso lavoratori, famiglie e imprese colpite a vario livello dall’emergenza.

Attingendo al servizio fatto da Start Magazine in occasione del voto del Senato, riepiloghiamo qui gli elementi salienti, e i relativi stanziamenti, di un provvedimento che mette a disposizione degli americani l’equivalente della metà del totale del budget federale (segnaliamo anche le comode guide per orientarsi nel maxi testo legislativo compilate, con tanto di FAQ, da testate Usa come Forbes, CBS e New York Times):

  • 500 MILIARDI DI AIUTI ALLE INDUSTRIE:  tanto sarà messo a disposizione per i bailout delle aziende la cui produzione è stata penalizzata dal Coronavirus; non consisteranno però in aiuti a pioggia ma prestiti e sovvenzioni deliberati da un inspector general e un panel nominati dal Congresso.
  • 58 MILIARDI ALL’INDUSTRIA AEREA, mentre restano a secco croceristica e casinò (malgrado l’insistenza di Trump) e i petrolieri. Le varie Delta, United e American dovranno però, a loro volta, rispettare certe condizioni, non ultimo continuare a pagare regolarmente tutto il personale (metà dei fondi sono stati allocati proprio con questa motivazione).
  • DISOCCUPAZIONE PLUS: prevista la copertura della disoccupazione in cui sono caduti molti lavoratori americani: a essere tutelati, in una prima assoluta, saranno anche i lavoratori autonomi e gli addetti della cosiddetta gig economy.
  • 50 MILIARDI DI CREDITI FISCALI PER LE AZIENDE: il “tax credit”  è stato pensato soprattutto per coprire circa il 50% del costo degli stipendi (con un tetto massimo di 10 mila dollari per lavoratore). A beneficiarne saranno però le sole aziende che hanno subito un calo del fatturato del 50% rispetto al precedente quadrimestre. Per tutto il periodo dell’emergenza, le imprese saranno inoltre esentate dal pagare i contributi, fissati per legge al 6,2%, della Social Security.
  • ASSEGNO UNIVERSALE PER I CITTADINI: tutti gli americani con un reddito non superiore a 75 mila dollari (somma che raddoppia per le coppie sposate) riceveranno un assegno una tantum di 1.200 dollari. L’assegno lievita a 2.400 dollari per i coniugi, che riceveranno anche 500 dollari extra per ogni figlio a carico.
  • 100 MILIARDI PER IL SETTORE SANITARIO: a tanto ammontano le sovvenzioni destinate alle strutture sanitarie in trincea contro il Coronavirus a titolo di compensazione per i mancati introiti derivanti dalla sospensione delle attività ordinarie. Le cliniche e nosocomi che cureranno le persone contagiate dal Covid-19 riceveranno anche un aumento del 20% dei pagamenti ricevuti attraverso il programma pubblico di assistenza sanitaria “Medicare”.
  • 150 MILIARDI PER STATI E AMMINISTRAZIONI LOCALI: tanto finirà nelle casse di amministrazioni stremate per l’emorragia degli introiti fiscali derivante dalla chiusura degli esercizi commerciali oltre che per l’impennata delle richieste di disoccupazione.

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