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Cosa pensa Mattarella del governo Conte?

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista, sul ruolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in questa fase politica

La nostra Repubblica è, almeno sulla carta, di tipo parlamentare. Eppure, negli anni, il Parlamento è stato man mano esautorato dai governi in carica di molte delle sue prerogative, come l’abuso da parte degli ultimi esecutivi dei decreti legge dimostra significativamente. Negli ultimi mesi, a causa dell’emergenza sanitaria, l’esecutivo, e anzi direttamente il suo capo (che secondo Costituzione ne dovrebbe essere solo il coordinatore), ha accentrato nelle proprie mani un potere spropositato che è arrivato a limitare le libertà fondamentali dei cittadini.

La situazione in qualche misura lo imponeva, ma è sotto gli occhi di tutti il fatto che si sono varcati limiti che, forse non solo da un punto di vista simbolico, non andavano superati, o che comunque andavano chiariti meglio. Ha fatto poi impressione l’atteggiamento arrogante del Presidente del Consiglio verso le Camere, trattate quasi come una sorta di pied-à-terre di Palazzo Chigi.

Oltre ai segnalati ma blandi richiami alla “collaborazione” fra la maggioranza e le forze di opposizione, poteva il capo dello Stato fare di più per evitare questa deriva? Il suo ruolo e la sua funzione glielo permettevano?

Credo che per rispondere a queste domande bisogna tener presente sia la Costituzione materiale sia quella formale della nostra Repubblica, cioè sia quanto è scritto nero su bianco nella Carta sia cioè la prassi affermatasi attraverso l’azione concreta dei precedenti capi dello Stato repubblicani.

Diciamo che la Carta su molti punti è ambigua, ed è poco chiaro quali siano per essa gli effettivi spazi di manovra di chi sta al Quirinale. Ciò potrebbe essere stato voluto: poteri “a fisarmonica” permettono al Presidente, da una parte, di essere poco più che un “notaio” del gioco politico, quando tutto procede lungo i binari della democrazia; dall’altra, di intervenire quando il sistema si inceppa e sorgono grossi rischi per il Paese che la normale dialettica fra le forze politiche non riesce a risolvere.

In effetti, e qui la Costituzione è chiara, come il Re in una monarchia costituzionale, il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87). Quindi, il capo dello Stato può essere notaio, arbitro e anche interventore nel caso in cui la stabilità e la coesione nazionale siano giudicate in pericolo. Interventi, in quest’ultimo caso, da effettuarsi o attraverso l’arma della persuasione (moral suasion), oppure esercitando alcune prerogative più concrete come il messaggio alle Camere e addirittura lo scioglimento delle stesse.

Proprio per questa forte, anzi suprema, valenza politica che vengono ad assumere gli atti del Capo dello Stato, si può dire che anche intervenire il meno possibile, o non intervenire affatto, soprattutto in momenti di indubbia crisi e pericolo, è un atto marcatamente politico.

Sergio Mattarella ha seguito questa strada e non ha ritenuto in questi mesi che fosse necessario, proprio per garantire l’unità e la coesione nazionale e farsi garante delle libertà fondamentali, agire con più forza e persino, come gli è stato chiesto da più parti, di trovare un’alternativa ad un governo, come quello presieduto da Conte, che è debole, diviso e minoranza nel Paese, quindi inconcludente e inefficace. Pure la possibilità di ridare la parola al popolo, che ovviamente non è un atto dovuto se c’è una maggioranza in Parlamento, non è stata presa in considerazione da Mattarella.

Delle due l’una: o il Presidente della Repubblica ha ritenuto e ancora ritiene che l’Italia non corra seri problemi nonostante la drammatica crisi incipiente: oppure che un’alternativa a questo governo non c’è e che comunque cercarla ci metterebbe in una situazione ancora più pericolosa.

Escludendo la prima ipotesi, poiché non è dato nemmeno un attimo dubitare della ragionevolezza e del buon senso di Mattarella, resta in piedi la seconda. Che, senza troppa fantasia, può essere declinata così: il governo Conte garantisce un ancoraggio all’Unione Europea che è ritenuto un “interesse nazionale” e che altre soluzioni potrebbero mettere a rischio.

In sostanza, l’Europa è il detentore ultimo della nostra sovranità. Il che potrebbe anche essere accettato, ma a due condizioni: se questa decisione fosse stata presa in piena trasparenza e con il consenso di chi è ancora formalmente il detentore della sovranità sul nostro territorio, cioè il popolo italiano; che l’Unione Europea presentasse al suo interno un tasso di democraticità maggiore o almeno uguale a quello dei singoli Stati che ne fanno parte.

Poiché non è dato vedere soddisfatte queste due condizioni, mi sembra inderogabile sollecitare un’operazione di verità verso gli italiani almeno su questi fondamentali punti.

(Questo articolo è comparso sull’edizione limitata della rivista Nazione Futura distribuita sabato 4 luglio 2020 nel corso della manifestazione del centrodestra a Piazza del Popolo)

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