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Ecco come cambieranno gli equilibri internazionali con il Coronavirus

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L’approfondimento di Gabriele Iacovino, direttore del Cesi, sulla pandemia di Covid-19, la prima crisi globale non a guida americana

La crisi del Covid-19 che ha prima colpito l’Italia e ormai si sta diffondendo senza confini all’interno di tutta l’Unione Europea sta non solo mettendo in discussione la tenuta dei sistemi sanitari nazionali, ma, inevitabilmente, pone degli interrogativi sul futuro dell’Unione che sono prima politici e, poi, economico-finanziari. Infatti, la tenuta dell’architettura europea dipenderà dalla risposta che i Paesi membri daranno all’impatto della pandemia sulle economie del Vecchio Continente. La diffusione del virus ha una caratteristica che potremo definire “democratica”, in quanto non risparmia nessuno e mette tutti i Paesi sullo stesso piano.

Infatti, non dipende da politiche sbagliate o da fattori endogeni, come poteva essere la crisi economica del 2008. In quella circostanza, alcuni Paesi, a cominciare dalla Germania, temevano i rischi insiti nell’ammorbidimento delle regole dell’unione. Su tutti, l’eventualità che qualcuno dei membri meno virtuosi ne approfittasse come giustificazione alle proprie mancanze sul rispetto dei vincoli di bilancio.

Oggi il contesto è diverso, anche se non sembra. Il panico creato sui mercati dalle parole del Presidente della Banca Centrale Europea (Bce) non appare essere dettato esclusivamente da un lapsus, ma da un’impostazione macroeconomica di fondo che la Lagarde potrebbe portare avanti. D’altro canto, pensare di bloccare la diffusione del virus chiudendo le frontiere sembra qualcosa che risponde maggiormente alla necessità di dare qualcosa in pasto ad opinioni pubbliche rimaste senza bussola più che una decisa risposta ad un contingentamento sanitario. Per questo motivo, senza una reale presa di coscienza politica, una soluzione coordinata è difficile da intravedere all’orizzonte.

Da contrastare vi è un malcontento generalizzato nei confronti delle istituzioni europee, giudicate non pronte a dare risposte immediate e vicine ai singoli cittadini. Offrire soluzioni politiche su base nazionale senza un coordinamento comunitario sarebbe il miglior viatico per la dissoluzione dell’Unione. Tutto questo in una fase in cui la politica globale potrebbe non solo perdere definitivamente gli equilibri su cui si è basata nel corso degli ultimi anni, ma anche mettere in discussione quei modelli, come la globalizzazione economica, su cui si è impostata la crescita mondiale.

La crisi del Covid-19, infatti, potrebbe essere la prima crisi globale con una gestione non a guida americana. L’atteggiamento del Presidente Trump fa trasparire che l’imprimatur all’agenda della propria Amministrazione vuole continuare su “America First” senza se e senza ma. Il fatto stesso che si possa immaginare la possibilità di acquisire in esclusiva per il territorio americano l’utilizzo di un vaccino fa immaginare quanto le politiche di Trump vogliano puntare allo stomaco e a quei sentimenti più reconditi dell’elettorato americano. Perché a 3 prescindere dal ruolo globale degli Stati Uniti, il Covid 19 si inserisce in quelle che molto probabilmente saranno ricordate come le elezioni americane più complicate della storia recente. Non bastava un processo di impeachment chiuso sul nascere dal Patito Repubblicano o lo spettro di nuove ingerenze russe a rimescolare le carte della contesa elettorale del prossimo ottobre. Ora, inevitabilmente, è la pandemia ad andare non solo a dettare l’agenda politica, ma a diventare vero e proprio spartiacque per la Presidenza Trump.

La gestione della crisi americana potrà diventare un banco di prova feroce per il Presidente, dove i candidati democratici, sia Biden che Sanders, potranno attaccare facilmente Trump visto il suo approccio iperliberista applicato anche in tema di sanità nazionale. D’altro canto, la storia ricorda che la maggioranza degli Stati Uniti si è sempre unita attorno al proprio Commander in Chief durante una guerra. Ed è presumibile che Trump alimenterà questa dialettica, utilizzando la paura della pandemia per coagulare intorno a sé il senso di unità statunitense in un momento di difficoltà.

Dall’altro capo del mondo rimane la Cina, Paese da cui il virus ha preso piede e che ora non solo deve gestire le conseguenze della pandemia al proprio interno, ma ha la necessità anche di riabilitare la propria immagine internazionale. Se con la Belt and Road Iniziative la Repubblica Popolare aveva deciso di uscire dai propri confini per proporre un modello di globalizzazione alternativo, con l’attuale crisi pandemica mondiale la Cina ha a disposizione la possibilità di giocare il ruolo di partner sanitario globale grazie alla sua esperienza in prima linea nella lotta al virus su larga scala. L’azione del governo cinese si appresta ad essere il banco di prova di quel misto di public diplomacy e soft power che si attagliano al nuovo corso impostato anni fa dal Presidente Xi Jinping.

In ultima analisi il Covid-19 non rischia di imporre al mondo la fine della globalizzazione, ma di accelerarne un rapido e tumultuoso cambiamento, dove gli equilibri mondiali ne usciranno sensibilmente modificati e dove gli attori si potrebbero presentare notevolmente modificati alla fine della pandemia sul palcoscenico mondiale. È difficile prevedere se le interconnessioni mondiali e le reti di trasporti e telecomunicazioni saranno messe in discussione, ma quasi sicuramente sarà la governance di questo mondo ad uscirne modificata. I Paesi europei devono essere consapevoli di questa sfida. Forse il Corona virus, più delle ultime crisi che hanno attraversato il Vecchio Continente, più della difficoltà intrinseca a trovare ricette comuni in politica estera, sarà il vero banco di prova delle velleità dei singoli Paesi contro un approccio realmente condiviso.

 

 

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