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Covid-19, cosa succede e come si muovono Albania e Serbia

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Il punto sulla pandemia Covid-19 in Albania e Serbia a cura dell’analista Paolo Quercia, che insegna Studi Strategici all’Università di Perugia tratto da Affari internazionali

Nell’ultima settimana di marzo in un’Europa sottosopra per il dilagare della pandemia di Coronavirus due mosse politiche di senso opposto sono giunte dai Balcani, ricordando che la regione è ancora lì, sospesa nel suo incompiuto processo di stabilizzazione, nelle sue profonde divisioni politiche, nei suoi conflitti latenti e nell’incompleta transizione economica.

La prima voce che si alzata dal cuore dei Balcani è giunta dal Paese politicamente più problematico per l’Europa, ossia la Serbia.  Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha tenuto una conferenza stampa a Belgrado il 15 marzo sul tema Covid-19 e relazioni internazionali della Serbia. Il momento non è stato scelto per la gravità dell’emergenza sanitaria ma piuttosto in risposta al regolamento varato dall’Unione europea il giorno prima, con cui vengono poste restrizioni – salvo diversa autorizzazione – all’esportazione fuori dall’Ue di prodotti medicali utili per combattere l’avanzata della pandemia. Vučić ha duramente attaccato Bruxelles per questa chiusura ed ha chiesto aiuto al presidente cinese Xi Jinping per l’invio di dottori e prodotti medicali, polemizzando sul fatto che l’Unione europea chiede a Belgrado di ridurre i rapporti commerciali proprio con Pechino. La Cina ha prontamente risposto assegnando alla Serbia un ruolo importante nel suo enorme piano di diplomazia umanitaria, inviando dottori, prodotti medicali, kit per la diagnosi dei contagi.

L’APPROCCIO DI BELGRADI E QUELLO DI TIRANA

L’Ue ha reagito alla maggiore tempestività degli aiuti di Pechino sviluppando un pacchetto di assistenza per la Serbia, annunciando uno stanziamento di 15 milioni di euro in dispositivi medici e 78 milioni per il sostegno alla ripresa economica. Al di là del valore materiale degli aiuti, è chiaro che in questa prima fase dell’emergenza Pechino ha segnato un successo politico verso Bruxelles, ribadendo la profondità del suo rapporto strategico con la Serbia ed il ruolo di pivot che essa ricopre nel ramo europeo della Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta di cui Belgrado rappresenta la porta d’accesso.

Alla sortita filo-cinese di Vučić ha risposto qualche giorno dopo il primo ministro albanese Edi Rama che, con una generosa e astuta mossa, ha mandato 30 fra infermieri e medici albanesi a Brescia per aiutare l’Italia a combattere la pandemia. Un piccolo sforzo a cui non manca certamente un sincero senso di riconoscimento verso il nostro Paese e che si inserisce bene nel lungo tracciato di sostegno e assistenza che l’Italia ha fatto nei confronti dell’Albania nel corso di almeno trent’anni, quando il nostro Paese è stato l’attore principale della messa in sicurezza dello Stato albanese. Al pari della Serbia, anche l’Albania è stata ricompensata con aiuti economici da parte dell’Unione europea, che ha annunciato 4 milioni di euro per l’acquisto di equipaggiamenti medici e 40 milioni per assistenza sociale e la ripresa economica.

Tirana ha inoltre beneficiato, assieme alla Macedonia del Nord, dell’insperata apertura dei negoziati di adesione all’Ue che erano stati bloccati nell’ottobre scorso per via dell’opposizione francese. Anche qui, come nel caso di Vučić, la mossa di Rama ha messo in evidenza l’esitazione europea nell’aiutare l’Italia ed ha un significato geopolitico che va oltre la questione della pandemia da leggersi nella nuova fase di incertezza politica che si sta aprendo per i Balcani. Il post-2020 sarà caratterizzata da un indebolimento del soft power europeo, dall’allungamento dei tempi d’attesa e dall’incremento dell’azione degli attori extraeuropei.

LA FORZA DEI LEGAMI BILATERALI NELLA REGIONE

Le mosse di Rama e di Vučić ci ricordano due aspetti importanti delle politiche balcaniche: la permanenza di profonde differenze geopolitiche, che fanno reagire in maniera opposta i Paesi della regione di fronte a problemi che invece necessiterebbero di un approccio condiviso; e la forza dei legami bilaterali che nei Balcani conservano significato e profondità superiore al livello multilaterale, specialmente nei momenti di crisi.

A bene vedere, Rama e Vučić non hanno mandato segnali contrastanti ma stanno mandando uno stesso messaggio politico: nel momento del bisogno sia Belgrado sia Tirana investono politicamente l’una verso Pechino e l’altra verso Roma, ossia verso i due Paesi che sono stati loro più vicini nella lunga traversata nel deserto del post-comunismo. Due segnali importanti che l’Unione europea, che resta il principale partner economico e per gli aiuti umanitari nei Balcani dovrebbe cogliere.

Questa lettura pare essere confermata dalla caduta, nelle stesse settimane, del governo di Albin Kurti in Kosovo, mentre si rafforzano i tentativi statunitensi di spingere Pristina e Belgrado verso uno storico accordo di convivenza, ulteriore indicazione del riattivarsi della partita geopolitica sotto le ceneri dell’emergenza Covid-19.

In questa fase estremamente difficile per l’Unione europea, sia sul piano politico sia su quello economico, vi è il rischio concreto che l’enlargement fatigue emersa dopo la crisi economica del 2008 si trasformi ora in un profondo sonno geopolitico che lascerà la regione sospesa in un irraggiungibile percorso ad ostacoli di adeguamento ai principi comunitari, agli obblighi giuridici e agli obiettivi politici. Per evitare questo sarà necessario che l’Europa, superata la crisi, riprenda in mano ma con una nuova visione il dossier della stabilizzazione socio-economica dei Balcani; dossier che dopo l’epidemia sarà ancora più importante di quello dell’allargamento. Una stabilizzazione che, a sua volta, passa per la costruzione di un’idea geopolitica di Europa che non releghi i Balcani a mero esercizio di tecnocrazia o a scacchiera secondaria delle partite strategiche dei singoli Stati europei con Mosca, Pechino, Washington ed Ankara. Ma che li veda come un indispensabile tassello della crescita dell’Europa come potenza regionale vis à vis le altre potenze.

IL BANCO DI PROVA PER UNA NUOVA POLITICA ESTERA E DI SICUREZZA EUROPA

L’Unione europea sta attraversando, così come tutti i suoi stati membri, il suo momento più critico. Lo sforzo per salvare l’Unione Europea è in realtà uno sforzo di trasformazione della stessa Unione che deve costruire una coesione politica superiore a quella prevista dai Trattati, che vada oltre gli interessi economici e le differenze finanziarie. Questo sforzo può essere tentato proprio dando enorme impulso alle politiche esterne dell’Unione europea, rafforzando tra di esse quelle più deboli, ossia la politica estera e quella di sicurezza.

Se la politica estera è sempre stata un importante strumento di nation building per gli Stati sovrani, con le dovute differenze essa può svolgere, anche nella costruzione europea, quel ruolo di integrazione mancante tra i Paesi membri. Aiutarli a percorrere quell’ultimo miglio che appare difficile da colmare con la visione funzionalista con cui è partita l’Unione europea che, specialmente nelle condizioni che la crisi pandemica produrrà, rischia di diventare insuperabile. L’Europa sud-orientale e i Balcani occidentali diverranno dopo la crisi del Covid-19 il banco di prova per una nuova politica estera e di sicurezza europea.

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