Non occorre aspettare l’autunno, che sarà politicamente più caldo del solito: già caldissima si sta rivelando l’estate italiana.
All’orizzonte il rischio che la benzina salga a 3 euro al litro, come paventato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. E s’annunciano in arrivo restrizioni dei voli causa carburante “razionato”.
Tutto è legato alla guerra americano-israeliana contro l’Iran. Della quale nessuno può prevedere quanto durerà, né quali disastri lascerà.
Dunque, è decisivo cercare di prevenire l’imprevedibile per affrontare, col minor male possibile per l’talia, il pesante danno economico-energetico che si profila per il mondo ogni ora di conflitto in più in Medio Oriente.
Prova a reagire la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni che, forse anche per lasciarsi alle spalle le scorie polemiche della batosta referendaria subita dal governo e soprattutto l’ardente delusione nazionale per il terzo Mondiale saltato da una Nazionale imbarazzante (e da un sistema-calcio fallace da vent’anni), è volata nei Paesi del Golfo con un obiettivo: evitare l’insidia peggiore per la sua maggioranza, quale sarebbe galleggiare in una simile crisi internazionale e in un Paese che resterà ferito a lungo per il tradimento del suo sogno più bello. Quello di rivedere presto gli Azzurri in mondovisione. Estate davvero rovente.
Coi Paesi del Golfo la presidente del Consiglio ha voluto riaffermare il ruolo dell’Italia e parlare di petrolio: il 15% del nostro approvvigionamento da lì proviene. Visite-lampo in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar per l’energia, ora che lo Stretto di Hormuz è diventato un inferno per il trasporto di gas e petrolio. E che deve essere riaperto quanto prima e restituito alla sicura navigazione.
Ma le due crisi, l’energetica a livello internazionale e la calcistica di stampo nazionale, sono appesantite dall’approccio politico, economico e sportivo un tempo perfino teorizzato, e tuttavia nefasto. Specie nel mondo digitale e conflittuale, dove tutto cambia a velocità della luce.
Troppo a lungo nel nostro Paese è prevalso il “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” di ironica scuola andreottiana.
E così, con l’eutanasia del nucleare – campo nel quale l’Italia primeggiava -, causata dalle paure di Chernobyl e “praticata” dai tre referendum del 1987 nessuno dei quali, per la verità, chiedeva l’abrogazione del nucleare, per 40 anni i governi hanno “tirato a campare” con una politica energetica confusa, insufficiente e priva di disegno strategico.
Oggi che il Medio Oriente brucia ne paghiamo il conto più salato di tutti.
Identica la miopia nell’industria del calcio, altro “interesse nazionale”.
Né le sconfortanti prestazioni nei due Mondiali successivi a quello vinto nel 2006 in Germania, né l’umiliante assenza negli ultimi tre hanno portato le istituzioni preposte e i governi a reagire con un piano nuovo e strategico. Tutti vivacchiavano in attesa di un miracolo – riandare al Mondiale, nonostante tutto – che non è arrivato.
Ma temporeggiare non si può più, nell’ora delle scelte.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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